
Carla Lonzi: la critica d’arte che cambiò il pensiero femminista
Perché riscoprire Carla Lonzi

Carla Lonzi. Fondo Carla Lonzi, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea. Isola d’Elba, Carla Lonzi, 1979.
Negli ultimi anni stiamo assistendo a un’importante riscoperta delle artiste rimaste ai margini della storia dell’arte: donne che hanno contribuito al dibattito culturale del proprio tempo, senza ricevere il riconoscimento che meritavano. Mostre, ricerche e pubblicazioni stanno progressivamente restituendo loro visibilità, correggendo omissioni sedimentate per secoli. Ma, se vogliamo davvero riscrivere la storia dell’arte in una prospettiva più inclusiva, non basta riportare alla luce le artiste dimenticate. È necessario riscoprire anche le donne che hanno lavorato dietro le quinte del sistema artistico, contribuendo a interpretarlo, raccontarlo e orientarlo: critiche, storiche dell’arte, curatrici e galleriste, figure che hanno partecipato attivamente alla costruzione del canone e dei suoi linguaggi.
È da questa prospettiva che la rubrica Non solo Muse sceglie di raccontare Carla Lonzi (Firenze, 6 marzo 1931 – Milano, 2 agosto 1982), una delle personalità più originali e radicali della cultura italiana del Novecento. Critica d’arte affermata negli anni Sessanta, autrice di Autoritratto (1969) e, successivamente, protagonista del femminismo italiano, Lonzi attraversò il mondo dell’arte dall’interno, fino a mettere in discussione le gerarchie e i rapporti di potere che ne regolavano il funzionamento.
La sua vicenda è particolarmente significativa perché ci permette di riflettere sulle difficoltà incontrate da una donna in un ambiente culturale prevalentemente maschile, ma anche sulla crisi di una professionista che, dopo aver conquistato un ruolo autorevole nella critica d’arte, arrivò a interrogarsi sul significato stesso del proprio mestiere: chi ha il diritto di interpretare un’opera? Quale potere esercita il critico sull’artista? E che cosa accade quando il giudizio critico diventa uno strumento di autorità anziché un’occasione di confronto?
A riportare oggi la sua figura al centro dell’attenzione è anche il documentario Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo, diretto da Francesca Archibugi e presentato nelle sale italiane dal 26 al 28 ottobre 2026. Il film offre l’occasione per tornare su un percorso intellettuale che ha lasciato un segno profondo non soltanto nella storia del femminismo, ma anche nella riflessione sul ruolo della critica e sulle dinamiche del sistema dell’arte.
Una critica d’arte nel cuore degli anni Sessanta

Pietro Consagra e Carla Lonzi alla mostra "Exhibition 1967. Sculpture from Twenty Nations", The Solomon R. Guggenheim Museum, New York, 20 ottobre 1967. Foto di Ugo Mulas.
Per comprendere la portata della riflessione di Carla Lonzi occorre partire dal suo lavoro di critica d’arte. Nel 1956 Carla Lonzi si laurea con lode in Lettere all’Università di Firenze, discutendo una tesi sui rapporti tra la scena e le arti figurative dalla fine dell’Ottocento, molto apprezzata dal suo relatore, lo storico dell’arte Roberto Longhi. Durante gli anni universitari conosce Marisa Volpi, con la quale instaura un rapporto di amicizia e collaborazione intellettuale. Insieme firmano nel 1955 il loro primo articolo sull’arte, dedicato all’artista Ben Shahn e pubblicato sulla rivista Paragone, segnando l’inizio del percorso critico di Lonzi nel mondo dell’arte.
Negli anni Sessanta, Lonzi è una professionista inserita nel dibattito contemporaneo, in dialogo con artisti e artiste e attenta alle trasformazioni dei linguaggi visivi. Non è una figura esterna al sistema che in seguito contesterà: ne conosce i meccanismi, le convenzioni e le dinamiche di riconoscimento. È proprio questa esperienza a rendere significativo il suo percorso. Lonzi comprende progressivamente che il rapporto tra artista e critico non è necessariamente un dialogo tra interlocutori sullo stesso piano. Il critico, attraverso la propria interpretazione, può assumere una posizione dominante: attribuisce significati, stabilisce gerarchie, costruisce narrazioni che contribuiscono a determinare il posto di un artista nella storia dell’arte. La questione non riguarda soltanto il gusto o la qualità del giudizio. Riguarda l’autorità culturale e il potere di stabilire che cosa meriti di essere visto, compreso e ricordato. Una questione che, riletta oggi, appare ancora centrale per chi si interroga sui processi attraverso cui si costruisce il canone artistico e si decide quali voci debbano essere ascoltate.
Autoritratto: quando la critica sceglie di ascoltare

Carla Lonzi. San Antonio, Texas, aprile 1968. Foto di Pietro Consagra. ©Archivio Pietro Consagra, Milano.
Nel 1969 Carla Lonzi pubblica Autoritratto, un testo critico che rappresenta uno dei momenti più originali della sua riflessione sull’arte. Il volume nasce dal montaggio di conversazioni registrate con artisti, tra cui Carla Accardi, Lucio Fontana e Giulio Paolini. Ne emerge un testo lontano dalle forme tradizionali della monografia critica, nel quale le voci degli artisti, le loro esperienze e le loro contraddizioni diventano il materiale stesso della narrazione. Lonzi non rinuncia all’interpretazione, ma ne mette in discussione le modalità. Anziché imporre una lettura univoca dall’esterno, costruisce uno spazio di ascolto in cui gli artisti possono raccontarsi, esprimere dubbi e restituire la complessità del proprio lavoro.
Il titolo, Autoritratto, suggerisce proprio questo spostamento: l’identità artistica non viene definita esclusivamente dal discorso del critico, ma prende forma attraverso le parole e le relazioni di chi vive direttamente l’esperienza della creazione. Il libro può essere letto così come una riflessione sul metodo della critica d’arte e, insieme, come un tentativo di modificare il rapporto tra chi produce arte e chi la racconta. Lonzi non si limita a scrivere di artisti: sperimenta un diverso modo di stare in relazione con loro, ridimensionando la posizione di superiorità tradizionalmente attribuita al critico. È uno degli aspetti che rendono la sua esperienza particolarmente interessante per la storia dell’arte. La critica non è più soltanto uno strumento che interpreta le opere e ne orienta la ricezione, ma diventa essa stessa oggetto di interrogazione.
Carla Lonzi e il rapporto con Carla Accardi e gli altri artisti

Da sinistra: Carla Lonzi, Carla Accardi, Luciano Fabro, Luciano Pistoi e Giulio Paolini, 1965.
Il percorso di Lonzi è strettamente legato ai rapporti personali e intellettuali con gli artisti del suo tempo, che le consentono di confrontarsi con esperienze e linguaggi differenti, ma anche con le gerarchie del sistema dell’arte. Tra queste relazioni, quella con Carla Accardi assume un significato particolare: protagonista dell’astrattismo italiano e impegnata nella sperimentazione sul segno, sul colore e sui materiali, Accardi rappresenta un riferimento importante per riflettere sulla posizione delle donne nella produzione artistica e sul riconoscimento del loro lavoro. Il confronto con figure come Giulio Turcato e Luciano Fabro, accanto a quello con gli altri artisti frequentati da Lonzi, permette inoltre di collocare la sua attività nel contesto delle trasformazioni dell’arte italiana del secondo dopoguerra, tra sperimentazione astratta, nuove ricerche concettuali e ridefinizione del ruolo dell’artista.
Questi rapporti, tuttavia, non sono importanti soltanto per la loro dimensione professionale: contribuiscono a far emergere una questione destinata a diventare centrale nel pensiero di Lonzi, ossia la difficoltà di costruire relazioni realmente paritarie in un ambiente attraversato da gerarchie e rapporti di potere. La sua esperienza le permette di interrogarsi non soltanto sui criteri con cui le opere vengono valutate, ma anche sulle dinamiche che determinano chi ottiene visibilità, autorevolezza e riconoscimento.
La questione assume una rilevanza ulteriore quando riguarda le artiste, la cui marginalizzazione non dipende esclusivamente dalle minori opportunità di accesso al sistema, ma anche dai modelli culturali attraverso cui il loro lavoro viene interpretato e inserito nella storia dell’arte. È anche a partire da queste esperienze che la riflessione di Lonzi si estende progressivamente oltre la critica, fino a mettere in discussione le strutture culturali e sociali che condizionano l’autonomia delle donne. Il suo approdo al femminismo nasce così anche dalla consapevolezza che il problema del riconoscimento non riguarda soltanto il valore delle opere, ma la possibilità stessa di affermare la propria soggettività senza dipendere da un’autorità esterna.
Rivolta femminile

Carla Accardi, Carla Lonzi, Elvira Banotti. Studio di Pietro Consagra. Roma, aprile 1970. Foto di Pietro Consagra. ©Archivio Pietro Consagra, Milano.
Nel 1970 Carla Lonzi fonda Rivolta Femminile insieme all’artista Carla Accardi e alla giornalista e scrittrice Elvira Banotti, nata ad Asmara e attivista femminista, nota anche per aver contestato pubblicamente Indro Montanelli, durante un’intervista televisiva del 1969, a proposito del suo rapporto con una bambina eritrea di dodici anni durante la guerra coloniale. La presenza di Banotti contribuisce a collocare la nascita del gruppo in un contesto di critica radicale dei rapporti di potere tra uomini e donne. Con testi come Sputiamo su Hegel, pubblicato nello stesso anno, la riflessione di Lonzi assume una dimensione politica sempre più radicale. La questione dell’autorità, già emersa nel rapporto tra artista e critico, si estende ora ai rapporti tra uomini e donne, alla cultura patriarcale e ai modelli di emancipazione proposti dalla società. Il passaggio dalla critica d’arte al femminismo non va interpretato semplicemente come l’abbandono di una professione per intraprendere un’attività diversa. È piuttosto una trasformazione profonda del suo modo di leggere la cultura e le relazioni umane. Lonzi mette in discussione l’idea che le donne debbano conquistare il riconoscimento adeguandosi a regole definite da altri. Il problema, per lei, riguarda anche la possibilità di sottrarsi a quelle regole e di costruire nuove forme di pensiero e di relazione.
La sua scelta di allontanarsi progressivamente dal sistema dell’arte assume così un significato particolare. Dopo averne conosciuto dall’interno i meccanismi, Lonzi ne contesta i presupposti, interrogando non soltanto la posizione delle donne, ma il funzionamento stesso dell’autorità culturale. È questo uno degli elementi che rendono la sua vicenda complessa e, al tempo stesso, attuale: Lonzi non si limita a chiedere spazio all’interno di un sistema esistente, ma si domanda se quel sistema possa davvero essere trasformato senza mettere in discussione le sue fondamenta.
L’attualità di Carla Lonzi

Manifesto cinematografico del documentario "Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo" di Francesca Archibugi, prodotto da Fandango e Rai Cinema.
Il documentario Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo, diretto da Francesca Archibugi, rappresenta un’occasione per riportare l’attenzione su una figura che non può essere racchiusa in una sola definizione. Lonzi è stata critica d’arte, intellettuale e femminista; ma soprattutto è stata una donna che ha attraversato esperienze diverse senza smettere di interrogarsi sul rapporto tra identità, cultura e potere.
L'opera di Francesca Archibugi adotta un punto di vista prevalentemente biografico e personale, scelta legata anche al rapporto diretto della regista con Carla Lonzi, che ha conosciuto, e al suo legame familiare con la protagonista, essendo la compagna del figlio. Questa vicinanza, inevitabilmente, orienta lo sguardo e rende il racconto meno interessato a ricostruire esclusivamente la figura pubblica di Lonzi, la sua attività di critica d’arte o il suo ruolo nel femminismo, per concentrarsi piuttosto sulla donna, sulla sua vita privata e sulle relazioni affettive. Ne emergono aspetti meno noti e più contraddittori: il rapporto difficile con la sorella, il carattere inquieto, le ferite sentimentali dell’infanzia, quando il primo fidanzatino si innamora della sorella minore, e, in seguito, il coinvolgimento di Lonzi con il compagno di Marisa Volpi. Sono vicende che possono apparire in contrasto con gli ideali di sorellanza e solidarietà femminile associati al suo pensiero e alla sua militanza. Ma proprio qui risiede uno degli aspetti più interessanti del documentario: restituire una figura femminista nella sua complessità umana, senza trasformarla in un modello ideale o in un personaggio privo di contraddizioni. La tensione tra convinzioni politiche, desideri personali e comportamenti individuali non annulla la forza del suo impegno; al contrario, ricorda che la coerenza di un pensiero non coincide necessariamente con la perfezione della vita di chi lo elabora. La contraddizione appartiene all’esperienza umana e riconoscerla permette di sottrarre Lonzi tanto alla celebrazione acritica quanto al giudizio moralistico, restituendole una dimensione più autentica e concreta.
Per la storia dell’arte, recuperare la sua vicenda significa anche andare oltre una narrazione che tende a separare nettamente il periodo della critica da quello della militanza femminista. Il suo pensiero si è trasformato nel tempo, ma alcune domande attraversano entrambe le fasi: chi produce il sapere? Chi stabilisce il valore? Chi ha la possibilità di parlare e chi, invece, è chiamato soltanto ad ascoltare? Sono domande che riguardano ancora oggi musei, gallerie, università, mostre e istituzioni culturali. E che invitano a riflettere sul modo in cui vengono costruite le narrazioni artistiche, sulle professionalità che contribuiscono a definirle e sulle voci che continuano a rimanere ai margini.
Riscoprire Carla Lonzi significa dunque ampliare lo sguardo sulla storia dell’arte. Accanto alle artiste che stiamo finalmente riportando alla luce, esiste una genealogia di donne che hanno lavorato per interpretare le opere, costruire discorsi critici, organizzare mostre e contribuire alla definizione del patrimonio culturale.
Sono figure che meritano di essere studiate non soltanto perché donne, ma per la qualità e la portata del loro contributo intellettuale e professionale. La loro presenza permette di comprendere meglio come si sia formata la storia dell’arte che conosciamo e quali dinamiche abbiano determinato le esclusioni e i riconoscimenti.
Carla Lonzi occupa un posto particolare in questa genealogia perché, a un certo punto, ha scelto di mettere in discussione anche il ruolo che aveva conquistato. La sua storia ci ricorda che il sistema dell’arte non è composto soltanto da opere e artisti, ma anche da persone, relazioni, istituzioni e parole che attribuiscono significato e valore.
È questo il senso di Non solo Muse: non limitarsi a restituire visibilità alle artiste dimenticate, ma riconoscere anche il ruolo delle donne che hanno contribuito a scrivere, interpretare e trasformare la storia dell’arte. Perché riscriverla in modo più completo significa recuperare non soltanto le opere che non abbiamo guardato abbastanza, ma anche le voci che ci hanno insegnato come guardarle.
In copertina: Marta Lonzi, Carla Accardi, Carla Lonzi, Suzanne Santoro. Studio di Pietro Consagra. Roma, 1971. Foto di Pietro Consagra. © Archivio Pietro Consagra, Milano.