cover Odissea e simbolismo nell'arte: il viaggio di Ulisse tra mito, conoscenza e interpretazioni esoteriche

Odissea e simbolismo nell'arte: il viaggio di Ulisse tra mito, conoscenza e interpretazioni esoteriche

L'Odissea nella storia dell'arte: la fortuna iconografica del poema omerico, tra mito e simbolismo

L'Odissea: il classico della letteratura antica al cinema

La scena del recupero del Cavallo di Troia, inganno geniale, dall'Odissea di Christopher Nolan, attualmente nei cinema.

La scena del recupero del Cavallo di Troia, inganno geniale, dall'Odissea di Christopher Nolan, attualmente nei cinema.

Il nuovo film di Christopher Nolan dedicato all'Odissea ha riportato sotto i riflettori uno dei testi più influenti della cultura occidentale. Ma il capolavoro attribuito a Omero non ha ispirato soltanto scrittori e registi. Per oltre duemila anni il viaggio di Ulisse ha attraversato la storia dell'arte, la filosofia e la cultura europea, generando interpretazioni che vanno ben oltre il semplice racconto mitologico.

La forza dell'Odissea risiede infatti nella sua capacità di parlare a epoche diverse. Se per i Greci era soprattutto la storia del ritorno di un eroe alla propria patria, nei secoli successivi il poema venne progressivamente letto anche come una metafora della condizione umana, della ricerca della conoscenza e del difficile cammino verso la saggezza.

L'Odissea nell'arte antica: dalle ceramiche greche agli affreschi romani

Hydria ceretana a figure nere raffigurante l'accecamento di Polifemo, terracotta policroma, ceramica con decorazione a figure nere, 530 - 520 a.C., proveniente dalla Necropoli della Banditaccia di Cerveteri, Tomba I, a sinistra della Via Diroccata N. 2, Cerveteri, altezza massima 40,5 cm; larghezza massima con anse 39 cm; diametro bocca 22 cm; diametro base 20 cm, ETRU Museo Nazionale etrusco di Villa Giulia, Roma.

Hydria ceretana a figure nere raffigurante l'accecamento di Polifemo, terracotta policroma, ceramica con decorazione a figure nere, 530 - 520 a.C., proveniente dalla Necropoli della Banditaccia di Cerveteri, Tomba I, a sinistra della Via Diroccata N. 2, Cerveteri, altezza massima 40,5 cm; larghezza massima con anse 39 cm; diametro bocca 22 cm; diametro base 20 cm, ETRU Museo Nazionale etrusco di Villa Giulia, Roma.

Le più antiche immagini ispirate al mondo dell'Odissea compaiono già nell'arte greca arcaica, ma sarebbe un errore considerarle semplici illustrazioni del testo omerico. Come osservano gli studiosi dell'iconografia antica, il pittore greco non era un illustratore nel senso moderno del termine: raramente aveva letto un poema e spesso ne conosceva i contenuti attraverso la tradizione orale e i racconti tramandati nella comunità. La sua fonte principale era soprattutto un patrimonio di immagini, modelli figurativi e schemi compositivi condivisi.

Per questo motivo le scene dipinte sui vasi non coincidono sempre con il racconto di Omero. Gli artisti selezionavano alcuni episodi particolarmente efficaci dal punto di vista visivo e li adattavano alle esigenze della composizione, introducendo talvolta personaggi assenti nel poema o modificando alcuni dettagli narrativi. Ciò che interessava era la forza dell'immagine, non la fedeltà letterale al testo.

Nel caso dell'Odissea, tra i soggetti più rappresentati figurano l'accecamento di Polifemo, la fuga dalla grotta del Ciclope nascosti sotto il ventre degli arieti, l'incontro con le Sirene e altri episodi legati all'astuzia e all'ingegno di Ulisse. Queste immagini testimoniano quanto il ciclo omerico fosse radicato nell'immaginario greco già tra il VI e il V secolo a.C., ma non costituiscono ancora vere e proprie "illustrazioni" del poema.

Solo in età ellenistica e soprattutto romana si sviluppano cicli figurativi più vicini al concetto moderno di narrazione per immagini. Gli affreschi pompeiani, le cosiddette pitture odissiache e altri programmi decorativi organizzano infatti le avventure di Ulisse in sequenze consecutive, creando un racconto visivo articolato. È in questo momento che l'arte inizia ad avvicinarsi a una vera illustrazione dell'Odissea, pur continuando a utilizzare modelli iconografici ereditati dalla tradizione precedente.

Questa distinzione è fondamentale per comprendere il rapporto tra Omero e la storia dell'arte: le immagini antiche non nascono per spiegare il poema, ma partecipano alla stessa cultura mitica da cui il poema stesso ha avuto origine.

Polifemo: il mostro che rovescia le leggi morali

Francisco Goya, Saturno che divora i suoi figli, 1820-1823, olio su intonaco trasportato su tela,143,5 × 81,4 cm, Museo del Prado, Madrid.

Francisco Goya, Saturno che divora i suoi figli, 1820-1823, olio su intonaco trasportato su tela,143,5 × 81,4 cm, Museo del Prado, Madrid.

Tra tutti gli episodi dell'Odissea, quello di Polifemo è probabilmente uno dei più forti dal punto di vista visivo e per questo ha esercitato un fascino duraturo sugli artisti di ogni epoca. Se nelle ceramiche greche arcaiche e classiche il Ciclope compare soprattutto nel momento dell'accecamento o durante la fuga di Ulisse e dei suoi compagni nascosti sotto gli arieti, il tema continua a essere rappresentato ben oltre l'antichità, attraversando il Rinascimento, il Barocco e l'età moderna.

L'interesse degli artisti non era rivolto soltanto all'avventura eroica, ma anche alla natura stessa del personaggio. Polifemo incarna infatti l'opposto della civiltà greca: vive fuori dalle leggi degli uomini, ignora l'ospitalità sacra agli dèi e si nutre di carne umana. Nel poema omerico il suo gesto più terribile è proprio quello di divorare i compagni di Ulisse, una scena che trasforma il Ciclope in una figura di mostruosa alterità.

Il momento in cui Polifemo divora i compagni di Ulisse è uno dei passaggi più inquietanti dell'intera tradizione omerica e continua ancora oggi a colpire l'immaginario contemporaneo. Nelle recenti scene del film di Christopher Nolan, la rappresentazione del Ciclope accentua proprio questa dimensione brutale e primordiale, riportando al centro l'aspetto più terrificante del personaggio: non il gigante favoloso delle riletture rinascimentali, ma il mostro antropofago che vive al di fuori di ogni legge umana.

La storica dell'arte che è in me, ha inevitabilmente creato un'immediata connessione con il celebre Saturno che divora i suoi figli di Francisco Goya. Pur appartenendo a tradizioni mitologiche completamente diverse e senza alcun legame diretto, le due immagini condividono una straordinaria forza visiva: il corpo umano violato e consumato diventa il simbolo della distruzione assoluta e della perdita di ogni limite morale. In entrambi i casi lo spettatore si trova di fronte a una figura mostruosa che annulla ciò che dovrebbe essere protetto, sostituendo all'ordine della civiltà la logica della violenza.

Durante il Rinascimento e l'età moderna il Ciclope compare frequentemente nei grandi cicli decorativi dedicati alla mitologia classica. Gli artisti, tuttavia, mostrano spesso una preferenza per l'episodio amoroso narrato nelle Metamorfosi di Ovidio, in cui Polifemo è innamorato della ninfa Galatea. Celebri sono gli affreschi della Villa Farnesina a Roma, realizzati all'inizio del Cinquecento, dove il gigante appare immerso in un paesaggio ideale, lontano dall'immagine terrificante del mostro omerico. Anche nel Seicento e nel Settecento il tema continua ad avere fortuna in affreschi, dipinti e decorazioni di palazzi aristocratici, segno della persistente vitalità del personaggio nella cultura figurativa europea.

La lunga fortuna iconografica di Polifemo dimostra come il mito antico potesse essere continuamente reinterpretato. Mostro antropofago nell'Odissea, amante infelice nella tradizione ovidiana, gigante pastorale nella pittura rinascimentale e barocca, il Ciclope diventa nel corso dei secoli una figura poliedrica, capace di incarnare tanto la brutalità primordiale quanto le passioni e le contraddizioni dell'animo umano.

Circe e la metamorfosi

Dosso Dossi, Circe e i suoi amanti in un paesaggio, 1525, olio su tela, 100,8 × 136,1 cm, National Gallery of Art, Washington.

Dosso Dossi, Circe e i suoi amanti in un paesaggio, 1525, olio su tela, 100,8 × 136,1 cm, National Gallery of Art, Washington.

La figura di Circe conosce una straordinaria fortuna iconografica nel Rinascimento, quando il rinnovato interesse per la mitologia classica porta gli artisti a riscoprire non solo i racconti di Omero, ma anche le numerose riletture letterarie dell'antichità, in particolare le Metamorfosi di Ovidio. La maga dell'Odissea, capace di trasformare i compagni di Ulisse in animali attraverso le sue arti, diventa così un soggetto privilegiato per riflettere sul tema della metamorfosi, della conoscenza magica e del rapporto ambiguo tra natura umana e istinto.

Un esempio significativo è il dipinto Circe e i suoi amanti in un paesaggio (1525 circa) di Dosso Dossi. L'opera non rappresenta un episodio preciso dell'Odissea, ma una complessa elaborazione del mito di Circe, immersa in un paesaggio fantastico e circondata da figure umane e animali che alludono al tema della trasformazione.

La scelta di Dosso Dossi si inserisce nella cultura rinascimentale delle corti italiane, dove i miti antichi venivano utilizzati come immagini colte e ricche di significati simbolici. Circe appare come una figura sospesa tra sapere e seduzione, capace di dominare il confine tra umano e animale. Gli animali presenti nella scena richiamano il potere della metamorfosi, ma anche il tema della perdita della ragione e dell'abbandono agli impulsi.

Nel Rinascimento, tuttavia, Circe non viene interpretata esclusivamente come una figura negativa. Accanto alla tradizione che la presenta come ingannatrice e pericolosa, emerge anche il fascino della maga come donna dotata di conoscenza e poteri straordinari. Proprio questa ambivalenza — tra minaccia e attrazione, sapere e seduzione — renderà Circe una delle figure mitologiche più fortunate nella storia dell'arte europea, destinata a trasformarsi ulteriormente nelle epoche successive.

L'evoluzione dell'iconografia di Circe e della strega: da mostruosa a seducente

John William Waterhouse, Circe offre la coppa a Ulisse, 1891, olio su tela, 148 x 92 cm, Oldham Gallery, Oldham.

John William Waterhouse, Circe offre la coppa a Ulisse, 1891, olio su tela, 148 x 92 cm, Oldham Gallery, Oldham.

Gli artisti dell'Ottocento, affascinati dal simbolismo, dall'esoterismo e dalle dimensioni più misteriose della psiche umana, contribuirono a consolidare una nuova immagine di Circe. La maga dell'Odissea non viene più rappresentata soltanto come la donna capace di trasformare gli uomini in animali, ma come una figura complessa e ambigua, sospesa tra conoscenza, seduzione e potere. In questa rilettura moderna la metamorfosi assume spesso un significato psicologico: la perdita della ragione di fronte al desiderio, la fascinazione esercitata dall'ignoto, il rischio di abbandonarsi agli istinti più profondi.

Un ruolo fondamentale in questa trasformazione iconografica fu svolto da John William Waterhouse, che dedicò diverse opere alla maga. In dipinti come Circe offre la coppa ad Ulisse (1891), l'artista raffigura la protagonista come una donna di straordinaria bellezza e sensualità, seduta frontalmente mentre offre la coppa incantata a Ulisse. Lo sguardo diretto, l'atmosfera sospesa e gli elementi magici disseminati nella scena trasformano il mito in una riflessione sul fascino irresistibile del desiderio e sul sottile confine tra attrazione e pericolo. La sensualità di Circe non è un semplice elemento decorativo: diventa il veicolo attraverso cui si manifesta il suo potere, rendendo visibile quella tensione tra eros, conoscenza e trasformazione che tanto interessava agli artisti simbolisti.

Anche in questo caso, tuttavia, è necessario distinguere tra il racconto antico e le interpretazioni successive. La Circe seducente e quasi "fatale" che domina gran parte dell'arte ottocentesca deve molto più alla sensibilità simbolista e decadente che al testo di Omero. Le letture esoteriche e psicologiche della figura appartengono infatti alla cultura moderna e riflettono le inquietudini di un'epoca affascinata dall'occulto, dall'inconscio e dai poteri nascosti della mente, piuttosto che il significato originario del mito greco.

La simbologia delle Sirene

John William Waterhouse, Odisseo e le Sirene, 1891, olio su tela, 100,6 cm x 202 cm, National Gallery of Victoria, Melbourne.

John William Waterhouse, Odisseo e le Sirene, 1891, olio su tela, 100,6 cm x 202 cm, National Gallery of Victoria, Melbourne.

Altro episodio dell'Odissea ricco di implicazioni simboliche è l'incontro con le Sirene. Nel testo omerico queste creature attirano i marinai con il loro canto irresistibile, conducendoli alla rovina. Già gli autori antichi, però, iniziarono a vedere in esse una metafora della seduzione e dell'inganno.

Nel corso dei secoli il loro significato si ampliò ulteriormente. Le Sirene finirono per rappresentare il desiderio, la tentazione, il fascino del proibito e persino una forma di conoscenza pericolosa che l'uomo cerca pur sapendo che potrebbe distruggerlo. Questa interpretazione raggiunge il suo apice nell'arte simbolista tra Ottocento e Novecento. Artisti come John William Waterhouse e Herbert Draper trasformano le Sirene in figure enigmatiche e seducenti, capaci di incarnare le inquietudini psicologiche dell'uomo moderno. Non sono più soltanto personaggi mitologici, ma simboli complessi della mente e dell'inconscio.

La discesa agli Inferi di Ulisse e il tema del viaggio iniziatico

Johann Heinrich Füssli, Tiresia appare a Ulisse durante il sacrificio, 1780-1785 circa, acquerello e tempera su cartone, 91,4 x 62,8 cm, Albertina, Vienna.

Johann Heinrich Füssli, Tiresia appare a Ulisse durante il sacrificio, 1780-1785 circa, acquerello e tempera su cartone, 91,4 x 62,8 cm, Albertina, Vienna.

Proseguiamo il nostro viaggio nella fortuna iconografica dell'Odissea con la Nekyia, il viaggio di Ulisse nel regno dei morti. Questo episodio ha affascinato filosofi, storici delle religioni e artisti perché mette in scena un tema universale: l'eroe che attraversa la soglia dell'aldilà per ottenere una conoscenza che gli è normalmente preclusa. Nel poema, Ulisse non scende negli Inferi per conquistare o combattere, ma per interrogare l'indovino Tiresia e conoscere il proprio destino, trasformando il viaggio in un'esperienza di rivelazione e confronto con il limite estremo dell'esistenza umana.

La forza evocativa di questo episodio emerge anche nella sua fortuna artistica. Un esempio significativo è l'opera di di Johann Heinrich Füssli. Nell'opera, Füssli abbandona qualsiasi intento puramente illustrativo e trasforma il racconto omerico in una visione drammatica e quasi onirica. Ulisse appare immerso in un'atmosfera oscura e inquietante mentre l'ombra di Tiresia emerge dal mondo dei morti, rendendo visibile quel confine sottile tra realtà e ignoto che tanto affascinerà gli artisti romantici e simbolisti. La scena non rappresenta soltanto un episodio dell'Odissea, ma diventa una riflessione sul mistero della conoscenza e sul rapporto tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

Nel corso dei secoli alcuni autori hanno interpretato la Nekyia come una forma di morte e rinascita simbolica, una prova necessaria per accedere a una consapevolezza superiore. Queste letture hanno contribuito ad associare il viaggio di Ulisse al concetto di percorso iniziatico, influenzando profondamente la cultura europea tra Romanticismo, Simbolismo ed esoterismo moderno.

Dal punto di vista storico, tuttavia, gli studiosi invitano alla prudenza. Non esistono prove che il poema fosse stato concepito come un testo misterico o esoterico. Più correttamente, si può affermare che la struttura narrativa della discesa nell'oltretomba — un tema presente in molte tradizioni del mondo antico — si sia prestata nel tempo a interpretazioni allegoriche, filosofiche e spirituali. È proprio questa straordinaria capacità di generare nuovi significati che ha permesso alla Nekyia di continuare a ispirare artisti e pensatori ben oltre l'epoca di Omero.

Ulisse e Calipso nell'arte dell'Ottocento: due interpretazioni a confronto

Frank Buchser, Ulisse e Calipso, 1872, olio su tela, 114 × 163 cm, Kunstmuseum, Basilea.

Frank Buchser, Ulisse e Calipso, 1872, olio su tela, 114 × 163 cm, Kunstmuseum, Basilea.

Tra i numerosi episodi dell’Odissea che hanno esercitato un forte richiamo sugli artisti del XIX secolo, l’incontro tra Ulisse e Calipso occupa un posto privilegiato, poiché racchiude temi particolarmente cari alla sensibilità romantica e simbolista: la tensione tra seduzione e nostalgia, la scelta tra l’immortalità e il ritorno alla dimensione umana. La fortuna iconografica di questo episodio testimonia come il mito omerico potesse essere reinterpretato secondo prospettive differenti, fungendo tanto da soggetto narrativo quanto da veicolo di significati allegorici e psicologici. Il confronto tra le rappresentazioni di Ulisse e Calipso realizzate da Frank Buchser e Arnold Böcklin, sorprendentemente conservate anche nello stesso museo, evidenzia due differenti approcci alla ricezione del mito classico nella pittura della seconda metà dell’Ottocento.

Arnold Böcklin, Ulisse e Calipso, 1882, olio su mogano, 103,5 x 149,8 cm, Kunstmuseum, Basilea.

Arnold Böcklin, Ulisse e Calipso, 1882, olio su mogano, 103,5 x 149,8 cm, Kunstmuseum, Basilea.

Pur operando in un contesto culturale simile e condividendo l’interesse per i soggetti storici e mitologici, i due artisti attribuiscono al racconto omerico significati profondamente diversi. Buchser si colloca ancora nell’alveo della tradizione storicista e narrativa, privilegiando la dimensione figurativa dell’episodio e la resa concreta dei personaggi, secondo una concezione della pittura che mira a rendere visibile il racconto. Böcklin, al contrario, interpreta il mito come veicolo di contenuti simbolici ed esistenziali: la figura di Ulisse, isolata e ritratta di spalle, diviene l’emblema dell’individuo moderno diviso tra attrazione e dovere, mentre Calipso incarna una seduzione destinata a rimanere inappagata. Il passaggio dall’approccio narrativo di Buchser a quello simbolista di Böcklin riflette una più ampia evoluzione dell’arte ottocentesca, che progressivamente abbandona la rappresentazione letterale del mito per privilegiarne le potenzialità psicologiche e allegoriche.

L'Odissea nel Simbolismo e nelle correnti esoteriche moderne

John William Waterhouse, Circe invidiosa, 1892, olio su tela, 179 × 85, Art Gallery of South Australia, Adelaide.

John William Waterhouse, Circe invidiosa, 1892, olio su tela, 179 × 85, Art Gallery of South Australia, Adelaide.

Tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento il mito di Ulisse attraversa una nuova stagione interpretativa. In un'epoca segnata dalla crisi della razionalità positivista, dalla scoperta dell'inconscio e dal crescente interesse verso simboli, miti e tradizioni spirituali, l'eroe omerico viene progressivamente sottratto alla dimensione puramente narrativa per diventare una figura capace di rappresentare la ricerca interiore dell'uomo moderno.

In questo clima culturale alcune correnti esoteriche europee, tra cui la Teosofia, contribuirono a diffondere letture simboliche dei miti antichi, interpretandoli come racconti di trasformazione spirituale. Anche Ulisse venne talvolta inserito in questa prospettiva come figura del cercatore di una conoscenza superiore. Tuttavia queste interpretazioni appartengono alla cultura moderna e non riflettono necessariamente il significato originario del poema omerico.

La storia dell'arte dimostra quindi non l'esistenza di un presunto messaggio occulto nascosto nell'Odissea, ma la capacità dei miti antichi di adattarsi alle domande delle epoche che li reinterpretano. Ulisse diventa così un archetipo moderno: non più soltanto l'eroe del ritorno, ma il simbolo di un viaggio attraverso l'esperienza, la conoscenza e il confronto con l'ignoto.

Odissea, storia dell'arte e cinema: il mito che continua a parlare al presente

La scena del film di Christopher Nolan in cui il Cavallo di Troia viene introdotto all'interno delle mura della città dai Troiani inconsapevoli. Presentato come un dono votivo dedicato ad Atena, il gigantesco cavallo di legno nascondeva in realtà un inganno: al suo interno si celavano Ulisse e i guerrieri greci guidati da Agamennone, pronti a uscire durante la notte per aprire le porte della città e permettere la conquista di Troia.

La scena del film di Christopher Nolan in cui il Cavallo di Troia viene introdotto all'interno delle mura della città dai Troiani inconsapevoli. Presentato come un dono votivo dedicato ad Atena, il gigantesco cavallo di legno nascondeva in realtà un inganno: al suo interno si celavano Ulisse e i guerrieri greci guidati da Agamennone, pronti a uscire durante la notte per aprire le porte della città e permettere la conquista di Troia.

Il ritorno dell'Odissea nell'immaginario contemporaneo grazie al film di Christopher Nolan, che riporta sul grande schermo uno dei più celebri racconti della cultura occidentale, ci permette di riflettere sulla forza del mito e sulla sua capacità di interrogare problemi che appartengono anche al presente: il rapporto con lo straniero, la crisi dell'ordine sociale, la ricerca di una casa e di un'identità, tanto per cominciare.

Uno dei temi più profondi del poema omerico è infatti quello della xenia, l'ospitalità rituale che regolava il rapporto tra ospite e padrone di casa. Nel mondo greco accogliere lo straniero non era soltanto un gesto di generosità, ma un dovere, un vero principio religioso e sociale: il viaggiatore doveva essere protetto perché poteva trovarsi sotto la tutela degli dèi. La violazione di questa legge produce disordine e punizione. È ciò che accade con Polifemo, che rifiuta ogni forma di ospitalità e di relazione con l'altro, ma anche con i Proci, che trasformano la casa di Ulisse in uno spazio dominato dall'abuso e dalla sopraffazione.

Ma l'Odissea è anche un poema nato dalla memoria di un mondo attraversato da crisi e trasformazioni. La fine dell'età del Bronzo nel Mediterraneo orientale fu segnata da guerre, crolli politici e movimenti di popolazioni, tra cui i misteriosi "Popoli del Mare", la cui identità e il cui ruolo storico sono ancora oggetto di discussione tra gli studiosi. Pur non essendo possibile identificare Ulisse con un personaggio storico o leggere il poema come una cronaca di quei fenomeni, il mondo rappresentato nel poema omerico conserva l'eco di una società che conosce il trauma della guerra, la precarietà dei confini e l'incontro/scontro con popoli sconosciuti.

In questa prospettiva il viaggio di Ulisse assume un significato particolarmente attuale. Non è soltanto il ritorno di un eroe verso la propria patria, ma il percorso di un uomo che deve confrontarsi con ciò che la guerra ha lasciato dietro di sé. Alcune interpretazioni del film hanno infatti evidenziato il legame tra il viaggio omerico e temi moderni come il trauma dei combattenti, il peso delle proprie azioni e la difficoltà di ricostruire un ordine dopo la violenza.

Anche la corruzione morale della società è un tema centrale che attraversa il poema. L'Odissea non contrappone semplicemente greci e mostri, civiltà e barbarie: mostra piuttosto che la perdita dei valori fondamentali può nascere anche all'interno della propria comunità. Una casa senza rispetto per l'ospite, senza memoria degli assenti e senza rispetto per gli dèi diventa essa stessa un luogo estraneo.

È forse questa la ragione per cui il mito di Ulisse continua a essere reinterpretato: perché non racconta soltanto il viaggio verso casa, ma si interroga e ci interroga su cosa renda una società e un uomo, realmente tali. Attraverso la pittura antica, il Simbolismo, le letture esoteriche moderne e il cinema contemporaneo, l'Odissea continua a confrontarsi con le paure e le speranze di ogni epoca: il timore dell'altro, il desiderio di appartenenza, la necessità di ricostruire dopo il caos.

In copertina: Pellegrino Tibaldi, L'accecamento di Polifemo, scena dal ciclo di affreschi delle Storie di Ulisse (c. 1550-1551) affresco Palazzo Poggi, Bologna. Dettaglio.