cover Elisabetta Sirani: la maestra del Barocco bolognese

Elisabetta Sirani: la maestra del Barocco bolognese

La pittrice che ha fatto Scuola nonostante la misteriosa morte prematura
11'
Non solo muse

La vita breve, ma intensa

Elisabetta Sirani, Autoritratto come Allegoria della Pittura, 1658, olio su tela, Museo Puškin delle belle arti, Mosca.

Elisabetta Sirani, Autoritratto come Allegoria della Pittura, 1658, olio su tela, Museo Puškin delle belle arti, Mosca.

Quando si parla di grandi artiste del Barocco italiano, il nome di Elisabetta Sirani emerge con forza, non solo per la sua precoce abilità pittorica, ma anche per il suo ruolo di innovatrice in un contesto artistico profondamente maschile. Nata a Bologna nel 1638, Elisabetta rappresenta un esempio straordinario di talento femminile che seppe affermarsi grazie alla dedizione, alla tecnica e a un’insaziabile curiosità intellettuale. Elisabetta era figlia di Giovanni Andrea Sirani, pittore bolognese legato alla scuola di Guido Reni, che svolse un ruolo decisivo nella sua formazione. Cresciuta in un ambiente permeato dall’arte, mostrò fin da piccola un talento straordinario. A soli quattordici anni completava opere di grande complessità compositiva, dimostrando non solo capacità tecnica, ma anche una maturità emotiva rara. La famiglia, e in particolare il padre, furono fondamentali nel permetterle l’accesso agli strumenti e alle tecniche riservate tradizionalmente agli uomini. Oltre alla pittura, Elisabetta studiava letteratura e musica, elementi che avrebbero influenzato la sensibilità narrativa delle sue opere e il modo in cui costruiva scene ricche di emozione e movimento.

Il percorso artistico di Elisabetta Sirani, sebbene breve, è stato incredibilmente prolifico. Morì prematuramente a ventisette anni nel 1665, ma in vita produsse oltre duecento opere tra dipinti, ritratti e incisioni. La sua abilità si manifestava soprattutto nella pittura a tempera e olio, con una capacità unica di gestire luce e colore. Le sue opere spaziano dai soggetti religiosi a quelli mitologici, con particolare attenzione all’umanizzazione dei personaggi femminili. Tra le più celebri si ricordano Porzia che si ferisce alla coscia e l'Allegoria della pittura, opere in cui emerge una forte indipendenza espressiva, tipica del Barocco bolognese, ma interpretata con uno stile personale e immediato. Elisabetta ricevette numerose commissioni da nobili e istituzioni religiose: la sua capacità di ritrarre volti e atteggiamenti le permise di costruire una rete di committenze che superava la media delle artiste dell’epoca.

La creazione di una bottega

Elisabetta Sirani, Timoclea uccide il capitano di Alessandro Magno, 1659, olio su tela, 228 × 174,5 cm, Museo di Capodimonte, Napoli.

Elisabetta Sirani, Timoclea uccide il capitano di Alessandro Magno, 1659, olio su tela, 228 × 174,5 cm, Museo di Capodimonte, Napoli.

Una delle innovazioni più significative della sua carriera fu la creazione di una bottega indipendente, dove insegnava pittura anche ad altre donne. In un’epoca in cui l’arte era quasi esclusivamente maschile, questa scelta la rende pioniera nella formazione artistica femminile, anticipando l’emergere di scuole e accademie aperte alle donne secoli dopo. Il suo stile si distingue per dinamismo compositivo, figure fluide e pose naturali che conferiscono movimento interno alle scene. I colori luminosi e contrastanti, eredità della lezione di Guido Reni, venivano interpretati con una sensibilità personale, e la grande attenzione all’espressività psicologica rendeva i suoi personaggi capaci di comunicare emozioni profonde e intime.

La morte prematura di Elisabetta rimane avvolta da mistero. Alcune fonti contemporanee suggeriscono cause naturali, altre ipotizzano complicazioni legate al sovraccarico di lavoro o a malattie comuni nel Seicento. Nonostante ciò, il suo impatto rimase indelebile: le sue opere furono ammirate da collezionisti e studiosi di tutta Europa, e la sua bottega continuò a ispirare giovani artiste anche dopo la sua scomparsa.

Oggi Elisabetta Sirani è celebrata non solo come pittrice talentuosa, ma anche come icona femminile del Barocco. La sua storia sfida stereotipi storici e culturali, ricordandoci che la passione, l’abilità e la determinazione possono superare barriere sociali e di genere. La sua arte continua a essere studiata nelle accademie di belle arti, esposta in musei internazionali e apprezzata dai collezionisti, dimostrando come un talento precoce possa lasciare un’eredità duratura. Elisabetta Sirani non è stata semplicemente una “pittrice prodigio” del Seicento: è stata pioniera, innovatrice e maestra, capace di rivoluzionare la percezione del ruolo della donna nell’arte. La sua vita, seppur breve, rimane un esempio di come talento, studio e passione possano trasformare la storia dell’arte.

La prima committenza pubblica

Elisabetta Sirani, Battesimo di Cristo, 1658, olio su tela, 450 × 350 cm, Chiesa di San Girolamo della Certosa, Bologna.

Elisabetta Sirani, Battesimo di Cristo, 1658, olio su tela, 450 × 350 cm, Chiesa di San Girolamo della Certosa, Bologna.

La pittura religiosa rappresenta uno degli aspetti più rilevanti della sua produzione, in cui virtuosismo tecnico, sensibilità emotiva e inventiva compositiva si uniscono a un forte senso della devozione. Un esempio emblematico è il Battesimo di Cristo (1658), realizzato per la Chiesa di San Girolamo della Certosa a Bologna, che segnò il debutto pubblico della giovane pittrice e il suo ingresso “ufficiale” nel mondo artistico. La commissione le fu affidata a seguito della vittoria di un prestigioso concorso, destinato a selezionare l’artista più adatta a rappresentare l’episodio evangelico: un’occasione straordinaria, soprattutto per una diciannovenne, che mise Sirani a confronto diretto con la tradizione pittorica della città e, in particolare, con la tela sullo stesso soggetto realizzata dal padre sei anni prima. Nell’opera, la Sirani si distacca dalla rigidità classicista per adottare una composizione barocca e dinamica: Cristo e Giovanni Battista sono al centro della scena sulle rive del Giordano, circondati da angeli, folla di popolani e nubi, che creano un effetto di profondità e movimento, mentre la luce e i colori intensi conferiscono vitalità e calore all’insieme.

Un elemento particolarmente significativo è l’inserimento di un autoritratto dell’artista, originariamente raffigurata a figura intera nelle vesti modeste di una santa carmelitana nella parte sinistra della tela, che rivolge lo sguardo fiducioso verso il cielo. Questa scelta non è solo un espediente personale, ma un segno di consapevolezza e autonomia artistica: Sirani si inserisce simbolicamente nella scena sacra, affermando la propria identità e presenza nell’opera e, più in generale, nel panorama artistico bolognese. La sua gestione della committenza, combinata alla capacità di reinterpretare in chiave personale il soggetto religioso e di rendere accessibile il senso del sacro attraverso gesti e sguardi intensamente umani, dimostra quanto fosse già allora apprezzata e considerata una pittrice di talento eccezionale. Il Battesimo di Cristo non è solo un capolavoro giovanile, ma anche un manifesto della poetica siranesca, in cui dinamismo barocco, colore vibrante e sensibilità narrativa convivono con la piena padronanza della tecnica e con l’affermazione della propria autorità artistica.

L'equilibrio tra eleganza e introspezione

Elisabetta Sirani, Ritratto di Ortensia Leoni Cordini in veste di santa Dorotea, 1660, olio su tela, 59 × 50 cm, collezione privata.

Elisabetta Sirani, Ritratto di Ortensia Leoni Cordini in veste di santa Dorotea, 1660, olio su tela, 59 × 50 cm, collezione privata.

La ritrattistica di Elisabetta Sirani rappresenta una parte fondamentale della sua produzione artistica, caratterizzata da grande attenzione psicologica e finezza esecutiva. Nei suoi ritratti, l’artista non si limita a rappresentare le fattezze esteriori del soggetto, ma coglie la personalità, lo status sociale e il carattere, combinando realismo e idealizzazione. Un esempio significativo è il Ritratto di giovane donna con ventaglio, in cui Sirani evidenzia la grazia e l’eleganza della modella attraverso l’uso sapiente del colore e dei tessuti preziosi, mentre lo sguardo diretto verso l’osservatore crea un’intima connessione. Un esempio emblematico è il Ritratto di Ortensia Leoni Cordini in veste di santa Dorotea (1660), commissionato dal marito Francesco Cordini. In questo dipinto, Ortensia è ritratta con eleganza, reggendo nella mano destra un cesto floreale, simbolo della santa, e caratterizzata da una luminosità e da una ricca tavolozza che evidenziano il virtuosismo di Sirani. La firma dell’artista, “ELISA.TA SIRANI F. MDCLX”, sottolinea l’autografia e la piena padronanza tecnica. Un’altra versione del ritratto, del 1661, mostra la donna con collana e tiara ed è conservata al Chazen Museum of Art, testimonianza della diffusione e della popolarità del soggetto tra i committenti.

Molto interessante è anche il Ritratto di Vincenzo Ranuzzi Cospi, in cui il giovane è rappresentato con naturalezza e vivacità, dimostrando la capacità di Sirani di cogliere anche l’espressività dei bambini. In tutti i suoi ritratti, l’artista cura con precisione i dettagli di abiti e accessori, che non hanno solo funzione decorativa ma comunicano lo status e il ruolo sociale dei soggetti.

Complessivamente, la ritrattistica di Elisabetta Sirani si distingue per l’equilibrio tra eleganza formale, luminosità cromatica e profondità psicologica, rendendo i suoi ritratti opere di grande immediatezza emotiva e raffinata tecnica pittorica. Attraverso questi lavori, Sirani riesce a trasformare il ritratto in uno strumento di narrazione sociale e personale, in cui la figura del soggetto diventa espressione di virtù, intelligenza e dignità.

Sensualità mitologica

Elisabetta Sirani, Venere e Amore, 1664, olio su tela, 101 × 85 cm, Collezione privata.

Elisabetta Sirani, Venere e Amore, 1664, olio su tela, 101 × 85 cm, Collezione privata.

Elisabetta Sirani non si occupò solo di ritratti, molti dei suoi dipinti si basano su soggetti mitologici. Venere e Amore fu commissionato dal conte Annibale Ranuzzi ed ereditata dal figlio Vincenzo; nel Settecento entrò a far parte della collezione di Girolamo Ranuzzi e venne collocata in una camera da letto, secondo una consuetudine dell’epoca che attribuiva alle immagini mitologiche amorose una funzione augurale e propiziatoria. Considerato a lungo perduto, il dipinto riemerse sul mercato nel 2007, quando fu venduto a Stoccolma, e venne successivamente riconosciuto e inserito nel catalogo della mostra "Le Signore dell’arte" (Milano, 2021). La scena raffigura Venere in primo piano, intenta a coinvolgere lo spettatore con uno sguardo allusivo, mentre indica il figlio Amore, rappresentato con i tratti di Vincenzo Ranuzzi Cospi, colto in un atteggiamento di sorpresa e frustrazione per aver mancato il bersaglio di un cuore appeso a un albero.

La composizione, dominata da colori caldi e da un andamento morbido e sinuoso delle forme, restituisce un tono giocoso e raffinato; la firma e la data, visibili sulla faretra di Amore, confermano l’autografia dell’opera e la piena maturità stilistica di Sirani. Anche quando il tema è amoroso, la Sirani evita l’erotismo compiaciuto e costruisce invece un’immagine misurata e raffinata, in cui la bellezza è veicolo di armonia e controllo razionale degli affetti. La mitologia diventa così uno spazio simbolico in cui l’artista esplora temi di virtù, coraggio, castità e autodeterminazione, spesso in chiave esemplare, quasi didattica

Eroine in azione

Elisabetta Sirani, Porzia che si ferisce alla coscia, 1664, olio su tela, 101 × 138 cm, Casa Saraceni, Bologna.

Elisabetta Sirani, Porzia che si ferisce alla coscia, 1664, olio su tela, 101 × 138 cm, Casa Saraceni, Bologna.

Elisabetta Sirani affrontò i soggetti mitologici con un approccio colto e originale, reinterpretandoli alla luce di una sensibilità fortemente narrativa e morale. Nelle sue opere dedicate alla mitologia classica — come Porzia ferita alla coscia e Timoclea uccide il capitano di Alessandro Magno — l’artista privilegia figure femminili protagoniste, rappresentate nel momento culminante dell’azione o in una dimensione intimamente psicologica, cariche di tensione emotiva e dignità eroica. Porzia che si ferisce alla coscia fu realizzato nel 1664: si tratta dell'ultimo lavoro della pittrice prima della morte prematura, oggi conservato a Casa Saraceni a Bologna. L’opera raffigura un celebre episodio della storia romana narrato da Plutarco, in cui Porzia, moglie di Marco Giunio Bruto, si infligge volontariamente una ferita alla coscia per dimostrare al marito la propria forza d’animo e la capacità di condividere il peso della congiura contro Cesare. Sirani concentra la scena sul gesto eroico della protagonista, vestita con una ricca veste cremisi e ritratta con espressione calma e determinata, priva di qualsiasi segno di dolore, mentre stringe con fermezza il pugnale.

Sullo sfondo compaiono alcune figure femminili intente al lavoro, che accentuano per contrasto la solennità e l’intensità morale dell’azione di Porzia. Il dipinto assume così un forte valore esemplare, celebrando virtù come il coraggio, la lealtà coniugale e l’autodominio, temi centrali nella produzione di Sirani e spesso letti anche come riflesso della sua stessa personalità. Dal punto di vista stilistico, queste scene uniscono il dinamismo barocco a un disegno netto e controllato, con colori luminosi e una composizione che guida lo sguardo verso l’espressione psicologica dei personaggi. In questo modo, i soggetti mitologici non sono semplici esercizi eruditi, ma strumenti per affermare una visione etica e intellettuale dell’arte, in cui il mito diventa veicolo di valori universali e, al tempo stesso, specchio della condizione femminile.

Il solco tracciato da Elisabetta

Elisabetta Sirani, Cleopatra, 1664, olio su tela, 94,6 × 75,5 cm, collezione privata, Modena.

Elisabetta Sirani, Cleopatra, 1664, olio su tela, 94,6 × 75,5 cm, collezione privata, Modena.

L’eredità di Elisabetta Sirani nel panorama artistico bolognese è significativa sia per la qualità della sua produzione sia per il modello di artista donna che rappresentò nel Seicento. Morta prematuramente a 27 anni, Sirani lasciò un corpus di opere che spazia dalla pittura religiosa e mitologica alla ritrattistica, caratterizzato da virtuosismo tecnico, chiarezza compositiva e intensa carica emotiva. La sua bottega a Bologna, attiva negli anni giovanili, divenne un vero centro di formazione, soprattutto per giovani donne artiste, consolidando la tradizione bolognese di eccellenza pittorica che già contava figure come Lavinia Fontana. La sua influenza si estese anche a pittori uomini della generazione successiva, che trassero ispirazione dalla sua capacità di coniugare dinamismo barocco e precisione del disegno, così come dalla sua sensibilità psicologica nel ritratto e nella narrazione mitologica. Sirani contribuì inoltre a ridefinire il ruolo delle donne nell’arte, dimostrando che potevano eccellere nella pittura di grandi dimensioni e nei generi considerati “puri”, come la storia e la mitologia, aprendo la strada a una maggiore partecipazione femminile nel panorama artistico italiano del tardo Seicento.

In copertina: Elisabetta Sirani, Porzia che si ferisce alla coscia, 1664, olio su tela, 101 × 138 cm, Casa Saraceni, Bologna. Dettaglio.