cover Guido Cagnacci: la sensualità della pittura barocca

Guido Cagnacci: la sensualità della pittura barocca

Nuove scoperte nella produzione sensuale e raffinata del maestro del Seicento barocco
12'
L'artista del mese

Guido Cagnacci: pittore irrequieto e sensuale

Guido Cagnacci, Giovane martire morta, prima del 1640, olio su tela, 98 × 130 cm, Museo Fabre, Montpellier.

Guido Cagnacci, Giovane martire morta, prima del 1640, olio su tela, 98 × 130 cm, Museo Fabre, Montpellier.

Guido Cagnacci è senza dubbio l'interprete più sensuale del Seicento italiano. Cagnacci nasce il 19 gennaio 1601 a Santarcangelo di Romagna, lungo la via Emilia, a pochi chilometri da Rimini. Fin dagli inizi la sua biografia appare avvolta da zone d’ombra: non conosciamo con certezza il suo primo maestro, ma tra il 1618 e il 1621 il padre lo mantiene a Bologna, dove probabilmente entra in contatto con l’ambiente di Ludovico Carracci o con la sua scuola. Due soggiorni a Roma risultano decisivi per la sua formazione. Durante il secondo, tra il 1621 e il 1622, lavora accanto al grande Guercino, assimilando un linguaggio pittorico intenso e drammatico.

I primi dipinti documentati risalgono al 1627, mentre dal 1623 al 1648 l’artista opera soprattutto in Romagna. È un periodo di crescente notorietà, ma anche di episodi turbolenti: nel 1628 viene bandito da Rimini per aver tentato la fuga con una giovane vedova della famiglia Stivivi. Questo carattere irrequieto alimenta la leggenda di un artista “bizzarro e stravagante”, ma contribuisce anche al fascino della sua figura. A Santarcangelo trova la protezione di monsignor Bettini, che nel 1635 gli commissiona una pala d’altare: un momento di svolta verso la maturità artistica, segnata dall’influenza dei maestri emiliani, in particolare Guido Reni e lo stesso Guercino.

Nel 1643 lavora a Forlì, dove realizza importanti tele per il duomo, e nel 1647 si trasferisce a Faenza, entrando in contatto con la potente famiglia Spada. Nel 1648 Cagnacci lascia la Romagna e si stabilisce a Venezia, assumendo il nome di “Guido Canlassi da Bologna”. Qui il suo stile evolve verso soggetti profani e figure femminili di straordinaria sensualità: corpi luminosi, atmosfere intime, emozioni trattenute ma palpabili. Le sue eroine sacre e mitologiche diventano protagoniste di una pittura che unisce spiritualità e desiderio.

La morte di Cleopatra: il soggetto iconografico prediletto

Guido Cagnacci, Il Suicidio di Cleopatra, dopo il 1659 circa, olio su tela, 153 × 168.5 cm, Gemäldegalerie, Vienna.

Guido Cagnacci, Il Suicidio di Cleopatra, dopo il 1659 circa, olio su tela, 153 × 168.5 cm, Gemäldegalerie, Vienna.

Verso il 1660, su invito dell’imperatore Leopold I, Cagnacci si trasferisce a Vienna. Alla corte asburgica raggiunge il culmine della fama e realizza la sua opera più celebre, la Morte di Cleopatra. La versione più nota è conservata al Kunsthistorisches Museum, mentre un’altra variante si trova alla Pinacoteca di Brera. Qui, nel 1663, si conclude la sua vita, lontano dalla Romagna ma al centro della scena artistica europea. L'esperienza di Guido Cagnacci si configura come una delle più singolari del Seicento: la sua pittura anticipa sensibilità barocche e quasi moderne, dove il sacro si intreccia con la sensualità e le emozioni diventano protagoniste assolute. Le sue donne – sante, eroine, allegorie – non sono donne idealizzate o astratte, ma presenze vive, umane, vibranti. È proprio questa tensione tra spiritualità e passione a rendere Cagnacci un artista ancora oggi sorprendentemente contemporaneo, capace di raccontare il Seicento con uno sguardo audace e profondamente narrativo.

La morte di Lucrezia

Guido Cagnacci, Morte di Lucrezia, 1657 circa, olio su tela, 87 × 66 cm, Museo di Belle Arti di Lione.

Guido Cagnacci, Morte di Lucrezia, 1657 circa, olio su tela, 87 × 66 cm, Museo di Belle Arti di Lione.

Proprio come la morte di Cleopatra, tra i soggetti più ambiti dal mercato dell'arte seicentesco, vi è anche la morte di Lucrezia. Le eroine della storia romana e quelle bibliche, si offrono infatti come spunto incredibilmente fertile per i pittori e trovano, in virtù della loro sensualità e forza visiva, grande successo presso gli acquirenti e i committenti. Guido Cagnacci non è avulso dal suo contesto storico e artistico, e oltre a diverse versioni della morte di Cleopatra, esplora anche il tragico suicidio dell'eroina romana, che si accoltella, in seguito alla violenza subita da Tarquinio.

Il corpo nudo di Lucrezia emerge in contrasto a uno sfondo scuro: il suo mezzo busto, girato di tre quarti a sinistra della composizione, occupa la maggior parte della tela. Il capo, decorato da un del velo blu, è proteso verso la fioca luce che la illumina. L'eroina viene colta proprio nel momento in cui sta per conficcarsi la punta di un pugnale sotto il seno destro. Con gli occhi socchiusi, dovrebbe lanciare un ultimo, doloroso sguardo all'arma con cui si toglierà la vita, eppure quello sguardo è più sensuale e malizioso, che sofferto. Nell'angolo inferiore sinistro, sotto la mano che impugna lo strumento fatale, che reca anche un anello nuziale, l'opera mostra la firma dell'artista.

Le opere destinate alla devozione privata

Guido Cagnacci, Madonna con Bambino, collezione privata.

Guido Cagnacci, Madonna con Bambino, collezione privata.

Insieme alla versione dello stesso soggetto già nella collezione Strozzi Sacrati (oggi presso la Fondazione della Cassa di Risparmio di Ferrara), questo dipinto di Guido Cagnacci rappresenta una delle prove più raffinate della sua produzione giovanile destinata alla devozione privata. Con ogni probabilità si tratta di opere realizzate non su commissione diretta, ma come parte di una produzione “autonoma”, che l’artista poteva poi proporre sul mercato: una pratica diffusa nella Roma del primo Seicento e che implicava anche un minimo investimento personale per l’acquisto dei materiali, come tele e pigmenti. In questo senso, anche gli episodi ricordati nel testamento paterno del 1643 — in cui si citano le “biancherie” sottratte alla casa familiare — potrebbero essere letti come materiali destinati proprio a questo tipo di attività pittorica.

Dal punto di vista stilistico, pur nella dimensione raccolta e intima della scena, Cagnacci dimostra già una cultura figurativa molto aggiornata. Il tema sacro viene infatti affrontato attraverso una sensibilità profondamente influenzata dalla pittura romana di matrice caravaggesca, che il giovane artista dovette conoscere direttamente durante il suo soggiorno bolognese e i viaggi a Roma. In questo senso, i riferimenti proposti dalla critica a pittori come Orazio Borgianni — pur non sempre puntuali — sono indicativi della sua capacità di assorbire e rielaborare modelli diversi all’interno della cultura romana. Non si tratta più, infatti, di semplici aperture naturalistiche derivate dalla tradizione emiliana o marchigiana, ma di una scelta consapevole di aderire alle potenzialità espressive del caravaggismo, con particolare attenzione alla resa luministica e al naturalismo emotivo.

Accanto a questa matrice più drammatica, si riconoscono anche elementi di maggiore morbidezza pittorica, soprattutto nella definizione delle superfici e dei panneggi, che la critica ha talvolta messo in relazione con la conoscenza di ambienti romani più aggiornati e internazionali, come quello di Simon Vouet. L’evoluzione stilistica che si coglie confrontando queste opere con lavori successivi, come la Processione del Sacramento di Saludecio (1627–1628), evidenzia un progressivo rafforzamento della struttura compositiva e una maggiore solidità volumetrica, in cui le ombre si fanno meno taglienti e le figure acquistano una presenza più stabile e monumentale.

In questa fase, dunque, Cagnacci si colloca pienamente all’interno del dibattito artistico romagnolo e romano, non come semplice seguace, ma come interprete autonomo di un linguaggio figurativo in trasformazione. Le sue opere devozionali private non sono esercizi marginali, ma veri laboratori stilistici in cui si definisce progressivamente quella sintesi tra naturalismo caravaggesco e raffinatezza formale che costituirà uno degli aspetti più riconoscibili della sua maturità artistica.

La Maddalena Penitente di Guido Cagnacci

Guido Cagnacci, Maddalena penitente,1660-1663 circa, olio su tela, 229,2 × 266,1 cm, Norton Simon Museum, Pasadena.

Guido Cagnacci, Maddalena penitente,1660-1663 circa, olio su tela, 229,2 × 266,1 cm, Norton Simon Museum, Pasadena.

Particolarmente ricca di drammaticità e intensità, è la sua Maddalena penitente, anche nota con il titolo Conversione della Maddalena, che raffigura la santa accanto alla sorella Marta, nel momento nel quale si pente, cui fa eco una coppia allegorica della Virtù, un angelo, che scaccia il Vizio, un diavolo.

Maria Maddalena è sdraiata a terra, al centro della scena; Attorno a lei sono sparsi dei gioielli e una collana di perle parzialmente rotta, come se la fosse strappata di dosso, mentre nel lato sinistro dell'opera si trovano una veste e delle scarpe color blu e oro, tutti simboli di lussuria descritti nei minimi particolari. La donna, coperta solo da un panno bianco sulle cosce, tiene le mani giunte mentre medita e comincia a pentirsi del suo passato peccaminoso. Nella parte opposta si trova Marta, che esorta la sorella abbandonare una vita dedita al vizio, al lusso e al peccato. Dietro c'è un angelo seminudo armato con un bastone che scaccia dalla casa un demone, il quale da un'ultima occhiata alla penitente mentre si morde un dito: è un'allegoria del trionfo della Virtù sul Vizio, che simboleggia la conversione della Maddalena. Le ancelle sulla porta ribadiscono questi contrasti: la donna in lacrime rappresenta il Pentimento; l’altra, che gesticola infastidita, rappresenta la Vanità. Sempre nello sfondo sono presenti due figure muliebri, forse delle serve, che escono dalla stanza. In basso a destra è presente la firma in latino "GVIDVS CAGNACCIVS INVENTOR", che testimonia quanto tale impianto compositivo fosse originale.

Nel 1665 il dipinto si trovava sicuramente nella collezione del duca di Mantova Carlo II Gonzaga. I duchi di Mantova avevano rapporti stretti con la famiglia imperiale, pertanto potrebbe essere stato un regalo diplomatico o un acquisto da Leopoldo I. Nel 1711 il quadro giunse in Inghilterra ed entrò nella collezione del duca di Portland. Il dipinto rimase nelle isole britanniche per altri 250 anni, finché non venne acquistato ad un'asta dal collezionista statunitense Norton Simon nel 1981.

Carità...e sensualità

Guido Cagnacci, Caritas Romana, Museo de Arte de Ponce, Portorico. (?)

Guido Cagnacci, Caritas Romana, Museo de Arte de Ponce, Portorico. (?)

La Caritas Romana di Guido Cagnacci affronta uno dei soggetti più intensi e ambigui della tradizione classica, tratto dalla storia romana di Pero e Cimone narrata da Valerio Massimo. Il tema rappresenta una giovane donna che allatta in segreto il proprio padre incarcerato e condannato a morire di fame, trasformando un gesto biologico e tipicamente femminile in un atto estremo di pietà filiale.

Cagnacci costruisce la scena attorno al corpo della protagonista, raffigurata con il seno nudo in primo piano. In quest'opera si verifica un vero e proprio contrasto tra la nudità e la sensualità del seno nudo, che ci parla di una dimensione carnale e sensibile del corpo femminile, e la carità come virtù cristiana assoluta, capace di sovvertire ogni norma sociale e naturale. L’atto dell’allattamento paterno, in questo senso, assume un valore simbolico radicale: il nutrimento, normalmente legato alla maternità, viene trasferito in una relazione filiale rovesciata, dove la figlia diventa madre del proprio padre, incarnando il principio della caritas come dono totale di sé.

Questa ambivalenza tra attrazione visiva e significato etico è centrale nella poetica di Cagnacci, che si colloca in un punto di equilibrio tra naturalismo sensuale e devozione controriformata. La fisicità del corpo, illuminata con grande morbidezza e resa con forte intensità tattile, non nega il contenuto morale della scena, ma lo amplifica, trasformando l’emozione visiva in strumento di partecipazione spirituale. In questo modo la Caritas Romana si configura non solo un episodio di pietà familiare, ma anche una riflessione più ampia sul rapporto tra desiderio, sacrificio e redenzione, tipica della cultura figurativa barocca.

Un'eccezione al maschile nel corpus di Guido Cagnacci

Guido Cagnacci, Davide con la testa di Golia, 1645-1650 circa, olio su tela, Paul Getty Museum, Los Angeles. L'opera non è attualmente inclusa nel percorso museale.

Guido Cagnacci, Davide con la testa di Golia, 1645-1650 circa, olio su tela, Paul Getty Museum, Los Angeles. L'opera non è attualmente inclusa nel percorso museale.

Conosciamo Guido Cagnacci per le rappresentazioni sensuali di bellissime sante o eroine storiche e bibliche, sicuramente meno che per i soggetti maschili. Eppure, dobbiamo riconoscere l'esistenza di un'interessante eccezione maschile nel suo corpus di opere, un Davide con la testa di Golia.

L'abbigliamento del giovane eroe non è rappresentativo dell'Antico Testamento, ma sicuramente di un periodo successivo. La pratica di raffigurare protagonisti biblici e storici in lussuosi abiti contemporanei aveva una lunga tradizione, che Cagnacci avrebbe ammirato nei dipinti dei suoi predecessori rinascimentali e del XVII secolo. Tra questi figurano Paolo Veronese, di cui studiò con grande attenzione l'opera, e Caravaggio, i cui seguaci incontrò a Roma. L'abbigliamento di Davide, tuttavia, non è esattamente tipico della moda in uso nel XVII secolo, ma riprende forse un costume teatrale, elemento comune in alcune opere della pittura barocca, ma connesso anche al fatto che lo stesso Cagnacci è noto per aver intrattenuto stretti legami con l'ambiente teatrale del suo tempo.

La recente scoperta: gli affreschi nascosti a Forlì

Particolare che rivela la possibile presenza degli affreschi incompiuti di Guido Cagnacci, sotto le pitture di Carlo Cignani © Il Resto del Carlino

Particolare che rivela la possibile presenza degli affreschi incompiuti di Guido Cagnacci, sotto le pitture di Carlo Cignani © Il Resto del Carlino

Recentemente, a Forlì sono emerse nuove prospettive sulla carriera e la vita di Cagnacci, in particolare in relazione al cantiere della Madonna del Fuoco nel Duomo di Forlì. Nei primi anni Quaranta del Seicento, Cagnacci ricevette l’incarico di affrescare la cupola e il tamburo. Ma dopo aver consegnato le due spettacolari tele, l’artista sparì dalla scena, lasciando l’opera incompiuta. Per secoli si è parlato di imperizia tecnica o di fughe romanzesche dovute alla sua vita scandalosa; ora emerge invece una nuova verità documentaria e architettonica.

La chiave di volta sarebbe la morte di Clemente Merlini (1642), potente uditore della Sacra Rota e protettore del pittore, recentemente identificato da Pulini in un inedito Ritratto allo scrittoio presso l’Istituto Prati. Senza lo scudo del Merlini, il cantiere si arenò. Tuttavia, le indagini condotte da Pulini insieme alla ricercatrice Arianna Bargellini hanno svelato un dettaglio fisico clamoroso: sotto la cupola al suo stato attuale, dipinta decenni dopo da Carlo Cignani, pare vi sia ancora traccia del progetto originale.

Cignani, infatti, scelse di ribassare la calotta interna, rinunciando all’illuminazione diretta della lanterna. Un’ispezione recente, autorizzata dalla Curia, ha confermato il sospetto: all’interno della lanterna originale sopravvivono testine di cherubini e decorazioni affrescate. Questi frammenti, probabilmente riconducibili al quadraturista Angelo Michele Colonna che collaborava con Cagnacci, suggeriscono che il lavoro fosse molto più avanzato di quanto ritenuto finora e che sotto l’attuale decorazione della cupola del Duomo possano esistere affreschi attribuibili a Cagnacci, mai completati.

C'è anche Guido Cagnacci nella mostra sul Barocco a Forlì

Guido Cagnacci, Gloria di San Mercuriale, 1642-1647 circa, Museo Civico di Forlì.

Guido Cagnacci, Gloria di San Mercuriale, 1642-1647 circa, Museo Civico di Forlì.

Guido Cagnacci non poteva non essere presente nella maestosa mostra "Barocco: Il Gran Teatro delle Idee", che ha inaugurato il 21 febbraio e che resterà aperta sino al 28 giugno 2026, presso il Museo Civico San Domenico di Forlì. L'esposizione porta in scena circa 200 capolavori tra cui opere di Bernini, Borromini, Caravaggio, Pietro da Cortona, Guercino, Guido Reni, Van Dyck, Rubens ma anche Bacon, Boldini, de Chirico, Fontana, Melotti, Boccioni e molti altri, danno vita a un percorso che compone un dialogo tra due epoche lontane ma intimamente connesse.

Il Museo, che ospita tra le varie opere in collezione permanente, anche la sua Allegoria dell’astrologia sferica, propone nel percorso espositivo temporaneo dedicato al Barocco, due tele magnifiche del nostro artista: la Gloria di San Mercuriale e la Gloria di San Valeriano (1642-1647). Si tratta di opere in cui possiamo notare l'influsso del Guercino e del colore veneto destinate ai pennacchi della cupola della cappella della Madonna del Fuoco nella cattedrale di Forlì. Successivamente a Venezia e poi a Vienna, abbandona del tutto la pittura sacra, dedicandosi principalmente a soggetti di nudo femminile, in cui erotismo e sensualità la fanno da padrone.

In copertina: Guido Cagnacci, Morte di Cleopatra, 1645–1655 circa, olio su tela, 95 × 75 cm, The Metropolitan Museum of Art, New York. Dettaglio del seno, quasi raggiunto dall'aspide con cui Cleopatra si toglierà la vita.