cover Pietro Torrigiano: l'acerrimo rivale di Michelangelo che con la sua arte conquistò Inghilterra e Spagna

Pietro Torrigiano: l'acerrimo rivale di Michelangelo che con la sua arte conquistò Inghilterra e Spagna

L'incredibile parabola dello scultore rinascimentale che a causa di una rissa con Michelangelo Buonarroti fu esiliato da Firenze, ma grazie al proprio talento riuscì a lavorare per la corona inglese e spagnola, forse ucciso per mano dell'Inquisizione.
1 nov 2025
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Galeotta fu la testa di Fauno

Michelangelo Buonarroti, Calco della testa di Fauno, 1489 circa, marmo, già al Museo del Bargello, attualmente la collocazione è sconosciuta.

Michelangelo Buonarroti, Calco della testa di Fauno, 1489 circa, marmo, già al Museo del Bargello, attualmente la collocazione è sconosciuta.

Pietro Torrigiano, o Piero o Torrigiani (Firenze, 22 novembre 1472 – Siviglia, agosto 1528), è sicuramente un nome che oggi ci dice poco. Eppure è stato uno dei protagonisti della scultura fiorentina rinascimentale, allievo del Giardino di San Marco al fianco di Michelangelo Buonarroti. Proprio il rapporto con il grande scultore ha influenzato per sempre la biografia dell’artista, la sua carriera e il modo con cui oggi è ricordato, se viene ricordato. La fonte principale per la vita dello scultore è, come spesso accade, il Vasari che nelle Vite ha tramandato nei secoli il celebre aneddoto da cui tutto mutò per sempre: pare che un giorno mentre Torrigiano si esercitava a copiare antiche statue nella scuola voluta da Lorenzo de Medici e affidata alla guida di Bertoldo di Giovanni, allievo di Donatello, Michelangelo provò ad emularlo e in pochissimi giorni scolpì una bellissima testa di fauno. La sua bravura lo fece divenire subito il prediletto di Lorenzo il Magnifico. Torrigiano, vedendosi messo da parte, si ingelosì a tal punto che, poco tempo dopo, mentre si trovavano assieme a copiare gli affreschi di Masaccio nella cappella Brancacci della chiesa di Santa Maria del Carmine, ad una critica sprezzante che Michelangelo gli faceva, rispose sferrandogli un pugno al naso che glielo deformò per sempre, tanto che nei ritratti di Michelangelo si nota questa deformità. A seguito dello scontro tra i due giovani artisti, Lorenzo de Medici, che aveva accolto Michelangelo in casa come una sorta di figlio adottivo e per cui nutriva profonda stima e ammirazione, esiliò Torrigiano da Firenze.

Cacciato da Firenze, alla ricerca di fortuna

Andrea Bregno, Altare Piccolomini, 1481-1485, marmo di Carrara, Duomo di Siena. Le sculture che decorano l'altare sono opera di Michelangelo Buonarroti (4), ma una è di Pietro Torrigiano: il San Francesco in alto a sinistra.

Andrea Bregno, Altare Piccolomini, 1481-1485, marmo di Carrara, Duomo di Siena. Le sculture che decorano l'altare sono opera di Michelangelo Buonarroti (4), ma una è di Pietro Torrigiano: il San Francesco in alto a sinistra.

Lo scultore fu così costretto a cercare fortuna altrove: fu inizialmente a Roma, dove collaborò con il Pinturicchio agli stucchi per decorare la nuova residenza pontificia fatta costruire da papa Nicolò V e decorò anche la torre Borgia su incarico di papa Alessandro VI del quale realizzò anche un busto in marmo. Per un breve periodo fece il soldato di ventura, durante le guerre fra gli stati italiani, lavorando anche come scultore a Siena, dove scolpì un San Francesco d'Assisi per l'altare della cappella Piccolomini, costruito nel 1485 da Andrea Bregno. I destini di Torrigiano e di Michelangelo si incontrano o meglio si scontrano nuovamente: il cardinale Francesco Todeschini Piccolomini era alla ricerca di scultori che potessero realizzare le 14 statue per decorare l'altare di Bregno e affidò l'impresa a Torrigiano, ma del nostro artista ci resta solo "il poverello di Assisi" in alto a sinistra.

Il rapporto tra il Torrigiani e il cardinale si interruppe per motivi non del tutto chiari, che costrinsero comunque il cardinale a cercare un altro artista. Indovinate di chi si trattava? Ebbene sì, proprio del Buonarroti! il 19 giugno 1501, tramite l'intercessione del banchiere Jacopo Galli, venne stipulato un contratto con il giovane Michelangelo, reduce dal clamoroso successo del suo primo soggiorno romano, in cui aveva scolpito la folgorante Pietà. Appena Michelangelo si mise al lavoro cominciarono a piovere su di lui altre offerte ambiziose, prima fra le quali quella di scolpire il gigantesco David fiorentino, che rendevano l'impresa senese ormai troppo stretta per la fama che l'artista andava conquistando. L'artista cominciò a ritenere l'impresa senese secondaria e a lavorarci solo saltuariamente. Nel 1503 il cardinale fu eletto papa, ma morì dopo soli 26 giorni. I suoi eredi convinsero Michelangelo, su stipula di un nuovo contratto datato 11 ottobre 1504, a consegnare le statue e così l'altare si arricchì delle quattro statue che si trovano entro le nicchie laterali in basso, realizzate con l'ampio impiego di aiuti.

Nonostante le ripetute richieste dei Piccolomini non furono consegnate le altre sculture previste, finché l'arcivescovo di Siena Francesco Bandini Piccolomini annullò il contratto negli anni trenta del Cinquecento, sollevando l'artista da preoccupazioni morali ed economiche, legate ad eventuali penali per risarcimento danni e al rimborso dei pagamenti già avuti. Da allora i Piccolomini cessarono di interessarsi all'altare, che rimase quindi per sempre incompiuto. Per l'ennesima volta messo in un angolo da Michelangelo e la sua fama, Torrigiano tornò a Roma e per la chiesa di San Giacomo degli Spagnoli, realizzò una pregevole cantoria in marmi policromi con la balaustra che presenta al centro lo stemma del committente, collocata nella terza campata a destra dell'altare. La cantoria presenta cinque scomparti nei quali sono raffigurati trofei d'armi e cornucopie, mentre gli scomparti più piccoli racchiudono una corolla di fiore. Da qui in poi la carriera dello scultore diviene internazionale: tra il 1509 e il 1510 operò ad Anversa per Margherita d'Austria e nel 1510 viene chiamato in Inghilterra da Enrico VIII per lavorare nell'Abbazia di Westminster al monumento funebre dei genitori del monarca, Enrico VII ed Elisabetta di York, che fu completato nel 1517 e che ancora esiste nella Lady Chapel.

Il successo in Inghilterra

Pietro Torrigiano, Monumento funebre di John Young, 1516-20, terracotta policroma, Rolls Chapel, Chancery Lane, Londra.

Pietro Torrigiano, Monumento funebre di John Young, 1516-20, terracotta policroma, Rolls Chapel, Chancery Lane, Londra.

In seguito gli fu commissionato anche un altare con paliotto e baldacchino per il lato ovest della stessa cappella. L'altare aveva la mensa e quattro pilastri in marmo, sotto la mensa, una terracotta dipinta che rappresentava il Cristo morto. Il paliotto era costituito da un altorilievo con la Resurrezione e il baldacchino era in marmo con fregi in bronzo. Quest'altare venne distrutto dai Puritani, durante le guerre di religione, nel XVII secolo. Oggi di esso rimangono due pilastri in marmo, alcune parti del Cristo e di angeli e qualche fregio in bronzo del baldacchino. Nel 1511 scolpì anche la tomba di Margaret Beaufort contessa di Richmond, madre di Enrico VII, che si trova lungo il lato sud della stessa cappella.

Nel 1516 scolpì il monumento funebre dell'archivista reale John Young, del quale realizzò anche un busto. Gli si attribuiscono anche diversi medaglioni in bassorilievo e busti di personaggi importanti della corte inglese, come il Medaglione del cancelliere Thomas Lovell, il Busto di John Fischer duca di Rochester e il Busto di Gilbert Talbot conte di Shrewsbury, oggi custodite nei principali musei inglesi e statunitensi. Anche Enrico VIII commissionò il proprio monumento funebre al Torrigiano, che iniziò i lavori per quest'opera, ma non li completò mai. Durante i lavori andò a Firenze a cercare altri artisti che lo aiutassero, si rivolse anche a Benvenuto Cellini per convincerlo a seguirlo in Inghilterra, ma questi rifiutò, sia per i numerosi lavori che aveva da completare a Roma, sia perché non aveva molta simpatia per gli inglesi, disse che non aveva affatto voglia di vivere con “quei bruti degli inglesi”. Inoltre non aveva molto in simpatia il Torrigiano che si vantava ancora di aver sfregiato Michelangelo in gioventù: per i giovani fiorentini della generazione di Cellini dichiararsi allievi del grande scultore era quasi d'obbligo. Negli archivi dell'abbazia di Westminster sono conservati i contratti originali con i quali gli vennero commissionate le opere più importanti. Venne chiamato “Peter Torrysany”. Furono pattuite 1500 sterline per il monumento funebre di Enrico VII, 1000 sterline per l'altare con baldacchino e 2000 sterline per la tomba mai compiuta di Enrico VIII.

I problemi con l'Inquisizione in Spagna e la misteriosa fine

Pietro Torrigiano, Redentore, 1500 circa, dalla sagrestia della Chiesa di Santa Trinita, Firenze.

Pietro Torrigiano, Redentore, 1500 circa, dalla sagrestia della Chiesa di Santa Trinita, Firenze.

Nel 1521 si spostò in Spagna, prima a Granada, poi a Siviglia, dove scolpisce un Busto dell'imperatrice Isabella di Portogallo e di Aragona, oggi perduto. Realizza diverse sculture per il monastero di San Gerolamo di Buonavista. Sono ben conservati al Museo di belle arti di Siviglia un San Girolamo penitente e una Madonna con Bambino, due opere che hanno lasciato una notevole influenza sulle successive tendenze artistiche degli scultori di Siviglia. Nel 1522 viene imprigionato e processato dall'Inquisizione spagnola, i motivi non sono chiari. Secondo il Vasari sembrerebbe che fosse stato accusato di iconoclastia perché aveva infranto con il suo scalpello una statua della Madonna che lui stesso aveva scolpito per il Duca d'Arcos, che poi non lo aveva retribuito adeguatamente. Sulla data della sua morte non si hanno notizie certe, pare che si sia lasciato morire di fame in prigione nel 1522 perché colpito da grave depressione. Però esiste una sentenza del Tribunale di Firenze del 1528 che assegna alla vedova di Torrigiano la dote che ella aveva reclamato dichiarando che Pietro era morto tre mesi prima, per cui potrebbe anche essere morto nel 1528.

In copertina: Pietro Torrigiano, Redentore, 1500 circa, dalla sagrestia della Chiesa di Santa Trinita, Firenze. Dettaglio.

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