
Il cappello barocco: come Peter Paul Rubens trasformò l'accessorio in icona di stile
Peter Paul Rubens: protagonista del barocco europeo

Peter Paul Rubens, Autoritratto, 1638 circa, olio su tela, 110 x 85,5 cm, Kunsthistorisches Museum, Vienna.
Prima di scoprire cosa accomuna il pittore Peter Paul Rubens all’accessorio del cappello, è utile inquadrare brevemente questa figura di spicco del Barocco, che abbiamo già incontrato per l'analisi di un'opera specifica, in collaborazione con Frans Snyders. Nato in Germania, Rubens si trasferì in giovane età ad Anversa con la madre e completò la sua formazione nelle botteghe di pittori fiamminghi soggiornati in Italia, come Otto van Veen (1558-1629) e Jan Brueghel il Vecchio (1568-1625), appartenente alla celebre famiglia di artisti di Bruxelles. La sua formazione proseguì in Italia, dove il viaggio, iniziato nel 1600 a ventitré anni, si rivelò decisivo: vi soggiornò per otto anni, coltivando interessi umanistici, testimoniati anche dalle lettere in toscano che scriveva durante il soggiorno. Il nome “Pieter Paul”, scelto dal padre per la nascita in prossimità della festa dei Santi patroni di Roma, riflette la passione familiare per la cultura, dato che il padre aveva studiato giurisprudenza tra Roma e Bologna. Il viaggio romano era inoltre preparato dalla frequentazione della “Gilda dei Romanisti”, confraternita anversana fondata nel 1572, dove ci si incontrava per discutere di scoperte archeologiche e pittura moderna attorno a sontuosi banchetti.
Alla corte del Duca di Mantova Vincenzo I Gonzaga, Rubens coltivò anche le doti diplomatiche e a Genova lavorò con le più importanti famiglie, tra cui gli Spinola e i Doria. Giunto a Roma, strinse amicizia con i cardinali Del Monte e Scipione Borghese, principali committenti e collezionisti dell’emergente Caravaggio (1571-1610). Probabilmente inviato dallo stesso Gonzaga, Rubens fu accolto come “pittore di corte” e diplomatico. Durante questo periodo, viaggiò tra Venezia, Mantova, Roma e Genova, copiando, studiando e collezionando opere di Tintoretto e Tiziano. A Roma, dove visse anche con il fratello maggiore Philip Rubens, antiquario e librario, abitava in Via Margutta, già frequentata da numerosi pittori fiamminghi. Qui strinse amicizia con il paesaggista Paul Bril (1554-1626).
Rubens soggiornò a Roma in due fasi (1601-1602; 1605-1608). Nel primo periodo studiò l’antico e i grandi maestri italiani, come Michelangelo e Raffaello, e osservò il grande cantiere della volta di Palazzo Farnese, affrescata da Annibale Carracci e dalla sua scuola. Nel secondo soggiorno ebbe l’opportunità di ammirare le tele di Caravaggio nelle chiese romane e nelle collezioni dei cardinali Del Monte e Borghese. Nel 1608 lasciò Roma a causa delle gravi condizioni di salute della madre, ma continuò a inviare opere ai suoi committenti italiani.
Durante la carriera, anche grazie ai frequenti viaggi, Rubens acquisì la fama di “principe dei pittori e pittore dei principi” per il suo lavoro con clienti reali. Ad Anversa, divenne “pittore di corte” (1609) presso gli Arciduchi Alberto e Isabella, godendo anche della fama familiare negli ambienti dell’avvocatura e della municipalità. Al suo rientro dall’Italia sposò Isabella Brant, da cui ebbe tre figli. La primogenita Clara Serena, morta a dodici anni per la peste del 1620, fu ritratta dall’artista con i lineamenti della madre. Rimasto vedovo nel 1626, Rubens sposò in seconde nozze Helena Fourment (1630), madre di altri cinque figli, immortalata in dipinti familiari e sensuali ritratti, morta prematuramente nel 1633.
Ad Anversa progettò una nuova residenza per la famiglia, accanto al suo atelier, che accolse numerosi allievi, tra cui il prediletto Antoon van Dyck (1599-1641). La sua passione per l’Italia si manifestò anche come architetto: pubblicò il trattato Palazzi di Genova (1622), ispirato alle sontuose dimore aristocratiche italiane, e realizzò un giardino con un Pantheon semicircolare, arricchito da statue, tra cui un busto di Seneca riportato da Roma.
L'accessorio barocco nei dipinti di Rubens

Peter Paul Rubens, Ritratto di Hélène Fourment con due dei suoi figli, tra il 1635 e il 1636, olio su tavola, 115 x 85 cm, Museo del Louvre, Parigi.
Nel XVII secolo la moda europea era profondamente legata alle immagini. Prima dell’invenzione della fotografia o delle riviste di moda, erano i dipinti a costruire e diffondere modelli estetici. In questo contesto la pittura di Peter Paul Rubens svolse un ruolo fondamentale nel definire l’immagine della femminilità aristocratica barocca. Tra gli elementi più riconoscibili dei suoi ritratti compare spesso un accessorio che diventerà quasi un simbolo di quell’epoca: il grande cappello a tesa larga decorato con piume. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Rubens non inventò questo tipo di cappello. Nelle Fiandre e nei Paesi Bassi del primo Seicento i cappelli a larga tesa in feltro, spesso realizzati con costoso pelo di castoro, erano già molto diffusi tra le classi agiate.
Questi copricapi erano accessori di grande valore economico e sociale. Il feltro di castoro era un materiale raro e resistente, ottenuto da pellicce provenienti dall’Europa settentrionale e dalla Russia, e il suo utilizzo era quindi un segno evidente di ricchezza. Alle tesi larghe si aggiungevano spesso piume di struzzo o decorazioni preziose che aumentavano l’impatto visivo dell’accessorio.
Rubens rappresentò questo tipo di cappello in diversi dipinti, contribuendo a fissarlo nell’immaginario dell’epoca.
Il Ritratto di Suzanne Fourment

Peter Paul Rubens, Ritratto di Suzanne Fourment, 1622, olio su tavola, 59×74 cm, National Gallery, Londra.
Uno degli esempi dell’estetica barocca sviluppata da Peter Paul Rubens è il Ritratto di Suzanne Fourment, cognata del pittore e appartenente a una ricca famiglia della borghesia mercantile di Anversa. Realizzato intorno al 1622-1625, il ritratto mostra la giovane donna in una posa elegante ma naturale, con il busto leggermente ruotato e lo sguardo rivolto verso lo spettatore. L’elemento più caratteristico dell’opera è il grande cappello a tesa larga che incornicia il volto della protagonista: decorato con una piuma chiara, il copricapo crea un sofisticato gioco di luci e ombre che mette in risalto la luminosità dell’incarnato e la morbidezza dei lineamenti. Suzanne indossa un abito scuro di grande raffinatezza, arricchito da un ampio colletto di pizzo bianco e da guanti eleganti, accessori che sottolineano il suo status sociale elevato. L’effetto complessivo è quello di un’immagine di grande vitalità e naturalezza, lontana dalla rigidità della ritrattistica ufficiale: Rubens costruisce un ritratto dinamico, sensuale e luminoso, in cui il cappello non è soltanto un accessorio di moda ma diventa parte integrante della composizione pittorica, contribuendo a creare quell’atmosfera di eleganza spontanea che caratterizza molte delle sue figure femminili.
Il ritratto di Hélène Fourment

Peter Paul Rubens, Ritratto di Hélène Fourment, 1635, olio su tela, 186 x 85 cm, Calouste Gulbenkian Museum.
Altro esempio significativo è il Ritratto di Hélène Fourment, realizzato intorno al 1630. Nel ritratto la giovane moglie del pittore appare con un abito di raso nero e un cappello a tesa larga decorato con una piuma di struzzo, accessorio tipico della moda della ricca borghesia fiamminga. L’effetto visivo è straordinario: la grande tesa del cappello incornicia il volto della donna e crea un gioco di ombre che valorizza la luminosità della pelle. Il risultato è un’immagine di eleganza sofisticata e sensuale che diventerà uno dei modelli più riconoscibili della ritrattistica barocca. Se è vero che questo tipo di cappello non fu inventato da Rubens, fu però proprio la sua pittura a trasformarlo in un simbolo visivo di seduzione e prestigio. I suoi ritratti ebbero enorme diffusione in Europa attraverso incisioni e copie, e contribuirono a costruire un ideale estetico in cui la figura femminile appare naturale, sensuale e allo stesso tempo aristocratica. Il cappello a tesa larga, spesso leggermente inclinato, diventava parte integrante di questa rappresentazione: un accessorio capace di creare movimento, teatralità e mistero.
Non è un caso che questo tipo di immagine abbia influenzato anche pittori successivi. Nel XVIII secolo, ad esempio, la ritrattista Élisabeth Vigée Le Brun citò esplicitamente Rubens nel suo celebre Autoritratto con tavolozza, dimostrando quanto l’estetica rubensiana fosse ancora viva nell’immaginario artistico europeo. Ancora oggi l’iconografia creata da Rubens continua a influenzare il linguaggio visivo della moda. I grandi cappelli a tesa larga compaiono frequentemente nei servizi fotografici di moda, nelle campagne pubblicitarie e nelle passerelle, dove evocano un’estetica teatrale e barocca. Quando un fotografo utilizza un cappello oversize per incorniciare il volto di una modella o per creare giochi di luce e ombra, sta inconsapevolmente dialogando con una tradizione visiva che risale proprio alla pittura del Seicento. In questo senso, l’opera di Rubens dimostra come l’arte possa trasformare un semplice accessorio in una vera icona culturale. Non perché abbia inventato quella moda, ma perché è riuscito a renderla indimenticabile.
In copertina: Peter Paul Rubens, Ritratto di Hélène Fourment con due dei suoi figli, tra il 1635 e il 1636, olio su tavola, 115 x 85 cm, Museo del Louvre, Parigi. Dettaglio.