cover Gertrude Abercrombie: la pittrice del sogno lucido tra surrealismo e introspezione

Gertrude Abercrombie: la pittrice del sogno lucido tra surrealismo e introspezione

Scopri la vita e le opere di Gertrude Abercrombie tra simboli, introspezione e atmosfere sospese tra sogno e realtà
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Non solo muse

Il Surrealismo solitario di Gertrude Abercrombie

Gertrude Abercombie, Strane Ombre, 1950, olio su tela, 55,9 × 91,4 cm, collezione privata, Illinois. Foto di Michael Tropea.

Gertrude Abercombie, Strane Ombre, 1950, olio su tela, 55,9 × 91,4 cm, collezione privata, Illinois. Foto di Michael Tropea.

Quando guardo le opere di Gertrude Abercrombie ho sempre la sensazione di trovarmi dentro un limbo sospeso tra realtà e finzione, come in quella prima fase del sonno in cui tutto è ancora riconoscibile ma già sfugge alle regole del mondo logico. Le sue stanze vuote, le figure isolate, i paesaggi essenziali sembrano appartenere a un sogno lucido: non completamente irreale, ma nemmeno del tutto concreto. Gertrude nasce nel 1909 ad Austin, in Texas, ma cresce tra Stati Uniti ed Europa in un ambiente colto e itinerante.

I suoi genitori, Tom e Lula Janes Abercrombie, erano cantanti lirici itineranti e si trovavano ad Austin proprio il giorno della sua nascita. Nel 1913 la famiglia si trasferì a Berlino per favorire la carriera della madre, ma lo scoppio della Prima guerra mondiale li costrinse a tornare negli Stati Uniti. Al ritorno vissero ad Aledo, Illinois, prima di stabilirsi nel quartiere di Hyde Park a Chicago nel 1916. Nel 1929 Gertrude conseguì una laurea in lingue romanze presso l’University of Illinois at Urbana–Champaign. Dopo aver studiato brevemente disegno dal vero all’Art Institute of Chicago, frequentò un corso annuale di arte commerciale presso l’American Academy of Art di Chicago, ottenendo il suo primo lavoro come illustratrice di guanti per le pubblicità dei grandi magazzini Mesirow.

Nell'estate del 1933 realizzò la sua prima vendita a una fiera d’arte all’aperto a Chicago e ricevette una menzione d’onore sulla stampa. A metà degli anni Trenta lasciò la casa di famiglia e divenne attiva nella scena artistica locale. Dal 1934 al 1940 lavorò come pittrice per il Works Progress Administration e, nel 1934, la Chicago Society of Artists organizzò una sua mostra personale. Negli anni Trenta e Quaranta iniziò anche a realizzare xilografie. Nel 1940 sposò l’avvocato Robert Livingston e nel 1942 nacque la loro figlia Dinah. La coppia divorziò nel 1948. Nello stesso anno sposò il critico musicale Frank Sandiford, con Dizzy Gillespie che si esibì al matrimonio. I due vissero immersi nello stile di vita bohémien e nella scena jazz di Chicago. Conobbero molti musicisti come Charlie Parker, grazie a Sandiford e alle capacità di Abercrombie come pianista improvvisatrice. La loro casa divenne una sorta di circolo culturale e musicale, un vero e proprio un luogo di incontri, improvvisazione e libertà creativa. Il matrimonio non fu comunque un'unione definitiva: i due divorziarono nel 1964.

La Abercrombie fu fonte d’ispirazione per il brano “Gertrude’s Bounce” di Richie Powell, che sosteneva camminasse “proprio come il ritmo dell’intro”. Apparve inoltre come se stessa nell’opera Gertrude of Stony Island Avenue e come personaggio romanzato nei lavori di James Purdy.

Quella di Gertrude certamente non è una figura pienamente integrata nei circuiti artistici ufficiali: la sua carriera si sviluppa in modo laterale, spesso fuori dalle grandi narrazioni dominanti del Novecento. Il suo lavoro viene spesso accostato al Surrealismo, ma la Abercrombie non aderisce mai completamente ai suoi codici più teorici o programmatici. Piuttosto, costruisce un linguaggio personale fatto di simboli ricorrenti: porte socchiuse, gatti, lune, figure femminili solitarie, paesaggi spogli. La sua produzione è piuttosto lontana dall’automatismo psichico di André Breton e dalla spettacolarità onirica di Salvador Dalí. Al contrario, nelle sue opere tutto è ridotto, essenziale, quasi silenzioso. Eppure, proprio in questa sottrazione si trova la sua forza.

Dalla fine degli anni Cinquanta la sua salute peggiorò a causa di difficoltà economiche, alcolismo e artrite, e divenne sempre più solitaria. Dopo il 1959 la sua produzione pittorica diminuì sia in quantità sia in dimensioni. Fu costretta su una sedia a rotelle e infine a letto. Nell’ultimo anno di vita, una grande retrospettiva delle sue opere fu organizzata presso l’Hyde Park Art Center. Morì a Chicago il 3 luglio 1977. Il suo testamento istituì il Gertrude Abercrombie Trust, che distribuì le sue opere e quelle di altri artisti da lei collezionati a istituzioni culturali del Midwest.

Il mondo onirico di Gertrude Abercrombie

Gertrude Abercrombie, Gatto bianco, 1938 circa, olio su tela, 91,5 × 76,5 cm, Smithsonian American Art Museum, Transfer from General Services Administration, 1971.447.1

Gertrude Abercrombie, Gatto bianco, 1938 circa, olio su tela, 91,5 × 76,5 cm, Smithsonian American Art Museum, Transfer from General Services Administration, 1971.447.1

La Abercrombie dipingeva spesso se stessa. I suoi autoritratti sono mascherati, trasformati: si presenta come una strega, una figura magica, una presenza marginale. Questo elemento non è casuale. Nella sua vita pubblica, infatti, coltiva consapevolmente un’immagine eccentrica, quasi teatrale.

Le sue opere trasmettono spesso solitudine, introspezione, una certa inquietudine esistenziale. Le figure sono isolate, inserite in spazi quasi vuoti, come se il mondo attorno fosse stato ridotto all’essenziale per mettere a nudo uno stato interiore. In questo senso, la sua pittura è profondamente autobiografica, anche quando non lo dichiara apertamente.

Un aspetto particolarmente interessante della sua produzione è il modo in cui costruisce lo spazio. I suoi ambienti non seguono una prospettiva realistica tradizionale: sono compressi, semplificati, a volte quasi teatrali. Le ombre sono nette, i volumi ridotti a forme geometriche. Questo contribuisce a creare quella sensazione di sospensione che ricorda il momento in cui si sta per addormentarsi: tutto è immobile, ma carico di possibilità.

La figura femminile, che nei suoi quadri costituisce quasi sempre un autoritratto, è centrale, ma mai oggettivata. Non è pensata per essere guardata dall’esterno, sembra piuttosto esistere in un proprio spazio mentale. In questo senso, la Abercrombie anticipa molte riflessioni contemporanee sull’identità e sull’autonarrazione femminile, come nella fotografia di Francesca Woodman. A differenza di molte rappresentazioni tradizionali, le sue donne non cercano approvazione: sono chiuse, autonome, enigmatiche.

Poco prima della sua morte in un’intervista a Studs Terkel confermò: “dipingo sempre me stessa”. Alta e dai tratti spigolosi, si considerava poco attraente; nella vita indossava talvolta un cappello di velluto a punta per accentuare il suo aspetto da strega, “godendo del potere che questo artificio le dava sugli altri”. Traeva inoltre ispirazione dai sogni, che considerava una fonte per rappresentare la realtà attraverso illusioni fantastiche.

Anche il simbolismo ricorrente merita attenzione: il gatto, ad esempio, appare spesso come alter ego dell’artista. Si tratta di un animale indipendente, misterioso, domestico, ma mai completamente addomesticato. La luna introduce una dimensione ciclica e notturna, mentre le porte e le finestre suggeriscono passaggi, soglie, possibilità di transizione tra stati diversi della realtà.

Le opere mature sono caratterizzate da uno stile preciso e controllato. Mostrò poco interesse per il lavoro di altri artisti, pur ammirando René Magritte.

Diceva del proprio lavoro:

Non mi interessano le cose complicate né quelle banali. Mi piacciono e mi piace dipingere cose semplici che sono un po’ strane. Il mio lavoro nasce direttamente dalla mia coscienza interiore e deve venire facilmente. È un processo di selezione e riduzione.”

Nonostante il suo talento, Gertrude Abercrombie non ha avuto in vita il riconoscimento che molti suoi contemporanei hanno ottenuto. Solo negli ultimi decenni la critica ha iniziato a riscoprirla e a valorizzarne l’originalità. Oggi è considerata una voce unica nel panorama artistico americano del Novecento, difficile da incasellare, ma proprio per questo estremamente moderna. Osservando con attenzione i suoi quadri, continuo a provare quella sensazione iniziale: come se fossi quella figura femminile che si avvicina alla soglia, ma che non riesce ad entrare davvero, che non riesce ad afferrare completamente una storia che è solo accennata e non viene mai raccontata del tutto. Non c’è una narrazione esplicita, ma una tensione costante tra ciò che vediamo e ciò che intuiamo. È una pittura che non offre risposte, ma apre spazi mentali. E forse è proprio questo che la rende così affascinante. Gertrude Abercrombie, a differenza di altre artiste surrealiste come Leonor Fini, Remedios Varo e Leonora Carrington, pur dipingendo sogni, questi assomigliano a stati di coscienza. Nei suoi dipinti non costruisce mondi impossibili, ma incrina il mondo reale quel tanto che basta per farci dubitare della sua stabilità. Proprio come accade, ogni notte, un attimo prima di addormentarsi.

In copertina: Gertrude Abercombie, Due scale, 1947, olio su masonite, 12 × 16 cm, Illinois State Museum.