cover Lo spiritualismo della pittura di Mark Rothko a Firenze

Lo spiritualismo della pittura di Mark Rothko a Firenze

Campi di colore, silenzio e trascendenza: l’arte di Mark Rothko come esperienza mistica

L'evoluzione mistica di Mark Rothko

Mark Rothko, Autoritratto, 1936. © 1998 Kate Rothko Prizel & Christopher Rothko / Bildrecht, Vienna, 2019.

Mark Rothko, Autoritratto, 1936. © 1998 Kate Rothko Prizel & Christopher Rothko / Bildrecht, Vienna, 2019.

Rothko nasce nel 1903 a Dvinsk, nell’attuale Lettonia, allora parte dell’Impero russo, con il nome di Marcus Rothkowitz. La sua è una famiglia ebraica che decide di emigrare negli Stati Uniti per sfuggire alle difficoltà economiche e al crescente clima di ostilità antisemita. A dieci anni raggiunge il padre a Portland, in Oregon. Il talento non appare immediatamente come un destino. Frequenta Yale grazie al sostegno della comunità ebraica, ma abbandona gli studi deluso dall’ambiente elitario e chiuso dell’università. Nel 1923 si trasferisce a New York: qui avviene l’incontro decisivo con l’arte.

La leggenda personale racconta che tutto accadde quasi per caso. Entrato alla Art Students League per incontrare un amico, si ritrovò davanti a una classe di disegno dal vero. Gli studenti ritraevano una modella nuda. In quel momento comprese che quella sarebbe stata la sua vita. È l’inizio di un percorso che attraverserà figurazione, espressionismo, suggestioni surrealiste, fino a dissolvere progressivamente la forma.

Tra le opere degli anni Trenta e Quaranta spicca l'Autoritratto (1936), unica opere di questo genere conosciuta dell’artista, insieme a Interior dello stesso anno. In questi lavori si avverte una tensione narrativa, una ricerca ancora legata alla figura umana e allo spazio architettonico. In Interior, ad esempio, si può intravedere un’eco della Sagrestia Nuova di San Lorenzo e della tomba di Giuliano de’ Medici scolpita da Michelangelo: un riferimento che dimostra quanto la tradizione italiana fosse già parte del suo immaginario.

Negli anni Quaranta l’interesse per la mitologia e la psicoanalisi si intreccia con la dissoluzione della forma. Opere come Tiresias del 1944 mostrano figure sospese, ambigue, al confine tra riconoscibile e astratto. È il momento in cui Rothko prende coscienza dei limiti della rappresentazione figurativa. La figura umana, dichiarerà, viene inevitabilmente mutilata quando la si riduce a immagine. Per rispetto verso di essa, decide di abbandonarla. Tra il 1946 e il 1949 realizza circa cento tele oggi note come “Multiforms”: campiture cromatiche fluttuanti che galleggiano sulla superficie. Non sono ancora i celebri rettangoli sovrapposti, ma già segnano il passaggio verso l’astrazione pura.

Negli anni Cinquanta e Sessanta il linguaggio dell'artista raggiunge la sua forma più riconoscibile: grandi tele dominate da rettangoli di colore vibrante, sospesi in equilibrio instabile. Gialli incandescenti, rossi profondi, arancioni bruciati, blu notturni, verdi cupi, marroni terrosi e neri assoluti. Ma Rothko ha sempre rifiutato una lettura puramente cromatica. Non dipingeva “colori”: dipingeva relazioni, tensioni, campi energetici. Fondamentale è l'aspetto della dimensione: tele larghe oltre quattro metri, come Untitled (1952-53), non vogliono schiacciare lo spettatore, ma inglobarlo. L’artista sosteneva di lavorare in grande formato per creare intimità. Davanti a una superficie così ampia, l’osservatore non resta distante: viene assorbito, entra in un rapporto fisico e quasi spirituale con l’opera. Non a caso parlava di esperienza religiosa. Chi si commuove davanti a un suo quadro, diceva, sta rivivendo ciò che lui ha provato mentre lo dipingeva.

Mark Rothko: Il colore come rituale

Mark Rothko, Verde su Blu, 1956. Tucson, The University of Arizona Museum of Art © 1998 Kate Rothko Prizel & Christopher Rothko - Adagp, Parigi, 2023.

Mark Rothko, Verde su Blu, 1956. Tucson, The University of Arizona Museum of Art © 1998 Kate Rothko Prizel & Christopher Rothko - Adagp, Parigi, 2023.

Nella storia dell’arte del Novecento pochi artisti hanno cercato il sacro con la stessa intensità di Mark Rothko. A prima vista le sue tele — grandi campi di colore sospesi — sembrano minimaliste, quasi silenziose. Eppure dietro queste superfici vibranti si nasconde una ricerca profondamente spirituale, che molti studiosi hanno accostato a una vera e propria forma di esoterismo pittorico. Rothko non voleva essere definito semplicemente un pittore astratto. Più volte dichiarò che il suo obiettivo non era la composizione formale, ma l’esperienza emotiva e spirituale dello spettatore. Le sue opere dovevano funzionare come portali interiori, luoghi in cui l’anima potesse confrontarsi con il mistero dell’esistenza.

Per Rothko il colore non era un elemento decorativo. Era una presenza viva, quasi una forza metafisica. Le grandi distese di rosso, arancio, nero o viola non rappresentano oggetti del mondo, ma stati dell’essere: estasi, tragedia, silenzio, morte, trascendenza. Il suo metodo di lavoro aveva qualcosa di rituale. Dipingeva lentamente, stratificando sottili velature di pigmento fino a ottenere superfici luminose e profonde, quasi respiranti. La pittura diventava una pratica meditativa, simile a un atto alchemico: materia e luce si trasformavano per evocare un’esperienza che va oltre il visibile. Non a caso Rothko insisteva su condizioni molto precise per esporre le sue opere: luce soffusa, distanza ravvicinata, ambienti raccolti. Voleva che il pubblico si avvicinasse alla tela fino quasi a entrarvi dentro, come davanti a un altare.

La Rothko Chapel

L'interno della Rothko Chapel a Huston in Texas, nello scatto di Ann Webster.

L'interno della Rothko Chapel a Huston in Texas, nello scatto di Ann Webster.

Nei suoi anni giovanili Rothko studiò filosofia, mitologia e religioni antiche. Era affascinato dalle tragedie greche, dai miti originari e dalle domande fondamentali sull’esistenza umana. Molti critici hanno notato come la sua pittura risenta dell’influenza di correnti spirituali del primo Novecento, come la teosofia e l’idea che l’arte possa rivelare dimensioni invisibili della realtà. Secondo questa visione, forme e colori possiedono vibrazioni capaci di influenzare la coscienza. In questo senso, i suoi quadri possono essere letti come strumenti contemplativi. Non raccontano storie: creano stati interiori. Chi osserva a lungo una tela di Rothko spesso riferisce sensazioni quasi mistiche — calma profonda, vertigine, malinconia, oppure una sorta di meditazione involontaria. Il progetto che meglio esprime la dimensione spirituale della sua arte è senza dubbio la Rothko Chapel, completata nel 1971 a Houston. Si tratta di uno spazio ottagonale concepito come un santuario laico. Alle pareti sono esposte quattordici grandi tele scure, quasi monocrome. A prima vista appaiono nere, ma osservandole con attenzione emergono tonalità di viola, marrone e blu profondissimo. L’ambiente è volutamente austero: silenzio, luce naturale dall’alto, nessuna iconografia religiosa.

Qui la pittura non rappresenta il sacro: lo evoca. L’esperienza è simile a quella di una meditazione, dove il vuoto e il colore diventano strumenti di introspezione. Molti visitatori descrivono la cappella come un luogo energetico, quasi iniziatico. Non sorprende che venga utilizzata non solo per incontri spirituali, ma anche per momenti di contemplazione interreligiosa.

Nella tradizione esoterica il vuoto non è assenza, ma potenziale. È lo spazio in cui può emergere la trasformazione. Le tele di Rothko sembrano incarnare proprio questo principio. I rettangoli di colore sospesi nei suoi quadri non sono rigidamente definiti: i bordi vibrano, si dissolvono. È come se le forme stessero nascendo o scomparendo davanti ai nostri occhi. Questo stato di instabilità crea una tensione emotiva molto forte. Davanti a queste superfici lo spettatore è invitato a fare qualcosa di insolito per l’arte moderna: fermarsi. Guardare lentamente. Lasciare che il colore agisca. In un certo senso Rothko costruisce una soglia tra il visibile e l’invisibile.

Arte come esperienza iniziatica

Mark Rothko, Nuvola chiara, Nuvola scura, 1957; Fort Worth, Modern Art Museum Fort Worth © 1998 Kate Rothko Prizel & Christopher Rothko - Adagp, Parigi, 2023.

Mark Rothko, Nuvola chiara, Nuvola scura, 1957; Fort Worth, Modern Art Museum Fort Worth © 1998 Kate Rothko Prizel & Christopher Rothko - Adagp, Parigi, 2023.

Rothko una volta disse: "Un dipinto vive grazie alla compagnia di chi lo guarda." Questa frase suggerisce un’idea profondamente esoterica dell’arte. L’opera non è completa di per sé: si attiva nell’incontro con la coscienza dello spettatore. In questo incontro può nascere qualcosa di simile a un’esperienza iniziatica. Non c’è simbolo esplicito, non c’è dottrina. C’è solo colore, spazio e silenzio. Ma proprio questa essenzialità apre uno spazio per la contemplazione. Come nelle antiche tradizioni mistiche, l’assenza di immagini diventa la via per percepire ciò che non può essere rappresentato.

Nel mondo contemporaneo, spesso dominato dall’immagine rapida e dalla distrazione visiva, la pittura di Rothko continua a esercitare un potere particolare. Le sue tele sembrano chiedere tempo, attenzione e disponibilità interiore. Non offrono risposte, ma creano una condizione: quella in cui il mistero può essere percepito. E forse è proprio questo il vero spiritualismo di Rothko. Non una religione, non un simbolismo codificato, ma l’idea che attraverso il colore e il silenzio l’arte possa ancora diventare un luogo di contatto con l’invisibile.

Rothko a Firenze: il colore come esperienza contemplativa

Mark Rothko, Senza titolo, 1952–1953, olio su tela, 300 x 442,5 cm, Guggenheim Bilbao Museo © 1995 Kate Rothko Prizel e Christopher Rothko/Artists Rights Society (ARS), New York.

Mark Rothko, Senza titolo, 1952–1953, olio su tela, 300 x 442,5 cm, Guggenheim Bilbao Museo © 1995 Kate Rothko Prizel e Christopher Rothko/Artists Rights Society (ARS), New York.

Nel 2026 Firenze ospita una delle più importanti esposizioni europee dedicate a Mark Rothko con la mostra “Rothko in Florence”, allestita presso Palazzo Strozzi dal 14 marzo al 23 agosto 2026. Curata da Christopher Rothko ed Elena Geuna, l’esposizione riunisce opere provenienti da grandi musei internazionali come il Museum of Modern Art di New York, il Metropolitan Museum of Art, la Tate di Londra e il Centre Pompidou di Parigi, offrendo un percorso che attraversa tutta la carriera dell’artista: dalle prime opere figurative fino ai celebri campi cromatici degli anni Cinquanta e Sessanta.

La mostra non si limita alle sale del palazzo rinascimentale, ma si estende anche in altri luoghi simbolici della città, creando un dialogo tra l’arte contemporanea e la tradizione spirituale del Rinascimento. Alcune opere sono infatti esposte al Museo di San Marco in relazione agli affreschi di Fra Angelico, mentre un intervento speciale è ospitato nel vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana progettata da Michelangelo. Questa scelta curatoriale sottolinea il profondo legame di Rothko con Firenze e con l’arte rinascimentale, che l’artista studiò durante il suo viaggio in Italia nel 1950 e che influenzò la dimensione spirituale della sua ricerca pittorica. In questo contesto unico, i grandi campi di colore di Rothko assumono una nuova risonanza: spazi meditativi che dialogano con secoli di arte sacra e contemplativa. La mostra diventa così non solo un evento espositivo, ma anche un’esperienza quasi iniziatica, in cui la pittura dell’artista americano incontra la tradizione mistica e visiva della Firenze rinascimentale.

In copertina: Mark Rothko, No. 14, 1960, olio su tela, 290,83 × 268,29 cm, San Francisco Museum of Modern Art - Helen Crocker Russell Fund purchase | © 1998 Kate Rothko Prizel & Christopher Rothko / Adagp, Parigi, 2023. Dettaglio.