
Piccola storia della moda maschile nell'arte
La storia dell'arte come storia della società e del costume

Gentile Bellini, Processione in Piazza San Marco, 1490 circa, olio su tela, 367 x 745 cm, Gallerie dell'Accademia, Venezia.
Nel lungo e meraviglioso viaggio della Storia dell’Arte occidentale, proprio come la moda femminile, anche quella maschile, non è mai un elemento accessorio, ma un vero dispositivo di costruzione dell’identità. Tra Rinascimento e Novecento, l’abbigliamento, insieme alle acconciature e alle pratiche cosmetiche, diventa uno strumento attraverso cui il potere, il ruolo sociale e la personalità vengono codificati visivamente. Come vedremo insieme, il ritratto maschile, infatti, non documenta soltanto l’aspetto del soggetto, ma ne costruisce l’immagine pubblica e simbolica.
La moda maschile nel Rinascimento: l'eleganza del nero

Tiziano Vecellio, Ritratto di un uomo, noto come L'uomo con il guanto, 1500-1525 circa, Musée du Louvre, Parigi © 2019 Grand Palais Rmn (Museo del Louvre)
Nella moda di corte, il corpo maschile viene progressivamente trasformato in immagine politica. Nei ritratti di Tiziano, come il Ritratto di un uomo, l’abito non descrive l'individuo, ma il ruolo: il velluto scuro, le maniche strutturate e la compostezza della postura costruiscono un’idea di autorità stabile, quasi naturale. La figura emerge da uno sfondo scuro con una presenza controllata e austera. L’uomo indossa una veste nera ampia, caratterizzata da linee sobrie e da una costruzione volumetrica che conferisce solidità alla silhouette. Nel Rinascimento il nero non era soltanto un colore di rinuncia o severità: soprattutto nelle corti italiane ed europee era associato al prestigio, alla disciplina e alla ricchezza, perché i tessuti neri di alta qualità, come i velluti e le lane pregiate, richiedevano processi di tintura costosi e complessi. La scelta cromatica di Tiziano contribuisce quindi a creare un’immagine di autorevolezza misurata, lontana dall’esibizione ornamentale ma profondamente legata alla rappresentazione del potere.
Nella mano destra tiene un guanto, mentre l’altra mano è raccolta verso il corpo in una posa composta. Nel contesto della moda maschile rinascimentale il guanto era un accessorio carico di significati: non aveva soltanto una funzione pratica di protezione, ma era anche un segno di distinzione sociale. Realizzati spesso in pelle lavorata, talvolta profumata, ricamata o decorata, i guanti facevano parte dell’abbigliamento delle élite e potevano indicare eleganza, ricchezza e appartenenza a un ambiente aristocratico o cortigiano.
La presenza del guanto introduce inoltre un elemento di tensione tra naturalezza e costruzione: l’uomo non ostenta gioielli o insegne militari, ma affida la propria immagine alla qualità del tessuto, alla precisione della postura e a un accessorio apparentemente semplice. Il gesto trattenuto suggerisce controllo di sé, una qualità fondamentale nell’ideale del gentiluomo rinascimentale, dove il corpo doveva manifestare equilibrio, educazione e dominio delle emozioni.
Anche il volto segue questa logica: Tiziano evita una rappresentazione celebrativa eccessivamente teatrale e concentra l’attenzione sull’intensità dello sguardo e sulla presenza psicologica del soggetto. L’abito non serve quindi a descrivere una professione o una funzione precisa, ma costruisce un modello di uomo di corte: colto, disciplinato, consapevole del proprio status. In questo senso, l'opera ci dimostra come la moda maschile del Rinascimento fosse un vero linguaggio politico, capace di trasformare il corpo individuale in una dichiarazione visibile di autorità e appartenenza sociale.
Il ritratto di corte come dispositivo di potere

Agnolo Tori detto Bronzino, Ritratto di Cosimo I de' Medici, 1543-1545, olio su tavola, 74 x 58 cm, Gallerie degli Uffizi, Firenze.
Tra le opere che meglio raccontano il rapporto tra moda maschile e potere nel Rinascimento spicca il Ritratto di Cosimo I de’ Medici in armatura di Bronzino. Il duca di Firenze è raffigurato con una preziosa armatura che, più che uno strumento di guerra, appare come un simbolo di prestigio e autorità. Nel Cinquecento l’abbigliamento maschile aveva infatti una forte funzione rappresentativa: attraverso tessuti ricercati, colori raffinati e accessori di lusso, nobili e sovrani manifestavano il proprio rango sociale. Nei ritratti ufficiali, l’armatura diventava parte integrante di questa strategia di comunicazione visiva, trasformandosi in un vero e proprio emblema del potere. L’opera di Bronzino testimonia perfettamente come la moda maschile rinascimentale non fosse soltanto una questione estetica, ma uno strumento per affermare status, prestigio e identità politica. Il ritratto di corte rinascimentale, in questo senso dunque, non è mai privato: è un dispositivo pubblico, pensato per affermare gerarchie e legittimazioni politiche attraverso la forma stessa dell’abito. Anche la cura del corpo, con barbe perfettamente modellate e capelli ordinati, partecipa a questa costruzione di un ideale di controllo e autorevolezza.
La tecnica dello slashing: innovazione rinascimentale

Agnolo Tori detto Bronzino, Ritratto di Bartolomeo Panciatichi, 1541-1545, olio su tavola, 104 x 85 cm, Gallerie degli Uffizi, Firenze.
Un'altra opera di Bronzino particolarmente interessante per il nostro discorso è il Ritratto di Bartolomeo Panciatichi, preziosa testimonianza della moda maschile aristocratica del Cinquecento. L'abbigliamento del protagonista riflette i valori di eleganza, prestigio e sobrietà propri della corte medicea: Bartolomeo indossa una lunga giacca nera di panno riccamente decorata a rilievo, sopra una giubba di raso rosso dalle maniche tagliate, che lasciano intravedere la camicia bianca secondo una delle tendenze più raffinate dell'epoca. Le maniche della giubba sono tagliate secondo la moda del tempo per lasciare affiorare la candida camicia di lino, creando un sofisticato gioco di contrasti cromatici e materici. Questa tecnica sartoriale, nota come "tagli" o slashing, era una delle innovazioni più diffuse nella moda rinascimentale e permetteva di esibire la ricchezza dei tessuti sovrapposti. Completano l'insieme un morbido berretto nero, i guanti e un libro, accessori che sottolineano non solo il suo rango sociale, ma anche la sua cultura e il suo ruolo di umanista e diplomatico. La scelta di tessuti pregiati, il contrasto cromatico tra il nero e il rosso e la minuziosa resa dei dettagli da parte di Bronzino trasformano il ritratto in un documento fondamentale per comprendere come la moda maschile rinascimentale fosse un efficace strumento di rappresentazione del potere, della ricchezza e dell'identità personale.
Come si vestivano i popolani nel Rinascimento

Pieter Bruegel Il Vecchio, Danza di contadini, 1568, olio su tavola, 114 × 164 cm, Kunsthistorisches Museum, Vienna.
Nel mondo popolare invece, l'abbigliamento rispondeva principalmente a esigenze pratiche, ma costituiva comunque un importante indicatore di appartenenza sociale e culturale. Una testimonianza particolarmente significativa è offerta da Pieter Bruegel il Vecchio nella Danza di contadini , dove l'artista raffigura una vivace festa rurale con straordinaria attenzione ai dettagli della vita quotidiana. Gli uomini indossano giubbe di lana, calzoni ampi, farsetti semplici e cappelli in feltro, realizzati con materiali robusti e adatti al lavoro nei campi. Le tonalità terrose e l'assenza di decorazioni sfarzose evidenziano la distanza rispetto all'eleganza delle corti rinascimentali, ma al tempo stesso rivelano una cultura visiva autonoma, legata alle tradizioni locali e al senso di comunità. Bruegel non utilizza l'abito per sottolineare il prestigio individuale, bensì per raccontare una collettività: i vestiti diventano parte integrante della narrazione, documentando usi, consuetudini e condizioni materiali della popolazione rurale del XVI secolo. In questo modo, la moda popolare emerge come una preziosa fonte per comprendere la vita quotidiana del Rinascimento, offrendo una prospettiva complementare rispetto ai ritratti aristocratici che dominavano la produzione artistica dell'epoca.
La gorgiera: immancabile tra gli uomini di corte del Cinquecento e del Seicento

Sofonisba Anguissola, Ritratto di Filippo II, 1573, olio su tela, 88 x 72 cm, Museo del Prado, Madrid.
La gorgiera è un elemento dell’abbigliamento maschile che ebbe grande diffusione tra la seconda metà del Cinquecento e il Seicento, soprattutto nelle corti europee. Nata come semplice protezione del collo, si trasformò progressivamente in un accessorio di prestigio, realizzato in lino finemente pieghettato e spesso irrigidito con amido o strutture di sostegno. Nella moda maschile aristocratica divenne un simbolo di eleganza, ricchezza e autorità, perché la sua forma ampia e rigida modificava la silhouette del corpo, mettendo in evidenza il volto e la posizione sociale del portatore. La sua presenza nei ritratti ufficiali dell’epoca testimonia il ruolo dell’abito come strumento di rappresentazione del potere. Celebre è il Ritratto di Filippo II di Sofonisba Anguissola, dove il sovrano spagnolo appare con un abbigliamento elegante caratterizzato dal collare rigido tipico della moda di corte del XVI secolo.
La moda maschile e il ritratto di corte del Seicento

Antoon van Dyck, Ritratto di Carlo I a cavallo, 1636, olio su tela, 367 × 292 cm, National Gallery, Londra.
Anche nel Seicento, il ritratto di corte continua a utilizzare la moda come uno dei più efficaci strumenti di legittimazione politica. Proprio come nel Ritratto di Carlo I a cavallo di Antoon van Dyck, tra le immagini più celebri della monarchia europea. Pittore ufficiale del sovrano inglese, Van Dyck costruisce una rappresentazione destinata a celebrare l'autorità regale attraverso un linguaggio visivo ricco di riferimenti simbolici. Carlo I appare in sella a un imponente cavallo, indossa un'armatura da parata, porta al collo le insegne dell'Ordine della Giarrettiera e impugna il bastone del comando militare, elementi che ne sottolineano il ruolo di monarca assoluto e capo dell'esercito. L'opera si ispira alla tradizione dei grandi ritratti equestri rinascimentali, in particolare al modello del Carlo V a cavallo di Tiziano, trasformando il sovrano in una figura eroica e quasi senza tempo. Anche la moda partecipa a questa costruzione simbolica: l'armatura lucente, i guanti, gli stivali in cuoio pregiato e la raffinata cura dell'aspetto personale non rispondono soltanto a esigenze estetiche, ma comunicano prestigio, autorità e diritto al comando. Esattamente come nel Rinascimento, anche nel Seicento aristocratico, l'abito non era semplicemente segno di ricchezza, ma linguaggio del potere, capace di trasformare l'immagine del sovrano in un manifesto politico destinato a consolidarne l'autorità agli occhi dei sudditi e delle corti europee.

Rembrandt van Rijn, Ronda di Notte, 1642, olio su tela, 363 x 437 cm, Rijksmuseum, Amsterdam.
Se nel Seicento le corti europee trasformano l'abito maschile in uno spettacolo di potere fatto di sete, pizzi e parrucche monumentali, la pittura olandese offre una prospettiva diversa, legata all'ascesa della borghesia urbana. Esempio emblematico ne è La ronda di notte di Rembrandt, uno dei dipinti più celebri del Secolo d'Oro dei Paesi Bassi. L'opera raffigura una compagnia di miliziani cittadini, espressione della ricca classe mercantile che aveva conquistato un ruolo centrale nella società olandese. I protagonisti indossano abiti eleganti, ma meno sfarzosi rispetto a quelli delle corti francesi o spagnole: giacche scure dal taglio raffinato, ampi colletti bianchi in lino o pizzo, cappelli a tesa larga, guanti e fasce distintive che identificano il rango all'interno della compagnia. La moda maschile diventa qui il riflesso di nuovi valori sociali fondati sul prestigio economico, sul senso civico e sull'affermazione individuale. Pur rinunciando all'opulenza aristocratica, questi uomini utilizzano l'abbigliamento come strumento di autorappresentazione, mostrando come nel Seicento il linguaggio della moda si stesse progressivamente allontanando dall'esclusiva dimensione nobiliare per diventare espressione anche del potere della borghesia emergente.
La moda popolare maschile nel Seicento

Diego Velázquez, L'acquaiolo di Siviglia, 1620, olio su tela, 105 × 80 cm, Wellington Collection Apsley House, Londra.
Un’immagine preziosa della moda maschile dei ceti popolari nel Seicento è offerta da L'acquaiolo di Siviglia, dove il pittore spagnolo restituisce con straordinario realismo la figura di un venditore ambulante di acqua nelle strade di Siviglia. L’uomo indossa abiti semplici e funzionali: una veste di tessuto grezzo dai toni bruni, una camicia chiara che emerge dal taglio dell’indumento e nessun elemento decorativo o distintivo legato allo status sociale. L’abbigliamento non risponde a logiche di rappresentanza, come nelle corti barocche, ma alle esigenze concrete del lavoro quotidiano, segnato dalla fatica e dall’esposizione agli elementi. Eppure, attraverso la monumentalità della figura e la cura dei dettagli — come le pieghe del tessuto e la qualità materica della stoffa — Velázquez conferisce dignità visiva anche a questo abbigliamento povero, mostrando come nell'arte del Seicento la moda non parli solo il linguaggio del potere, ma sia anche testimonianza concreta della vita dei lavoratori urbani.
Come si vestivano i signori nel Settecento

Thomas Gainsborough, Il ragazzo in blu, 1770, Huntington Library, San Marino, California.
Nel Settecento la moda maschile raggiunge una forma di raffinata eleganza in cui l’abito, il corpo e la cura estetica concorrono alla costruzione di un’identità sociale fortemente codificata. È il caso de Il ragazzo in blu di Thomas Gainsborough, in cui il giovane protagonista appare avvolto in un abito di seta blu intenso, tagliato con precisione e arricchito da dettagli che ne sottolineano l’appartenenza a un ambiente alto-borghese o aristocratico. La scelta cromatica, insolita e preziosa, dialoga con la tradizione ritrattistica inglese e con l’ideale di eleganza controllata tipico dell’epoca. Nel contesto settecentesco, infatti, la distinzione sociale passa sempre più attraverso la qualità dei tessuti, la cura delle linee e la sobrietà studiata della composizione, piuttosto che attraverso l’ostentazione barocca del secolo precedente. Anche il parrucco, ancora diffusissimo tra le élite, contribuisce a definire il volto maschile come superficie costruita: incipriato, ordinato e simmetrico, esso rimanda a un ideale di disciplina e decoro che coinvolgeva anche la pelle del viso, spesso schiarita e uniformata tramite polveri cosmetiche. In questo senso, il ritratto di Gainsborough restituisce non solo un giovane elegante, ma un’intera cultura dell’apparenza in cui l’identità maschile si definisce attraverso un equilibrio tra naturalezza e artificio, tra individualità e codice sociale condiviso.
La cravatta: invenzione settecentesca della moda maschile

Hyacinthe Rigaud, Ritratto di Luigi XIV, 1701, olio su tela, 277 × 194 cm, Museo del Louvre, Parigi.
La nascita della cravatta nell’abbigliamento maschile si colloca intorno prima metà del XVII secolo, durante la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), quando un reggimento di mercenari croati entrò al servizio dell’esercito francese. Questi soldati portavano al collo un piccolo fazzoletto di lino o mussola, annodato in modo semplice, utilizzato probabilmente per proteggere il collo dell’uniforme e come elemento distintivo dell’abbigliamento militare. Il termine francese cravate deriva proprio dalla deformazione della parola “croate”, riferita all’origine di questi soldati. L’accessorio attirò l’attenzione della corte francese, dove venne progressivamente trasformato da oggetto pratico a dettaglio di moda. Durante il regno di Luigi XIV (1643-1715), la cravate divenne un elemento fondamentale dell’abbigliamento aristocratico maschile: non era più un semplice fazzoletto annodato, ma un accessorio realizzato con tessuti preziosi come lino finissimo, seta e pizzo, spesso disposto in elaborate pieghe e accompagnato da nastri decorativi. Nel Ritratto di Luigi XIV realizzato da Hyacinthe Rigaud la grande cravatta bianca in pizzo che circonda il collo del sovrano contribuisce alla costruzione di un’immagine di potere e magnificenza. La sua ampiezza e la ricchezza del materiale sottolineano il rango del monarca e riflettono il gusto della corte di Versailles, dove ogni dettaglio dell’abbigliamento era regolato da precise convenzioni simboliche.
Nel corso del XVII e XVIII secolo la cravatta subì diverse trasformazioni: dalla complessa cravate barocca, spesso rigida e ornamentale, si passò a forme più semplici e funzionali, fino ad arrivare alla diffusione dello stock e della cravatta lunga nell’Ottocento. In particolare, nel XIX secolo l’accessorio assunse un ruolo centrale nella definizione dell’identità maschile moderna: con l’affermarsi del completo borghese e della nuova idea di eleganza basata sulla sobrietà e sulla precisione sartoriale, la cravatta divenne il principale elemento decorativo dell’abito maschile, sostituendo progressivamente ricami, pizzi e ornamenti tipici dei secoli precedenti.
La "grande rinuncia maschile" nell'Ottocento

Édouard Manet, Colazione sull'erba, 1863, olio su tela, 208 x 264.5 cm, Musée d'Orsay, Parigi.
In Colazione sull'erba di Édouard Manet, la scelta di ritrarre i protagonisti maschili con abiti contemporanei, anziché con vesti storiche o mitologiche, rappresentò per l'epoca una provocazione radicale tanto quanto la nudità femminile. I due giovani intellettuali seduti sul prato indossano quello che gli storici della moda definiscono il precursore del moderno abito da uomo, caratterizzato da tinte scure, giacche dal taglio sobrio, pantaloni lunghi e camicie bianche abbinate a cravatte flosce. Questo abbigliamento è il manifesto visivo della cosiddetta "grande rinuncia maschile", il fenomeno sociologico tra il Settecento e l'Ottocento per cui l'uomo della nascente classe borghese abbandonò i colori sgargianti, le sete, i ricami e i pizzi tipici dell'aristocrazia dell'Antico Regime per adottare una sorta di uniforme democratica, austera e funzionale, legata ai valori del lavoro, del decoro urbano e del capitalismo industriale. La pittura di Manet documenta magistralmente questa transizione, dove l'eleganza non si esprime più attraverso l'ostentazione del lusso, ma attraverso la perfezione del taglio, la pulizia delle linee e la studiata noncuranza dei dettagli.
Il nuovo modello di stile: il dandy

Robert Dighton, Caricatura di Sir Beau Brummell, 1805.
Negli ultimi decenni dell'Ottocento, mentre la barba e i baffi continuavano a dominare la moda maschile, il mondo dell'arte iniziò a proporre modelli di bellezza più sofisticati e meno convenzionali. I Preraffaelliti e, successivamente, gli artisti legati al Simbolismo e all'Estetismo mostrarono figure maschili eleganti, dai tratti raffinati e spesso caratterizzate da una forte attenzione all'aspetto estetico. Nelle celebri illustrazioni di Aubrey Beardsley, protagonista della cultura decadente inglese di fine secolo, compaiono personaggi dai profili sinuosi e ricercati, che riflettono il gusto per la bellezza e l'artificio tipico della Belle Époque. Pur senza incidere direttamente sulle mode quotidiane come aveva fatto il dandismo di Beau Brummell, queste correnti contribuirono ad ampliare le rappresentazioni della mascolinità nell'arte europea, anticipando alcune sensibilità estetiche del Novecento.
La moda maschile nel Novecento guarda alla sobrietà

Amedeo Modigliani, Ritratto di Paul Guillaume, 1916, olio su tela, 81 × 54 cm, Museo del Novecento, Milano.
Nel corso del Novecento la moda maschile attraversò una profonda trasformazione, passando dall’eleganza formale e rigorosa dell’età edoardiana a forme di abbigliamento sempre più pratiche, individuali e influenzate dai mutamenti sociali. L’arte rappresenta una testimonianza privilegiata di questa evoluzione: il Ritratto di Paul Guillaume di Amedeo Modigliani documenta l'affermazione di una nuova figura maschile borghese e intellettuale. Il mercante d’arte è raffigurato con un abito scuro dal taglio essenziale, camicia bianca e cravatta, elementi che incarnano i codici dell’eleganza maschile dei primi decenni del secolo. La sintesi formale di Modigliani, caratterizzata dalle celebri linee allungate e dalla raffinata essenzialità cromatica, enfatizza il ruolo dell’abito come segno di prestigio culturale e sociale, mostrando come la moda maschile dell’epoca fosse sempre più orientata verso sobrietà, qualità sartoriale e distinzione intellettuale piuttosto che verso l’ornamento. Il dipinto costituisce quindi una fonte iconografica di grande valore per comprendere l'estetica dell'uomo moderno alla vigilia delle profonde trasformazioni che avrebbero caratterizzato il resto del Novecento.
L'inversione di marcia della moda futurista

Giacomo Balla, Disegno per abito futurista, 1914.
La sobrietà del Novecento è interrotta solo dalla moda futurista, che intende creare uno stile adatto all’uomo moderno, dinamico e tecnologico. Gli artisti futuristi rifiutavano gli abiti tradizionali, considerati troppo rigidi e legati alla vecchia società, e proponevano vestiti innovativi ispirati alla velocità, alle macchine e all’energia del mondo moderno.
Giacomo Balla fu uno dei principali protagonisti della moda futurista: nel 1914 ideò il “Vestito antineutrale”, caratterizzato da colori vivaci, forme geometriche e decorazioni dinamiche che dovevano trasmettere movimento e vitalità. Anche Fortunato Depero contribuì allo sviluppo dell’abbigliamento futurista, creando progetti di abiti e accessori con uno stile originale e sperimentale. I futuristi immaginarono nuovi capi come i gilet futuristi, decorati con colori contrastanti e motivi astratti, e la tuta unica, un abito pratico e semplice pensato per sostituire l’abbigliamento maschile tradizionale formato da giacca, camicia e pantaloni separati. Questi vestiti rappresentavano l’idea di un uomo nuovo, libero dalle convenzioni del passato, pronto a vivere in una società dominata dalla tecnologia, dalla velocità e dal progresso.
In copertina: Bartolomeo Veneto, Ritratto di Gentiluomo, 1515-1520 circa, olio su tela, 76,8 x 58,4 cm, National Gallery of Art, Washington, D.C.