
Nature tutt'altro che morte: le pittrici rinascimentali e barocche e la superbia di un genere "minore"
La natura morta: genere bistrattato, croce e delizia di molte pittrici

Anna Ruysch, Natura morta con fiori in un vaso di vetro su un ripiano di pietra, 1690 circa, olio su tela, Krannert Art Museum, Università dell'Illinois a Urbana-Champaign.
Durante il Cinquecento e il Seicento, mentre ai grandi cicli storici e alle commissioni pubbliche era molto difficile per una donna accedere, generi come natura morta, ritratto e autoritratto offrirono uno spazio inatteso di affermazione artistica. La necessità di osservare oggetti reali in ambienti domestici, l’assenza di nudo accademico e la domanda crescente da parte dei collezionisti crearono le condizioni perché numerose pittrici potessero esercitare il mestiere con successo. In questo contesto si collocano figure oggi riconosciute come fondamentali: Clara Peeters, pioniera fiamminga dei ontbijtjes e dei banketjes; Fede Galizia, raffinata interprete della sobrietà lombarda; e Giovanna Garzoni, celebrata miniaturista di corti e collezioni medicee. Accanto a loro operarono artiste come Orsola Maddalena Caccia, monaca-pittrice capace di unire devozione e perizia naturalistica; Louise Moillon, maestra francese dei frutti e dei cesti silenziosi; Margherita Caffi, autrice di sontuosi mazzi floreali barocchi; Maria van Oosterwyck e Anna Ruysch, protagoniste olandesi della natura morta floreale e simbolica; Judith Leyster, che accanto alle scene di genere coltivò anche eleganti composizioni floreali; Clara von Sassen, attiva nella tradizione fiamminga; Maria Sibylla Merian, artista-naturalista che fuse natura morta e osservazione scientifica; Caterina Angela Pierozzi, pittrice di fiori nella Firenze medicea; e, sul versante più ibrido tra arte e botanica, Isabella Parasole, incisora di tavole floreali. Sebbene spesso escluse dalle accademie e dai grandi cantieri, queste artiste seppero trasformare il “piccolo formato” della natura morta in un terreno di libertà creativa, contribuendo in modo decisivo alla definizione del genere in Europa.
Clara Peeters: la regina delle nature morte fiamminghe

Clara Peeters, Autoritratto seduta a un tavolo con oggetti preziosi, 1615-1621, olio su tavolo, 37,2 x 50,2 cm, collezione privata.
Tra le pochissime artiste che riuscirono a esercitare la pittura professionalmente nella prima metà del Seicento, Clara Peeters occupa un posto di assoluto rilievo: è la pittrice di nature morte più nota delle Fiandre e una delle figure fondamentali nello sviluppo del genere nei Paesi Bassi. Attiva ad Anversa tra il 1607 e il 1621, Peeters si specializzò in dipinti di tavole imbandite – gli ontbijtjes e banketjes che avrebbero dominato il gusto fiammingo – dove alimenti semplici o preziosi servizi da tavola diventano protagonisti di un raffinato teatro di luci e superfici. Le informazioni biografiche sono frammentarie, come spesso accade per le artiste dell’epoca, ma la qualità sorprendente del suo primo dipinto firmato e datato 1607 lascia intuire una formazione solida, forse nella bottega di Osias Beert o di altri maestri anversesi specializzati nel nuovo genere della natura morta. La produzione di Peeters, firmata con orgoglio in oltre trenta opere, rivela una straordinaria perizia tecnica e un’attenzione quasi investigativa per i riflessi su metalli, vetri e superfici lucide: elementi centrali della sua poetica. Non è un caso che nei bordi di tazze, brocche o coppe dorate compaia talvolta la minuscola immagine dell’artista, riflessa nel metallo come una presenza discreta ma rivendicata, un gesto di autorappresentazione audace in un mondo che tendeva a cancellare la firma femminile.

Clara Peeters, Natura morta con formaggi, mandorle e pretzel, 1615 circa, 34,5 × 49,5 cm, Mauritshuis, L'Aia. Il dipinto presenta il coltello firmato e il riflesso della pittrice sul bordo del coperchio della brocca. Opera acquistata dal Mauritshuis nel 2012.

Clara Peeters, Natura morta con formaggi, mandorle e pretzel, 1615 circa, 34,5 × 49,5 cm, Mauritshuis, L'Aia. Dettaglio dell'autoritratto della pittrice.
Tra i suoi lavori più celebri, la Natura morta con formaggi, mandorle e pretzel racchiude molti dei suoi tratti distintivi: la composizione calibrata, la descrizione minuziosa dei materiali, il celebre “coltello firmato” inciso sul manico – forse un oggetto reale appartenuto alla pittrice, forse un raffinato elemento simbolico. La sua mano compare anche in soggetti allora piuttosto rari, come nature morte di selvaggina e pesci, aprendo strade che altri pittori avrebbero percorso solo in seguito. Collezionata dalle élite – quattro sue grandi tele figuravano già nelle collezioni reali spagnole nel Settecento – Peeters fu probabilmente più influente di quanto suggerisca la scarsità di dati sulla sua vita. L’assenza del suo nome nei registri della corporazione di San Luca può indicare le restrizioni che pesavano sulle artiste donne, ma anche il fatto che potesse provenire da una famiglia di pittori, o addirittura dirigere una piccola bottega, dato il numero di repliche e variazioni presenti nel suo catalogo. In un’epoca in cui alle donne era spesso precluso l’accesso alla formazione artistica, Clara Peeters costruì una carriera autonoma, imponendosi come pittrice raffinata e riconoscibile: una voce che, attraverso il silenzio di tavole imbandite, rivendica ancora oggi la presenza dimenticata delle pittrici nei secoli d’oro dell’arte europea.
Fede Galizia: limpidezza e precisione nella natura morta lombarda

Fede Galizia, Natura morta, 1610 circa, olio su tavola, 31 x 43 cm. collezione privata.
Tra le protagoniste più raffinate della natura morta italiana agli inizi del Seicento, Fede Galizia emerge come una figura di straordinaria precocità e autonomia stilistica. Figlia del miniaturista trentino Nunzio Galizia e attiva soprattutto a Milano, seppe trasformare l’eredità della pittura lombarda in un linguaggio personale, sobrio e attentissimo al dato sensibile. Le sue nature morte, tra cui celebri sono le composizioni con coppe colme di frutta, ciliegie, limoni e mele, si distinguono per la limpidezza quasi cristallina della luce e per l’ordine calibrato degli oggetti, mai sovraccarichi, sempre sospesi in un silenzio contemplativo. L’influenza del naturale è dominante: Galizia osserva, misura, trascrive con esattezza scientifica, anticipando quell’interesse per il “vero” che sarebbe esploso nella pittura lombarda di primo Seicento. Allo stesso tempo, la cura per il dettaglio – il riflesso sulla buccia di una mela o il bordo tagliente di un coltello – rivela una sensibilità quasi moderna, capace di conferire dignità artistica a soggetti fino ad allora considerati marginali. Nonostante la fama raggiunta in vita come ritrattista, è proprio nella natura morta che Galizia trova la sua voce più originale, contribuendo alla definizione del genere in Italia con un linguaggio elegante e misurato che influenzerà gli sviluppi successivi della scuola lombarda.
L'eleganza silenziosa di Giovanna Garzoni

Giovanna Garzoni, Natura morta con ciotola di cedri, fine anni 1640, tempera su pergamena, 27,6 × 35,6 cm, The J. Paul Getty Museum, Los Angeles.
Di tutt’altra intonazione, ma altrettanto innovativa, è l’opera di Giovanna Garzoni, artista marchigiana attiva tra Firenze, Torino e soprattutto presso la corte dei Medici, dove la sua fama raggiunse piena maturità. Definita spesso “la miniaturista dei naturali”, Garzoni sviluppò un approccio unico alla natura morta, lavorando quasi esclusivamente a tempera e guazzo su pergamena, una scelta che accentua la delicatezza dei suoi soggetti. Frutti, vasellame orientale, fiori rari, piccoli animali e insetti convivono nelle sue composizioni in un equilibrio armonico che unisce osservazione scientifica, gusto collezionistico e sensibilità poetica. La sua curiosità per l’esotico – evidente nei piatti di porcellana cinese, nelle zucche americane, nei semi e nei fiori importati dalle nuove rotte commerciali – riflette il clima intellettuale delle corti barocche, affascinate dalla meraviglia del mondo naturale. Pur mantenendo un tratto leggero e nitido, Garzoni infonde alle sue opere un’intensa forza meditativa: ogni oggetto sembra sospeso in un’atmosfera di quiete assoluta, come se il tempo si fosse fermato per permettere allo sguardo di comprendere la fragile bellezza delle cose. Grazie alla sua vasta circolazione e alla stima di potentissimi mecenati, Garzoni divenne un punto di riferimento per la natura morta italiana, aprendo la strada a una nuova sensibilità botanica che avrebbe influenzato la pittura e la cultura visiva del Seicento.
Tra clausura e creatività: il talento di Orsola Maddalena Caccia

Orsola Maddalena Caccia, Fiori e Frutti, 1630 circa, olio su tela, 76,2 × 99,1 cm, The Metropolitan Museum of Art, New York.
Tra le figure più originali della natura morta italiana del Seicento, Orsola Maddalena Caccia occupa un posto singolare, sospesa tra vita conventuale e piena professionalità artistica. Figlia del pittore Guglielmo Caccia, detto il Moncalvo, entrò giovanissima nel monastero di Bianzè, dove contribuì a fondare una vera e propria “officina” femminile di pittura. Pur dedicandosi a soggetti sacri destinati alla devozione monastica, sviluppò parallelamente una produzione autonoma di nature morte di fiori, frutta, piccoli animali e oggetti domestici, caratterizzate da un naturalismo attento e da una luminosità tersa che rivela la sua eredità piemontese-lombarda. Le sue composizioni, spesso ordinate su un bordo di pietra o all’interno di vasi semplici, uniscono rigore descrittivo e sensibilità simbolica: ogni petalo, piuma o frutto sembra carico di un valore meditativo, coerente con la spiritualità dell’ambiente in cui operava. La precisione quasi miniaturistica e la varietà botanica dei suoi mazzi – spesso sorprendentemente ricchi, nonostante le limitate risorse del monastero – testimoniano una profonda osservazione del reale, ma anche una volontà di affermazione artistica consapevole. In questo intreccio tra clausura e creatività, Caccia rappresenta uno dei casi più affascinanti di come una pittrice poté trasformare il genere della natura morta in un linguaggio personale, intenso e perfettamente inserito nel gusto barocco.
Louise Moillon e i suoi cestini

Louise Moillon, Natura morta con cesto di frutta e mazzo di asparagi, 1630, olio su tavola, 53,3 x 71,3 cm, Art Institute of Chicago.
Tra le più raffinate interpreti della natura morta francese del Seicento, Louise Moillon si distingue per la qualità cristallina delle sue composizioni e per la precoce maturità stilistica. Figlia e sorella di pittori attivi nel quartiere parigino di Saint-Germain-des-Prés, frequentato da molti artisti fiamminghi, Moillon assimilò la precisione nordica e la trasformò in un linguaggio personale, misurato e silenzioso. Le sue nature morte di frutta, cesti intrecciati, coppe e piatti in peltro, disposte su tavoli scuri e illuminate da una luce morbida e radente, rivelano una straordinaria attenzione alle superfici, ai riflessi e ai delicati passaggi tonali. Pur operando in un contesto che concedeva alle artiste poche opportunità, Moillon riuscì a ottenere prestigiosi committenti, tra cui membri della corte e collezionisti stranieri. Dopo il matrimonio e la conversione forzata alla fede cattolica, la sua produzione si ridusse, ma le opere giovanili restano tra le più eleganti e ricercate del genere in Francia. La sua pittura, sospesa tra quiete domestica e rigore fiammingo, rappresenta uno degli esiti più alti della natura morta europea del XVII secolo.
In copertina: Giovanna Garzoni, Ciliegie e garofani. Dettaglio.