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Giovanna Garzoni: nature morte e scrittura calligrafica

L'artista delle nature morte ad acquerello fu anche autrice di un libro di calligrafia
11'
Non solo muse

Giovanna Garzoni non è una voce isolata

Giovanna Garzoni, Fiori in un vaso posto su una base di pietra con una conchiglia a lato, tempera e tracce di matita nera su pergamena, 45,3 x 33,4 cm, collezione privata © Wannenes Casa d'Aste.

Giovanna Garzoni, Fiori in un vaso posto su una base di pietra con una conchiglia a lato, tempera e tracce di matita nera su pergamena, 45,3 x 33,4 cm, collezione privata © Wannenes Casa d'Aste.

Nel panorama della pittura italiana del Seicento, Giovanna Garzoni emerge come una figura appartata ma straordinariamente moderna, soprattutto se letta accanto ad altre artiste sue contemporanee come Artemisia Gentileschi, Lavinia Fontana e Fede Galizia.

Se Artemisia ha imposto una forza narrativa drammatica e teatrale, e Lavinia Fontana ha conquistato lo spazio del ritratto ufficiale di corte, la Garzoni si muove in una direzione diversa: più silenziosa, più analitica, quasi contemplativa. Come Fede Galizia, anche lei si dedica alla natura morta, ma ne spinge la resa verso un livello di precisione miniaturistica e di astrazione controllata che la distingue nettamente.

In questo senso, Garzoni rappresenta una via alternativa alla pittura femminile barocca: non il gesto e la scena, ma il dettaglio; non la narrazione, ma l’osservazione. Un modo diverso di occupare lo spazio artistico, altrettanto radicale.

Una vita in viaggio tra le corti europee

Carlo Maratta, Ritratto di Giovanna Garzoni, 1665 circa, Pinacoteca Civica, Ascoli Piceno.

Carlo Maratta, Ritratto di Giovanna Garzoni, 1665 circa, Pinacoteca Civica, Ascoli Piceno.

Giovanna Garzoni nasce ad Ascoli Piceno da una famiglia di origini veneziane. Fin da giovane entra in contatto con un ambiente legato all’arte e all’artigianato, probabilmente grazie alla famiglia materna di orafi e all’influenza dello zio Pietro Gaia, seguace di Palma il giovane, che la avvia al disegno. Questa prima formazione segna l’inizio di un percorso che la porterà a diventare una delle più raffinate miniaturiste del Seicento.

Dopo un periodo a Venezia, dove vive con il fratello e realizza già opere in miniatura su pergamena, la sua vita si intreccia anche con vicende personali complesse: viene data in matrimonio al pittore Tiberio Tinelli, ma l’unione dura poco e viene annullata, probabilmente per una scelta di vita legata alla castità. In questi anni, Garzoni perfeziona anche la calligrafia e il disegno, studiando con maestri specializzati.

Intorno al 1630 si sposta a Napoli, passando poi per Roma, dove entra in contatto con importanti figure dell’ambiente culturale e artistico. Qui inizia a farsi conoscere anche come artista al servizio di committenti prestigiosi, ma le difficoltà economiche la costringono a muoversi continuamente tra diverse città e mecenati.

Un momento decisivo arriva con il trasferimento a Torino, alla corte dei Savoia. Qui lavora per la duchessa Cristina di Francia e per l’aristocrazia locale, realizzando ritratti e piccole composizioni che già mostrano la sua cifra stilistica: un’attenzione minutissima al dettaglio, soprattutto nella resa di frutti, fiori e oggetti, descritti con una precisione quasi scientifica. In queste opere si avverte l’influenza della pittura fiamminga e lombarda, ma anche una sensibilità personale molto riconoscibile.

Dopo la morte del suo principale protettore, lascia Torino e probabilmente viaggia tra Francia e Inghilterra, entrando in contatto con nuove tradizioni artistiche. La fase più matura della sua carriera si svolge però a Firenze, alla corte dei Medici. Qui lavora per una delle committenze più importanti dell’epoca e sviluppa pienamente il suo stile: una natura morta raffinata, che unisce osservazione scientifica e sensibilità estetica. I suoi “erbari figurati” e le composizioni floreali diventano veri e propri studi sul mondo naturale, resi con una tecnica minuziosa a guazzo su pergamena.

A Firenze raggiunge la massima affermazione, ottenendo incarichi prestigiosi e consolidando una fama che la porta infine a Roma, dove viene accolta nell’Accademia di San Luca. Qui trascorre gli ultimi anni della sua vita, circondata da onori e riconoscimenti, e lascia anche parte delle sue opere e dei suoi beni all’istituzione.

Giovanna Garzoni muore lasciando un’eredità artistica molto particolare: le sue miniature non sono solo esercizi di virtuosismo tecnico, ma piccoli mondi osservati con sguardo attento e quasi scientifico. Nei suoi frutti, nei fiori e negli insetti dipinti con estrema precisione si riflette un universo fragile e luminoso, sospeso tra studio della natura e poesia visiva, che la rende una figura unica nel panorama artistico del Seicento europeo.

Le nature morte di Giovanna Garzoni

Giovanna Garzoni, Natura morta, tempera su pergamena, 1660, J. Paul Getty Museum, Los Angeles.

Giovanna Garzoni, Natura morta, tempera su pergamena, 1660, J. Paul Getty Museum, Los Angeles.

Fin da giovanissima mostra una predisposizione per la miniatura, una tecnica che richiedeva controllo assoluto della mano e una capacità quasi analitica di osservazione. Un’opera firmata a soli sedici anni conferma un precoce livello di autonomia artistica e maturità tecnica.

La natura morta è un genere estremamente affascinante: da sempre considerato “minore” rispetto alla pittura storica o al ritratto, questo spazio apparentemente marginale è stato il terreno di affermazione di molte artiste, che vi hanno trovato una possibilità di autonomia espressiva.

Accanto a Fede Galizia, Anna Stanchi, e a figure nord-europee come Clara Peeters, Giovanna Garzoni con la sua esperienza ha contribuito a definire un linguaggio in cui il controllo del dettaglio diventa anche controllo dello sguardo. La natura morta, in questo contesto, non è semplice rappresentazione, ma diventa architettura di immagini, costruzione di un ordine visivo e mentale.

Per molte artiste, questo genere ha rappresentato una forma di libertà: meno vincolato alle grandi narrazioni religiose o mitologiche, più aperto alla sperimentazione tecnica e alla ricerca personale. Nel caso di Garzoni, questa libertà si traduce in un universo miniaturistico dove ogni elemento è calibrato con precisione assoluta.

Giovanna Garzoni e la scrittura calligrafica

Giovanna Garzoni, Galeone in mare, foglio dal "Libro de' caratteri cancellereschi corsivi", 1617-1622 circa, Accademia di San Luca, Roma.

Giovanna Garzoni, Galeone in mare, foglio dal "Libro de' caratteri cancellereschi corsivi", 1617-1622 circa, Accademia di San Luca, Roma.

Chi conosce già Giovanna Garzoni la associa soprattutto alle sue piccole nature morte ad acquerello, che hanno reso celebre la sua mano minuziosa e controllata, anche se la sua attività includeva anche raffinati ritratti in miniatura. Meno noto, invece, è un altro versante della sua produzione: il Libro de’ caratteri cancellereschi corsivi, un vero e proprio libro di calligrafia.

Quest’opera è oggi conservata presso l’Accademia di San Luca a Roma e si compone di quarantadue fogli singoli, nei quali la Garzoni sperimenta la scrittura in stile “corsivo cancelleresco”, una forma grafica sviluppata in Italia e caratterizzata da lettere inclinate e da ascendenti e discendenti marcati. All’interno del volume si alternano testi di natura diversa: estratti religiosi e storici, lettere indirizzate a destinatari reali o immaginari e, in alcuni casi, vere e proprie pagine ibride in cui la scrittura si intreccia con l’immagine, come piccoli acquerelli di animali o rappresentazioni calligrafiche estremamente dettagliate, tra cui quella di una nave.

Resta allora una domanda: perché Giovanna Garzoni si dedicò anche alla calligrafia? Alcune ricerche recenti, in particolare quelle della studiosa Aoife Cosgrove, aiutano a chiarire questo aspetto meno esplorato della sua attività.

Innanzitutto, non si tratta di un caso isolato. Nel XVII secolo la calligrafia era una pratica diffusa anche tra le donne artiste in Europa: figure come Maria Strick nei Paesi Bassi ed Esther Inglis in Inghilterra avevano costruito la propria identità professionale proprio attraverso la scrittura decorativa. In molti casi, queste artiste avevano appreso la disciplina sotto la guida di un maestro, per poi trasformarla in uno strumento di affermazione personale e di riconoscimento artistico.

Anche Giovanna Garzoni si inserisce in questo contesto. Nel suo stesso manoscritto compare infatti il nome di Giacomo Rogni come suo insegnante di calligrafia. Le ricerche condotte da Cosgrove hanno inoltre messo in luce possibili connessioni stilistiche con il lavoro del calligrafo olandese Jan van de Velde il Vecchio. Il suo stile presenta affinità evidenti con quello della Garzoni, tanto che una particolare coincidenza iconografica ha attirato l’attenzione degli studiosi: la rappresentazione di una nave realizzata in forma calligrafica, presente nel frontespizio di un libro del 1605 di Van de Velde, risulta sorprendentemente simile a quella che compare nel Libro de’ caratteri.

Questo elemento suggerisce che la Garzoni avesse probabilmente avuto accesso diretto alle opere di questo maestro e che la sua formazione, pur radicata nell’insegnamento di Rogni, fosse inserita in una rete di influenze più ampia e internazionale.

La studiosa osserva inoltre come sia possibile percepire un’evoluzione nella capacità di Garzoni anche all’interno delle singole sezioni del "Libro de’ caratteri", elemento che la porta a ipotizzare che l’artista sia tornata più volte sul manoscritto, rielaborandolo e sperimentando progressivamente nuove soluzioni formali. Parallelamente, emerge un’interessante affinità tra l’impostazione compositiva delle pagine calligrafiche e quella delle nature morte della pittrice: in entrambi i casi si riscontra la presenza di un elemento centrale fortemente strutturato, arricchito da ornamenti fluidi e da ulteriori punti di attenzione secondari che contribuiscono a bilanciare la composizione complessiva.

Questa osservazione consente di avanzare l’ipotesi che la pratica calligrafica non abbia rappresentato soltanto un esercizio tecnico per il controllo del segno, ma abbia contribuito in modo significativo alla definizione del suo linguaggio maturo, influenzando la costruzione delle composizioni, l’equilibrio tra pieni e vuoti e l’uso ornamentale degli elementi. Nel complesso, la ricerca di Aoife Cosgrove suggerisce quindi che l’impatto della calligrafia sullo sviluppo stilistico di Garzoni sia stato molto più rilevante di quanto precedentemente riconosciuto.

Le lettere di Giovanna Garzoni

Giovanna Garzoni, Galeone in mare, foglio dal "Libro de' caratteri cancellereschi corsivi", 1617-1622 circa, Accademia di San Luca, Roma.

Giovanna Garzoni, Galeone in mare, foglio dal "Libro de' caratteri cancellereschi corsivi", 1617-1622 circa, Accademia di San Luca, Roma.

Alcune delle lettere di Giovanna Garzoni si trovano anche nel suo libro di calligrafia dell'artista: in particolare, nove lettere erano indirizzate a persone specifiche come le due missive scritte al fratello Mattio. Le altre sette persone con cui l'artista desiderava comunicare sono state per tempo avvolte nel mistero. La ricerca di Aoife Cosgrove tra gli archivi italiani le ha permesso di individuare Alessandro, Olimpia e Alberto Pompei, che erano rispettivamente padre, madre e figlio, come destinatari di queste lettere. Sebbene fossero membri della nobiltà, la loro reputazione non era proprio immacolata. Alessandro Pompei fu infatti in prigione tra il 1613 e il 1616, e il conte visse solo altri sei anni dopo il suo rilascio. Queste informazioni hanno permesso alla studiosa di proporre una data più precisa per il libro di calligrafia della Garzoni, ritenendo che molto probabilmente lo abbia scritto tra il 1617 e il 1622. Nel complesso, il corpus delle lettere di Giovanna Garzoni hanno rivelato che era in contatto con persone di ogni ceto sociale: da conti e contesse, a sacerdoti e canonici, oltre che a scrittori e poeti. Quello che emerge, è che già da adolescente, la Garzoni fosse molto orientata alla carriera e si impegnasse con dedizione per raggiungere il successo grazie a una sempre più ampia clientela.

Approfitterei dell'occasione per una breve digressione, che riguarda il mio lavoro di ricerca su Artemisia Gentileschi, in cui un ruolo centrale è stato assunto proprio dallo studio della sua corrispondenza. Il corpus delle lettere, pubblicato da Solinas, rappresenta infatti una fonte preziosa non solo per ricostruire la rete di contatti dell’artista, i rapporti con i principali committenti, gli spostamenti e la cronologia della sua attività, ma anche per comprendere più a fondo il suo modo di lavorare.

Attraverso queste lettere emerge con chiarezza il carattere volitivo di Artemisia, la sua determinazione e una spiccata capacità imprenditoriale, sostenuta da una notevole tenacia nel difendere il proprio ruolo professionale. Ne affiora una consapevolezza lucida del valore della propria arte, insieme a un’abilità non comune nel sapersi muovere all’interno del sistema dell'arte. Le lettere restituiscono così l’immagine di un’artista capace non solo di creare, ma anche di negoziare, mediare e costruire attivamente la propria posizione nel mondo dell’arte.

In queste sede, è interessante operare un confronto tra la corrispondenza di Artemisia Gentileschi e quella di Giovanna Garzoni, anche nel contesto dei rapporti con ambienti come quello di Cassiano dal Pozzo e di altri committenti eruditi e di corte, perché mette in luce due modalità profondamente diverse di posizionamento femminile nel sistema artistico seicentesco.

Nel caso di Artemisia Gentileschi, le lettere restituiscono una voce diretta e fortemente assertiva. La scrittura è uno strumento di negoziazione esplicita: l’artista rivendica compensi, sollecita pagamenti, difende la qualità del proprio lavoro e costruisce con chiarezza la propria identità professionale. Ne emerge una figura consapevole del proprio valore, capace di utilizzare la corrispondenza come spazio attivo di contrattazione e autorappresentazione all’interno del mercato artistico.

Nel caso di Giovanna Garzoni, invece, la documentazione epistolare e i rapporti con i committenti sembrano inscriversi in un registro più misurato e formalmente deferente, coerente con la sua collocazione nel sistema delle corti e delle reti erudite. Il suo rapporto con ambienti come quello di Cassiano dal Pozzo si sviluppa all’interno di circuiti colti in cui la produzione artistica si intreccia con pratiche di collezionismo, classificazione del sapere e scambio intellettuale. In questo contesto, la scrittura e le relazioni appaiono meno conflittuali e più orientate al mantenimento di protezioni, favori e continuità di committenza, con un tono spesso prudente e servizievole, funzionale alla stabilità della propria posizione.

Se Artemisia utilizza la lettera come strumento di affermazione e talvolta di pressione, la Garzoni sembra invece inserirsi in una rete più diplomatica e mediata, in cui la costruzione della reputazione passa attraverso l’equilibrio dei rapporti e la capacità di adattarsi alle dinamiche della committenza aristocratica ed erudita.

In entrambi i casi, tuttavia, la corrispondenza non è un elemento marginale, ma una componente essenziale della pratica artistica: uno spazio in cui si definiscono identità professionali, strategie di sopravvivenza e modalità differenti di presenza femminile nel sistema dell’arte del Seicento.

In copertina: Giovanna Garzoni, Canina, tempera su pergamena, Galleria Palatina, Firenze. Dettaglio.