cover Properzia de' Rossi: scultrice del Rinascimento e unica biografia al femminile nelle "Vite" di Giorgio Vasari

Properzia de' Rossi: scultrice del Rinascimento e unica biografia al femminile nelle "Vite" di Giorgio Vasari

Protagonista del Rinascimento bolognese tra committenze pubbliche e raffinatissimi intagli di noccioli di frutta
11'
Non solo muse

La donna che scelse la più "maschile" delle arti: la scultura

Properzia de’ Rossi, Spilla delle 100 teste, 1520 ca., Palazzo Pitti, Firenze.

Properzia de’ Rossi, Spilla delle 100 teste, 1520 ca., Palazzo Pitti, Firenze.

Properzia de’ Rossi (ca. 1490–1530) rappresenta una delle figure più sorprendenti e innovative del Rinascimento italiano. In un’epoca in cui la scultura era considerata un’arte “da uomini”, data la forza fisica richiesta e la dominanza maschile nelle botteghe, Properzia riuscì a imporsi con un talento straordinario e una determinazione fuori dal comune. Nata a Bologna, si formò in un ambiente ricco di fermenti artistici, avvicinandosi dapprima all’intaglio su materiali minuti – come i celebri noccioli di pesca che decorava con scene complesse – per poi esprimere appieno il suo genio nella scultura monumentale.

Prima di immergerci nella vita e nelle opere di Properzia de' Rossi, fermiamoci un attimo a riflettere sulla sua città natale: Bologna. Il capoluogo felsineo ha una lunga e consolidata tradizione di città all'avanguardia, sotto il profilo sociale, culturale, artistico e accademico. Non è dunque un caso che alcune delle prime esperienze artistiche femminili particolarmente rilevanti si verifichino proprio in questo territorio: la presenza dell'Ateneo più antico d'Europa, le famiglie aristocratiche e colte e una committenza privata e religiosa di grande raffinatezza hanno favorito il lavoro di personalità quali Properzia, ma anche, poco più tardi, Lavinia Fontana, Elisabetta Sirani e Ginevra Cantofoli.

Torniamo ora però a parlare della nostra scultrice, la cui fama esplose con la partecipazione alla decorazione della Facciata di San Petronio a Bologna, dove realizzò il rilievo raffigurante Giuseppe e la moglie di Putifarre. Quest’opera, non solo tecnicamente raffinata, ma anche emotivamente incisiva, mostra una sensibilità rara nel rendere la tensione psicologica dei personaggi. Il riconoscimento pubblico che ottenne non fu però privo di ostacoli: Properzia dovette confrontarsi con pregiudizi, rivalità e conflitti con colleghi uomini che faticavano ad accettare una donna in un ruolo così prestigioso. Nonostante ciò, la sua abilità venne celebrata persino da Giorgio Vasari, che le dedicò un’ampia biografia nelle Vite, pur con toni ambivalenti che riflettono i limiti culturali dell’epoca.

Oltre alla qualità delle sue opere, Properzia de’ Rossi ha lasciato un’eredità fondamentale per la storia culturale: è diventata un simbolo della possibilità, per una donna del Rinascimento, di emergere grazie alla maestria, alla disciplina e all’ambizione artistica. La sua storia continua oggi a ispirare studi, mostre e progetti dedicati alla valorizzazione delle artiste dimenticate, contribuendo a riscrivere una storia dell’arte più completa e inclusiva. Properzia non è soltanto un caso eccezionale del passato, ma una figura che ancora parla al presente, ricordando che il talento non ha genere e che la creatività può fiorire anche nelle condizioni meno favorevoli.

Giuseppe e la moglie di Putifarre di Properzia de' Rossi

Properzia de' Rossi, Giuseppe e la moglie di Putifarre, 1526, marmo, 53 × 54 cm, Museo diocesano di San Petronio, Bologna.

Properzia de' Rossi, Giuseppe e la moglie di Putifarre, 1526, marmo, 53 × 54 cm, Museo diocesano di San Petronio, Bologna.

Nel bassorilievo Giuseppe e la moglie di Putifarre, realizzato nel 1526 per la facciata occidentale di San Petronio, Properzia de’ Rossi offre una delle più intense interpretazioni manieriste del tema biblico della castità messa alla prova. Quest’unica opera scultorea a lei con certezza attribuibile permette di cogliere appieno la sua personalità artistica, capace di fondere un’acuta osservazione del dato anatomico con una drammaturgia raffinata. La composizione, probabilmente meditata anche attraverso la celebre incisione di Marcantonio Raimondi dalla Loggia di Raffaello, mostra il profeta Giuseppe in fuga in posa decentrata, quasi risucchiato fuori dal campo mentre respinge l’assalto sensuale della moglie di Putifarre, compagna del capo delle guardie del faraone d'Egitto, figura resa con sorprendente energia androgina.

Secondo Vasari, è probabile che con la scelta di questo soggetto la scultrice volesse rappresentare, immedesimandosi nella moglie di Putifarre, il suo non contraccambiato amore per Anton Galeazzo Malvasia. Nonostante questa notizia, i documenti processuali dell’Archivio criminale di Bologna hanno rivelato che Properzia fu "pubblica concubina" di Malvasia e che fu addirittura sua alleata durante il danneggio dell'orto di un vicino di casa, che costò loro un processo nel 1520.

Ad ogni modo, la torsione dei corpi, la resa vibrante dei panneggi e la tensione emotiva che attraversa la scena rivelano la maturità di una scultrice capace di tradurre la narrazione biblica in un conflitto psicologico di forte modernità. Non stupisce dunque che l’opera colpisse l’attenzione di artisti e teorici contemporanei, da Vasari – che vide nella scelta del soggetto un possibile riflesso di vicende personali – fino a Parmigianino, affascinati dalla forza espressiva con cui Properzia seppe trasformare il marmo in teatro di passioni contrastate.

La narrazione delle artiste donne e gli stereotipi di genere

Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne, 1620 circa, olio su tela, 146,5 × 108 cm, Galleria degli Uffizi, Firenze.

Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne, 1620 circa, olio su tela, 146,5 × 108 cm, Galleria degli Uffizi, Firenze.

Il ritratto di Properzia de’ Rossi costruito da Giorgio Vasari nelle Vite è oggi considerato un caso emblematico di narrazione condizionata da stereotipi di genere. Vasari, pur riconoscendone l’abilità – soprattutto nelle minute incisioni su noccioli e nei rilievi per la Basilica di San Petronio – insiste in modo sproporzionato sulla sua vicenda sentimentale, presentandola come una donna consumata da un amore non corrisposto e quasi incapace di separare vita privata e pratica artistica. Tuttavia, la documentazione archivistica bolognese (pagamenti, contratti, registrazioni di cantiere) restituisce un profilo ben diverso: Properzia appare integrata in un sistema professionale complesso, capace di ottenere commissioni pubbliche e di competere in un ambiente dominato da uomini. La distanza tra queste fonti e il racconto vasariano suggerisce che la sua biografia sia stata “romanzata” per adattarsi a un modello narrativo che tendeva a spiegare il talento femminile come eccezione emotiva, piuttosto che come risultato di formazione, lavoro e ambizione nel contesto del Rinascimento italiano.

Un meccanismo analogo si è innescato nella fortuna critica di Artemisia Gentileschi. Per lungo tempo, la lettura della sua opera è stata dominata dall’episodio dello stupro subito da parte di Agostino Tassi e dal celebre processo del 1612, documentato negli atti giudiziari. In particolare, l'opera Giuditta che decapita Oloferne è stata interpretata quasi esclusivamente in chiave catartica o psicoanalitica, come una sorta di “vendetta pittorica” o sublimazione del trauma. Sebbene il dato biografico sia indubbiamente rilevante e storicamente attestato, è necessario anche ricordare come simili soggetti fossero ampiamente diffusi nella pittura barocca e già affrontati, ad esempio, da Caravaggio e da altri colleghi uomini e la scelta iconografica di Artemisia debba dunque essere letta anche alla luce di strategie di mercato, committenza e linguaggi visivi condivisi. Insistere unicamente sulla dimensione autobiografica rischia di oscurare la sua competenza tecnica, la sua cultura figurativa e la capacità di inserirsi con successo nei circuiti artistici europei.

Questi due casi, tra i più evidenti, mostrano come la storia dell’arte abbia a lungo costruito le artiste attraverso narrazioni eccezionali e biografiche, spesso enfatizzando elementi emotivi, traumatici o “scandalosi” a scapito dell’analisi formale e contestuale. Studi più recenti, basati su fonti documentarie e su una revisione critica delle tradizioni storiografiche, tendono invece a restituire a figure come Properzia de’ Rossi e Artemisia Gentileschi una piena agency professionale, collocandole non come anomalie, bensì come protagoniste attive dei rispettivi contesti artistici.

I noccioli intagliati: capolavori di miniatura rinascimentale

Properzia de’ Rossi e Giacomo e Andrea Gessi (attr. ), Stemma della famiglia Grassi , filigrana d’argento, parti fuse, cristallo di rocca, legno di bosso, noccoli, 39 x 22 cm, Museo Civico Medievale, Bologna.

Properzia de’ Rossi e Giacomo e Andrea Gessi (attr. ), Stemma della famiglia Grassi , filigrana d’argento, parti fuse, cristallo di rocca, legno di bosso, noccoli, 39 x 22 cm, Museo Civico Medievale, Bologna.

Tra le opere più singolari del primo Rinascimento bolognese spicca lo stemma della famiglia Grassi, un raffinato manufatto oggi conservato presso il Museo Civico Medievale di Bologna. Si tratta di una complessa composizione in filigrana d’argento, cristallo di rocca e legno di bosso—quest’ultimo particolarmente adatto alla microsculptura per la sua eccezionale durezza—nella quale sono incastonati dodici noccioli d’albicocca minuziosamente intagliati con figure di santi, due per ogni lato del nocciolo.

L’elemento che più colpisce è proprio la presenza dei noccioli scolpiti, una pratica tanto rara quanto virtuosistica. Il Vasari ricorda la sua straordinaria abilità nell’intaglio di piccoli frutti e materiali minuti, competenza che si allinea perfettamente alla finezza dei noccioli inseriti nello stemma. Resta invece più incerta la paternità della montatura in metallo prezioso: non si conosce alcuna attività orafa di Properzia. Per questo la filigrana d’argento viene generalmente assegnata ai fratelli Giacomo e Andrea Gessi, orafi bolognesi attivi nel primo Cinquecento e documentati al servizio della stessa famiglia Grassi.

L’opera suscitò grande attenzione soprattutto nella letteratura storico-artistica dell’Ottocento, quando il fascino per le arti minori e per i manufatti di microlavorazione conobbe una vera riscoperta. Come osserva Vera Fortunati, questo stemma “appartiene senz’altro a una produzione di manufatti in filigrana destinati al culto per una committenza e un collezionismo aristocratico e di raffinata fattura”: un oggetto prezioso non solo per i materiali impiegati, ma anche per la complessità tecnica e la ricercatezza estetica.

La studiosa sottolinea inoltre il trattamento vibrante e luministico della superficie metallica, modellata in un fitto groviglio decorativo che sembra quasi imitare la morbidezza di un piumaggio. Questo intreccio elegante funge da cornice ai noccioli intagliati, la cui iconografia rivela un gusto per l’antico legato agli ambienti colti della Bologna del primo Cinquecento, tra corte e Studio, dove erano diffusi interessi per i reperti epigrafici e numismatici.

Nell’insieme, conclude la Fortunati, “grazia calligrafica ed evidenze ottiche sembrano mescolarsi nella sperimentazione di un linguaggio che unisce la lezione del classicismo alle prime ‘trasgressioni’ formali della maniera”. È proprio questa fusione di eleganza antica, virtuosismo tecnico e modernità formale a rendere lo stemma Grassi un documento prezioso della cultura artistica bolognese del Rinascimento. In virtù della sua delicatezza estrema e della sua rarità, l’opera rimane uno dei più affascinanti esempi di microsculptura rinascimentale, nonché una delle testimonianze più importanti della maestria – spesso sorprendente – delle artiste donne nell’Italia del Cinquecento.

Alla ricerca delle sculture di Properzia de' Rossi a Bologna

Uno dei capitelli realizzati da Properzia de' Rossi insieme al Formigine a Palazzo Bolognini, Piazza Santo Stefano, Bologna.

Uno dei capitelli realizzati da Properzia de' Rossi insieme al Formigine a Palazzo Bolognini, Piazza Santo Stefano, Bologna.

Il panorama delle opere riconducibili a Properzia de’ Rossi e alla sua cerchia testimonia la vitalità della scultura bolognese nei primi decenni del Cinquecento, in un momento di intensa attività cantieristica attorno alla Basilica di San Petronio. Tra gli interventi più significativi si ricordano gli Angeli e le Sibille, rilievi marmorei destinati alla decorazione del grande tempio civico: opere che dialogano con gli altri protagonisti della stagione rinascimentale bolognese, da Amico Aspertini a Alfonso Lombardi. In questi manufatti emerge una sensibilità plastica attenta al moto elegante delle figure, alla vivacità del panneggio e alla ricerca di una grazia compositiva che riflette l’assimilazione delle forme classiche filtrate attraverso la cultura locale.

Alla stessa basilica è legato anche il Ritratto del conte Guido Pepoli, oggi conservato nel Museo di San Petronio: un’effigie che rispecchia il gusto per il ritratto celebrativo diffuso nelle famiglie aristocratiche bolognesi. L’attenzione alla resa fisiognomica, unita alla solidità volumetrica, suggerisce una mano aggiornata sulle ricerche più avanzate dell’ambito padano e tosco-romano, rivelando la capacità degli scultori bolognesi di muoversi tra tradizione e sperimentazione.

Sempre nel Museo della basilica si trova il Seppellimento di Abramo, opera che mostra un registro più narrativo. Il rilievo sintetizza pathos e compostezza, con figure saldamente impostate ma animate da una modulazione espressiva intensa, caratteristica della scultura bolognese di primo Cinquecento, spesso incline a un naturalismo partecipe. Un altro nucleo significativo è costituito dai marmi intagliati della chiesa di Santa Maria del Baraccano, dove si ritrova quella perizia tecnica e quel gusto per il dettaglio minutamente cesellato che caratterizzano anche le opere di ambito petroniano. Questi frammenti, spesso devozionali, mostrano una sensibilità più intima, con un linguaggio che oscilla tra austerità religiosa e ricercatezza formale.

Infine, i capitelli di Palazzo Bolognini Amorini Salina rappresentano un esempio di scultura ornamentale che integra pienamente l’edilizia signorile cittadina del periodo. La decorazione, fitta di motivi a rilievo, testimonia la continuità tra arte monumentale e arte applicata nella Bologna del tempo: un intreccio di classicismo e invenzione che riflette l’ambiente colto delle famiglie aristocratiche e il loro desiderio di affermare un’identità prestigiosa attraverso la qualità delle maestranze impiegate. Insieme, queste opere delineano un quadro coerente dell’attività scultorea bolognese tra Quattrocento e Cinquecento, entro il quale Properzia de’ Rossi si inserisce come figura originale, capace di coniugare finezza esecutiva, sperimentazione formale e una notevole autonomia stilistica.

In copertina: Ambito bolognese, Ritratto muliebre, metà XVI secolo, olio su tavola, 56 x 45 cm, Galleria Borghese, Roma. Dettaglio.