
Le pittrici del Settecento fiorentino: Giovanna Fratellini, Maria Hadfield Cosway, Violante Beatrice Siries, Anna Piattoli e le altre
Le pittrici del Settecento a Firenze

Violante Beatrice Siries, Ritratto del conte Claude Alexandre de Bonneval, 1750, olio su tela, 97 x 77 cm, Museo delle Belle Arti, Limoges.
Nel corso del Settecento fiorentino alcune donne riuscirono a costruire una vera e propria carriera professionale nel campo della pittura, della miniatura e del pastello. La loro presenza non fu semplicemente episodica: alcune furono membri dell'Accademia delle Arti del Disegno, lavorarono per la corte medicea e, soprattutto, trasmisero le proprie competenze ad altre artiste. Le vicende di Giovanna Fratellini, Violante Beatrice Siries, Maria Maddalena Baldacci, Anna Piattoli Bacherini e Maria Hadfield Cosway mostrano l'esistenza, nella Firenze del XVIII secolo, di una rete femminile di formazione artistica. Non si trattò tuttavia di una "scuola femminile" organizzata in senso moderno: le artiste erano inserite nelle istituzioni e nei sistemi di patronato del loro tempo e spesso ricevevano la propria formazione da maestri uomini e, in alcuni casi, da artiste più anziane.
L'apripista Giovanna Fratellini

Giovanna Fratellini, Ritratto di Elisabetta Bentivogli Tempi, pastello su carta, Museo di Palazzo Davanzati, Firenze.
Tra le figure più importanti di questo fenomeno artistico vi è sicuramente Giovanna Marmocchini Cortesi, conosciuta con il cognome del marito come Giovanna Fratellini (Firenze, 1666-1731). La sua formazione avvenne nell'ambiente della corte medicea. Studiò la miniatura con il cappuccino Ippolito Galantini, il disegno e la pittura a olio con Anton Domenico Gabbiani e la tecnica del pastello con Domenico Tempesti. La Fratellini si specializzò soprattutto nel ritratto a pastello e nella miniatura, tecniche particolarmente adatte alla rappresentazione di membri delle corti e dell'aristocrazia. La documentazione conservata dimostra il suo stretto rapporto con l'ambiente mediceo. In particolare, Violante Beatrice di Baviera, moglie del principe Ferdinando de' Medici, le commissionò numerosi ritratti: tra il 1717 e il 1722 sono documentati almeno una ventina di pastelli e miniature su avorio. Nel 1706 Giovanna Fratellini entrò nell'Accademia delle Arti del Disegno di Firenze: la sua posizione nel mondo artistico fiorentino è quindi documentata non soltanto dalle opere conservate, ma anche dalla sua appartenenza a un'importante istituzione artistica cittadina. Numerosi suoi ritratti e un celebre autoritratto sono oggi conservati nelle collezioni degli Uffizi. La sua produzione comprende inoltre opere in altre tecniche e soggetti, ma è soprattutto il pastello a costituire il nucleo fondamentale della sua fama artistica. Il soprannome di "Rosalba fiorentina", attestato nelle fonti, va inteso nel contesto della grande fortuna che ebbe in Italia la veneziana Rosalba Carriera, celebre specialista del pastello. Non significa che Giovanna Fratellini fosse una semplice imitatrice: testimonia piuttosto il riconoscimento della sua particolare abilità nella stessa tecnica.
Violante Beatrice Siries: la nuova generazione

Violante Beatrice Siries, Autoritratto, 1736 circa, 73.5 x 57.5 cm, Corridoio vasariano, Gallerie degli Uffizi, Firenze.
Alla morte di Giovanna Fratellini, nel 1731, la tradizione fiorentina del ritratto di corte passò in parte alla sua allieva Violante Beatrice Siries Cerroti (Firenze, 1709-1783). Figlia dell'orefice e incisore di gemme francese Louis Siries, Violante Beatrice ricevette una formazione internazionale. Da giovane si trasferì a Parigi con la famiglia e studiò anche nell'ambiente artistico francese. Tornata a Firenze nel 1732, entrò nell'Accademia delle Arti del Disegno. La sua attività la portò inoltre a Roma e a Vienna, in relazione alle committenze della corte. La Siries fu soprattutto ritrattista e pastellista. La sua attività è documentata anche fuori dalla Toscana: nel 1735 realizzò un ritratto di gruppo della famiglia dell'imperatore Carlo VI d'Asburgo, testimonianza dell'estensione internazionale delle sue committenze. Un aspetto particolarmente significativo della sua vicenda è l'attività didattica. Tra le artiste associate alla sua formazione figura Anna Piattoli Bacherini, mentre anche Maria Hadfield Cosway ebbe rapporti di formazione con lei. La successione Fratellini-Siries-Piattoli-Cosway permette quindi di ricostruire una continuità di trasmissione delle competenze artistiche femminili nella Firenze del XVIII secolo. Tre autoritratti della Siries sono conservati agli Uffizi, elemento particolarmente importante per lo studio della rappresentazione delle artiste nel Settecento. Il tema dell'autoritratto aveva infatti anche una dimensione professionale: raffigurarsi come pittrice significava dichiarare pubblicamente la propria identità di artista.
Maria Maddalena Baldacci: la specialista della miniatura

Pietro Antonio Pazzi, Ritratto di Maria Maddalena Baldacci, 1750 circa.
Un'altra protagonista della pittura fiorentina del Settecento fu Maria Maddalena Baldacci, nata Gozzi (Firenze, 1718-1782). La sua formazione si svolse inizialmente sotto la guida di Giovanna Fratellini e successivamente presso Giovanni Domenico Campiglia. Si specializzò nel ritratto in miniatura e nel pastello, generi che richiedevano particolare precisione tecnica. Una fonte settecentesca, la raccolta biografica di Francesco Moucke, la ricorda esplicitamente come artista esperta soprattutto nei ritratti in miniatura e a pastello. La sua esistenza è inoltre documentata attraverso la grafica: un'incisione realizzata da Pietro Antonio Pazzi la presenta come pittrice. La scheda conservata da Lombardia Beni Culturali collega direttamente il ritratto alla stessa artista, indicata come disegnatrice e inventrice dell'immagine.
La vicenda biografica e professionale di Maria Maddalena Baldacci ci permette di riflettere sulla miniatura, genere che merita particolare attenzione e che fu strettamente legato alla cultura della corte e dell'aristocrazia. I piccoli ritratti potevano essere conservati in oggetti preziosi, medaglioni o raccolte private. La diffusione di questo tipo di pittura offrì alle artiste un campo professionale nel quale la precisione e la capacità di lavorare su piccola scala erano particolarmente apprezzate.
Anna Piattoli Bacherini: ritrattista di corte

Anna Bacheri Piatti, Autoritratto, 1766, olio su tela,78,2 x 60 cm, Corridoio Vasariano, Gallerie degli Uffizi, Firenze,
Proseguiamo il nostro percorso alla scoperta delle artiste della Firenze del Settecento con Anna Piattoli Bacherini (Firenze, 1720-1788), ricordata da fonti coeve e successive come pittrice attiva soprattutto nel ritratto. La sua formazione è associata a Francesco Conti e a Violante Beatrice Siries; alcune fonti antiche ricordano inoltre Francesco Ciaminghi. Nel 1741 Anna sposò il pittore Gaetano Piattoli, dal quale deriva il cognome con cui è generalmente conosciuta. Il matrimonio non cancellò la sua identità professionale: le fonti continuano infatti a registrarla come pittrice. Un'importante testimonianza del suo riconoscimento contemporaneo proviene da Francesco Maria Niccolò Gabburri, autore delle Vite de' pittori. Nel 1739 egli la descrive come una giovane artista impegnata nei ritratti e in altre opere e registra la sua appartenenza all'ambiente accademico fiorentino.
Maria Hadfield Cosway: pittrice del Grand Tour tra Firenze, Roma e Londra

Maria Hadfield Cosway, Duchessa di Devonshire come Cynthia, 1782, olio su tela, 223,5 × 162,6 cm, Chatsworth House, Derbyshire.
In questa rassegna volta a recuperare la memoria delle pittrici toscane del XVIII secolo non può mancare la complessa e affascinante figura di Maria Hadfield Cosway (Firenze, 1759 o 1760-1838). Maria Hadfield apparteneva a una famiglia anglo-italiana e ricevette la propria formazione artistica in Italia. Studiò a Firenze con Violante Cerroti e Johann Zoffany e successivamente a Roma con Pompeo Batoni. Nel 1779 si trasferì in Inghilterra con la madre e nel 1781 sposò il pittore e miniaturista Richard Cosway. La sua attività artistica proseguì a Londra: realizzò ritratti e dipinti di soggetto storico e mitologico ed espose alla Royal Academy. Parte consistente della sua produzione è oggi conosciuta attraverso le stampe derivate dai suoi dipinti e il suo percorso dimostra quanto fosse mobile la formazione artistica delle donne appartenenti agli ambienti internazionali legati al Grand Tour. Firenze costituì per lei il luogo della formazione iniziale; Roma quello del perfezionamento; Londra divenne invece il principale teatro della sua carriera professionale. La sua vicenda non appartiene quindi esclusivamente alla storia dell'arte fiorentina: è piuttosto un esempio della circolazione europea di artisti, opere, tecniche e modelli culturali alla fine del Settecento.
Il rapporto di Maria Hadfield Cosway con Thomas Jefferson

Rembrandt Peale, Ritratto di Thomas Jefferson, 1800, olio su tela, 58,7 x 48,9 cm, Casa Bianca, Washington.
Un capitolo particolarmente significativo della biografia di Maria Hadfield Cosway riguarda il rapporto con Thomas Jefferson. I due si incontrarono a Parigi nell’agosto del 1786, quando Jefferson era ministro degli Stati Uniti in Francia e Maria Cosway si trovava nella capitale francese insieme al marito. Le comuni passioni per l’arte, la musica e la cultura favorirono una stretta frequentazione, fatta di visite a collezioni, monumenti e luoghi di interesse artistico. Dopo la partenza di Maria da Parigi nell’ottobre dello stesso anno, Jefferson le indirizzò la celebre lettera The Dialogue between my Head and my Heart, nella quale rappresentò in forma dialogica il contrasto fra ragione e sentimento suscitato dalla separazione. La natura esatta della loro relazione resta oggetto di interpretazioni, ma è documentata un’intensa corrispondenza che, con alcune interruzioni, proseguì per decenni e quasi fino alla morte di Jefferson. Le lettere testimoniano non soltanto un legame personale, ma anche la persistenza di interessi comuni: ancora nel 1822 Jefferson scriveva a Maria Cosway della costruzione dell’Università della Virginia e metteva in relazione il proprio progetto educativo con Lodi, che definiva il suo “favorite Lodi”. Il rapporto con Jefferson colloca così Cosway all’interno di una rete internazionale nella quale arte, educazione e relazioni culturali si intrecciavano con la diplomazia e con la circolazione delle idee.
Il contributo nella filantropia e l'educazione femminile

Maria Hadfield Cosway in un’incisione di Francesco Bartolozzi ( 1785 circa) tratta da un ritratto fattole dal marito Richard Cosway.
Accanto all’attività artistica e alla sua intensa vita culturale, Maria Cosway sviluppò progressivamente un interesse centrale per l’educazione delle ragazze e per l’assistenza. Dopo le esperienze educative maturate in Francia, nel 1812 si stabilì a Lodi, dove fondò il Collegio della Beata Vergine delle Grazie, destinato alla formazione di giovani provenienti soprattutto dalle famiglie nobili e dell’alta borghesia lombarda. L’istituzione fu sostenuta dal duca Francesco Melzi d’Eril, che contribuì anche a procurare l’edificio destinato al collegio. Il progetto pedagogico di Cosway si caratterizzava per il rifiuto di metodi eccessivamente autoritari e per l’attenzione alle inclinazioni e alle capacità individuali delle allieve; l’obiettivo era valorizzarne i talenti attraverso un’educazione che unisse formazione culturale, disciplina e preparazione alla vita sociale e familiare. L’esperienza lodigiana permette quindi di leggere la figura di Cosway non soltanto come quella di un’artista inserita nei circuiti culturali europei, ma anche come quella di una donna che trasformò la propria esperienza internazionale in un progetto concreto di educazione femminile e di impegno filantropico.
Arcangela Paladini: la precursora del Seicento

Arcangela Paladini, Autoritratto, 1621, olio su tela, 54,5 x 43,5 cm, Gallerie degli Uffizi, Depositi, Firenze.
In un certo senso, se le esperienze di queste artiste sono state possibili, lo si deve a chi le ha precedute. In particolar modo, nel ripercorrere le vicende delle protagoniste della pittura fiorentina del Settecento, dobbiamo ricordarci anche dell'esperienza di Arcangela Paladini (Pistoia,1596-1622), figlia del pittore Filippo di Lorenzo Paladini. La sua precocità artistica attirò l'attenzione della corte medicea e della granduchessa Cristina di Lorena. Documenti d'archivio dimostrano che già all'inizio del Seicento era coinvolta nella formazione artistica sotto la guida di Jacopo Ligozzi. Una lettera del 1610 circa, conservata nell'Archivio di Stato di Firenze, documenta l'interesse della corte per la sua educazione artistica. Altri documenti ricordano commissioni destinate al convento delle Descalzas Reales di Valladolid. La Paladini appartiene dunque a una generazione precedente rispetto alle artiste settecentesche. È però importante per la storia della pittura femminile toscana perché dimostra che la presenza di donne impegnate professionalmente nelle arti figurative aveva precedenti già nel periodo mediceo tra XVI e XVII secolo. La figura di Arcangela Paladini e delle protagoniste della pittura toscana del Settecento ci aiuta quindi a ricostruire la trama di una Storia sempre esistita, dimenticata, taciuta, ma che va assolutamente recuperata.
Non fu un fenomeno isolato: la rete di artiste toscane tra Seicento e Settecento

Violante Beatrice Siries, Ritratto del Capitano Sir Edward Hughes, 1761, olio su tela, 20, 8 x 14,5 cm, Musei Reali di Greenwich, Museo Marittimo Nazionale, Greenwich.
Lo scopo principale di questo articolo della rubrica Non solo Muse é raggruppare queste biografie, sconosciute al grande pubblico, perché nel loro complesso, permettono di cogliere qualcosa di più significativo della semplice presenza di alcune pittrici. A Firenze si può documentare una trasmissione di conoscenze artistiche tra generazioni.
Occorre comunque precisare che accanto alle artiste ricordate in questo articolo hanno lavorato anche maestri come Anton Domenico Gabbiani, Ippolito Galantini, Giovanni Domenico Campiglia, Francesco Conti, Pompeo Batoni e altri artisti uomini. Questo dato è importante perché permette di evitare una ricostruzione semplicistica, errata e polarizzata. Nel parlare di artiste donne, infatti, si rischia di cadere in una duplice semplificazione: da un lato, celebrarle come eccezioni al femminile rispetto a un sistema prevalentemente maschile; dall’altro, ricondurle a una lettura esclusivamente legata al genere, finendo per ridurre la complessità delle loro esperienze e delle loro pratiche artistiche a un’unica categoria tematica.
Le artiste fiorentine del Settecento non operarono in un mondo separato da quello dei colleghi uomini. Al contrario, furono inserite nelle stesse strutture di patronato, nelle accademie, nelle corti e nei circuiti internazionali della committenza, pur incontrando condizioni di accesso alla formazione e alla professione diverse da quelle degli artisti uomini.
Presenza femminile e istituzioni artistiche nella Firenze del Settecento

Uno degli spazi interni dell'Accademia delle Arti e del Disegno di Firenze, nello scatto di © Valeria Raniolo, 2021.
Il caso fiorentino risulta particolarmente significativo per comprendere il rapporto tra corte, formazione artistica e istituzioni accademiche. La protezione della corte medicea svolse un ruolo determinante nella carriera di Giovanna Fratellini e, successivamente, di alcune delle artiste che ne raccolsero l’eredità. A ciò si aggiunse l’accesso all’Accademia delle Arti del Disegno, che rappresentò per Fratellini un importante riconoscimento istituzionale della propria professionalità. Anche Violante Beatrice Siries entrò a far parte dell’Accademia dopo il suo ritorno a Firenze, confermando l’importanza delle istituzioni artistiche nel consolidamento delle carriere femminili.
Questi casi, tuttavia, non possono essere interpretati come prova di una condizione di generale parità tra uomini e donne nel sistema artistico del Settecento. Le biografie giunte fino a noi appartengono infatti ad artiste che, grazie alla combinazione di condizioni familiari favorevoli, talento, patronato e opportunità di formazione, riuscirono a oltrepassare almeno in parte le limitazioni che normalmente condizionavano l’accesso delle donne alla professione artistica. È proprio questa dimensione, al tempo stesso eccezionale e concreta, a rendere le loro vicende particolarmente significative: esse permettono di osservare da vicino i percorsi, le strategie e le condizioni attraverso cui una donna poteva affermarsi come artista professionista nella Firenze del XVIII secolo.
La presenza delle pittrici nella Firenze settecentesca, dunque, non può essere ricondotta a una serie di episodi isolati. Le vicende di Giovanna Fratellini, Maria Maddalena Baldacci, Violante Beatrice Siries, Anna Piattoli Bacherini e Maria Hadfield Cosway restituiscono un panorama articolato della partecipazione femminile alla vita artistica della Toscana del XVIII secolo. Ciascuna di queste artiste seguì un percorso distinto, ma le loro esperienze presentano alcuni elementi comuni: la formazione, il sostegno di reti di patronato e di committenza, la possibilità di accedere agli ambienti accademici e, in alcuni casi, la capacità di trasformare queste opportunità in una carriera di respiro internazionale.
La Fratellini si affermò come una delle principali specialiste fiorentine del ritratto a pastello e della miniatura, lavorando anche per la corte medicea; Violante Beatrice Siries ne raccolse in parte l’eredità, sviluppando a sua volta una carriera di rilievo anche oltre i confini fiorentini. Maria Maddalena Baldacci si distinse nel ritratto in miniatura e a pastello, mentre Anna Piattoli Bacherini ottenne un riconoscimento come pittrice e partecipò alla vita dell’ambiente accademico. Maria Hadfield Cosway, infine, trasformò la formazione maturata in Italia in una carriera internazionale, sviluppatasi soprattutto tra Londra e il continente europeo. A queste figure si aggiunge quella di Arcangela Paladini, la cui vicenda consente di retrodatare la presenza femminile nelle arti figurative toscane e di inserirla in una tradizione più ampia, precedente al Settecento.
Nel loro insieme, queste esperienze restituiscono quindi l’immagine di una presenza artistica femminile non episodica, ma caratterizzata da una certa continuità e sostenuta da specifiche condizioni di formazione, da relazioni professionali, dal patronato delle corti e dall’accesso alle istituzioni artistiche. Si tratta di una storia che gli studi e le collezioni museali stanno progressivamente ricostruendo attraverso fonti diverse — documenti, autoritratti, ritratti, registri accademici e opere conservate nelle raccolte pubbliche — e che consente di restituire maggiore complessità alla storia dell’arte fiorentina del Settecento, superando tanto l’idea dell’artista donna come figura del tutto eccezionale quanto una lettura che ne riduca l’esperienza esclusivamente alla dimensione di genere.
In copertina: Violante Beatrice Siries, Ritratto del conte Claude Alexandre de Bonneval, 1750, olio su tela, 97 x 77 cm, Museo di Belle Arti, Limoges. Dettaglio.