
"Barocco – Il Gran Teatro delle Idee": la mostra da non perdere a Forlì
Cosa è stato il Barocco

Gian Lorenzo Bernini, Ratto di Proserpina, 1621-1622, marmo, Galleria Borghese, Roma.
Prima di raccontarvi della mostra "Barocco – Il Gran Teatro delle Idee" di Forlì, vorrei ripercorrere brevemente le caratteristiche principali dello stile e del periodo Barocco. Il Seicento barocco si configura come il primo vero linguaggio globale della modernità, una stagione in cui l’Europa, uscita dalle certezze rinascimentali, scopre un universo infinito, instabile e profondamente drammatico. Storicamente, questa rivoluzione estetica nasce come risposta alle fratture della Riforma protestante: la Chiesa cattolica, attraverso il Concilio di Trento, comprende che per riconquistare i fedeli non basta più la dottrina, ma serve l’emozione. L’arte si trasforma così in una "macchina della meraviglia", dove l'architettura di Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini abbandona la linea retta per accogliere la curva e l'ellisse, creando spazi che sembrano pulsare e dilatarsi all'infinito. Dal punto di vista artistico, il Barocco rompe il confine tra le discipline: pittura, scultura e architettura si fondono nel "bel composto", un'opera d'arte totale che mira a stupire i sensi per arrivare all'anima. Mentre Caravaggio porta la realtà cruda e la luce teatrale nelle tenebre del quotidiano, artisti come Rubens e Pietro da Cortona celebrano il trionfo del colore e del movimento nelle grandi decorazioni a soffitto, che aprono i palazzi verso cieli infiniti. Non si tratta di una semplice ricerca dell'eccesso, ma di una sofisticata strategia comunicativa che usa lo spettacolo per governare le masse, trasformando ogni piazza, chiesa o reggia nel palcoscenico di un potere che ha bisogno di essere visto per essere creduto. In questo senso, il Barocco è l'antenato diretto della nostra cultura dell'immagine, un'epoca in cui l'artificio non serviva a nascondere il vero, ma a rivelarne la sua natura complessa, dinamica e inarrestabile.
La fortuna alterna del Barocco

Gian Lorenzo Bernini, il Gange, dettaglio della Fontana dei Quattro Fiumi, Piazza Navona, Roma.
Il concetto di Barocco ha attraversato secoli di profonda ostilità intellettuale prima di essere riconosciuto come uno dei pilastri della cultura europea. Per lungo tempo, il termine stesso è stato utilizzato con un'accezione spregiativa: derivante probabilmente dal portoghese barroco (una perla di forma irregolare) o dal termine logico baroco (un sillogismo pedante), veniva impiegato dai teorici del Settecento e dell'Ottocento per indicare tutto ciò che era considerato bizzarro, ridondante o di cattivo gusto. Storici dell'arte neoclassici e razionalisti vedevano nel Seicento una "decadenza" rispetto all'equilibrio del Rinascimento, liquidando la sua teatralità come un vuoto artificio retorico.
La vera riabilitazione critica è iniziata solo tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, grazie a studiosi come Heinrich Wölfflin, che per primo distinse le categorie formali del Barocco come un linguaggio autonomo e non inferiore a quello classico. Recentemente, la storiografia ha vissuto una vera e propria riscoperta di questo periodo, interpretandolo non più come un’anomalia, ma come il "gran teatro delle idee" in cui l’immagine si è fatta strumento consapevole di comunicazione e persuasione. Oggi il Barocco è celebrato come un’epoca di straordinaria modernità, capace di anticipare la nostra sensibilità per lo spettacolo, la fluidità degli spazi e la complessità di un mondo in perenne tensione.
Perché vedere la mostra "Barocco – il Gran Teatro delle Idee" a Forlì

Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Incoronazione di Spine, 1602-1603 circa, olio su tela, 125 × 178 cm, Galleria di Palazzo degli Alberti, Prato.
La mostra "Barocco – Il Gran Teatro delle Idee" a Forlì, attraverso circa 200 capolavori, ricostruisce il clima culturale e artistico del Barocco sondandone al tempo stesso gli sconfinamenti temporali, riunendo opere provenienti da numerose istituzioni nazionali e internazionali — forte anche della collaborazione con Gallerie Nazionali di Arte Antica – Palazzo Barberini — tra cui l’Albertina di Vienna, il Museo del Prado di Madrid, i Musei Vaticani, le Gallerie degli Uffizi di Firenze e il Museo e Real Bosco di Capodimonte — per dare vita a un percorso articolato in dodici sezioni che propongono un viaggio che dal fascino dell’antico giunge fino alle risonanze contemporanee.
Il merito principale della mostra risiede nella capacità di presentare il Barocco come il momento cruciale in cui l’arte europea ha compreso definitivamente la propria forza comunicativa e politica. In questa prospettiva, l’immagine cessa di essere un semplice specchio della realtà per trasformarsi in uno strumento attivo, capace di modellare il mondo e di agire come un dispositivo critico in grado di orientare lo sguardo collettivo, costruire identità e mettere in scena i conflitti del tempo.
L'esposizione rivela come, nel grande teatro delle idee del Seicento, si sia definito un rapporto inedito tra la forma e il potere, tra l’esperienza sensoriale e il pensiero razionale, e tra la presenza fisica della materia e la sua costruzione simbolica. Il Barocco non viene dunque interpretato come un’epoca di sterile eccesso, ma come un vero e proprio laboratorio di modernità. È proprio in quella consapevolezza dell’immagine — nella sua intrinseca capacità di persuadere, emozionare e organizzare la complessità del mondo — che affonda una parte decisiva della nostra cultura visiva contemporanea, continuando ancora oggi a interrogare profondamente il presente.
Il debito del Barocco nei confronti dell’antico

Gian Lorenzo Bernini, Laocoonte, 1620-1625, Galleria Spada, Roma.
L’itinerario espositivo ha inizio con la sezione intitolata "Il vero e la meraviglia. La seduzione dell’antico", un’apertura che chiarisce immediatamente come le vestigia del passato non rappresentassero per gli artisti del Cinquecento e del Seicento un semplice ornamento o un riferimento accademico. Al contrario, l'antico emerge come una forza vitale e imprescindibile, un vero e proprio linguaggio visivo che ha plasmato l'identità dell'epoca. In questa prospettiva, la dinamicità estrema e il turbinio dei corpi tipici del Barocco non sono che il risultato di un confronto serrato con la statuaria classica. Il gruppo del Laocoonte, con il suo intreccio di tensioni drammatiche, assurge a paradigma del pathos, mentre il Torso del Belvedere ispira una nuova concezione della plasticità dove lo sforzo muscolare diventa proiezione di un tormento interiore. L’archeologia, dunque, smette di essere nostalgia per farsi detonatore di una rivoluzione estetica.
All’interno di questo fervore creativo, Annibale Carracci recupera la lezione raffaellesca per la Galleria Farnese, pur caricandola di una monumentalità scenografica senza precedenti, mentre Ludovico e Agostino operano una sintesi tra l'equilibrio del classicismo e l'immediatezza del naturalismo. In tale contesto si inserisce la rottura radicale operata da Caravaggio: le sue figure squarciano l'oscurità imponendosi come presenze fisiche e vulnerabili, messe a nudo da una luce radente che ne sottolinea ogni fragilità. Nell’Incoronazione di spine, il movimento dei carnefici perde ogni finzione teatrale per trasformarsi in un atto concreto e brutale, dove il dolore non viene più mediato dall'idealizzazione, ma restituito attraverso una crudezza lucida e controllata.
Questo dialogo attraverso i secoli si alimenta di incontri straordinari che preparano lo sguardo alla comprensione del Seicento. Prima di approfondire l'opera dei grandi protagonisti, il percorso mette in risalto capolavori antichi come il Galata del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ponendoli in relazione con la produzione di maestri del calibro di Guercino, Battistello Caracciolo e Rubens. Le opere di questi artisti, provenienti da prestigiose istituzioni e sedi ecclesiastiche, conversano con la Natività di Pietro da Cortona e l’Incoronazione di spine caravaggesca di Prato. Questo legame profondo con la tradizione non si esaurisce però nell'età barocca, ma si protrae fino alla contemporaneità con la video installazione di Quayola, dove le pale d’altare di Rubens e Van Dyck vengono rielaborate attraverso algoritmi computazionali, dimostrando come la seduzione dell'antico continui a rigenerarsi in forme tecnologiche e inaspettate.
La Roma dei Papi

Andrea Pozzo, La Gloria di Sant’Ignazio, affresco della volta della navata, 1691-1694, Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, Roma.
Il linguaggio architettonico barocco trova la sua massima espressione celebrativa nella seconda sezione della mostra, intitolata "La Roma dei papi. Il più grande spettacolo del mondo", dove l'architettura cessa di essere semplice costruzione per farsi teatro del sacro e del potere. In questo scenario si inserisce la straordinaria produzione grafica di Francesco Borromini, proveniente dall'Albertina di Vienna, che testimonia una sfida radicale ai canoni tradizionali. Borromini manipola la geometria classica con una libertà senza precedenti, alternando linee concave e convesse per dar vita a superfici dinamiche che sembrano animate da un respiro proprio. L'emblema di questa ricerca è la pianta di Sant’Ivo alla Sapienza: un complesso intreccio di triangoli e curve che trasforma il rigore matematico in un organismo fluido e pulsante.
Accanto a lui, Gian Lorenzo Bernini definisce l'essenza del Barocco attraverso l'integrazione totale delle arti, come dimostra il Modello preparatorio per la Fontana dei Quattro Fiumi della Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro. Nelle sue mani, scultura, luce e architettura si fondono in un unico dispositivo emotivo volto a meravigliare l'osservatore. Un esempio magistrale è la Cattedra di San Pietro, dove l'uso sapiente di una finestra ovale nascosta trasforma la luce naturale in una materia scenografica che sembra emanare direttamente dal divino.
L'apice di questa tensione verso il meraviglioso viene raggiunto con le visioni di Andrea Pozzo, che eleva l'illusione prospettica a una dimensione vertiginosa. Nella volta della chiesa di Sant’Ignazio, la distinzione tra lo spazio fisico e quello dipinto si dissolve completamente: l'architettura fittizia si prolunga oltre i confini del reale, trasformando il soffitto in una soglia spalancata verso l'infinito. Il risultato è un’esperienza immersiva dove il limite murario scompare, lasciando che l’occhio si perda in una profondità celeste che non conosce confini.
Il Barocco come teatro del potere

Carlo Maratta, Ritratto di Clemente IX, 1669, olio su tela, 145 x 116 cm, Musei Vaticani, Città del Vaticano.
Il Seicento si impone come l’epoca in cui il potere centralizzato scopre il valore strategico dell'immagine, trasformandola in un sofisticato linguaggio politico che trova la sua celebrazione nella terza sezione della mostra, intitolata "Il volto del potere. Committenza e rappresentazione" In questo contesto, il ritratto ufficiale cessa di essere una mera effigie per diventare lo strumento con cui papi e sovrani costruiscono la propria identità pubblica. Un esempio emblematico è offerto dal Ritratto di Innocenzo X di Diego Velázquez, conservato presso la Galleria Doria Pamphilj di Roma: qui, lo sguardo penetrante del pontefice e il cromatismo acceso della veste cremisi si fondono in un’opera che è al contempo un documento di crudo realismo e una solenne affermazione di autorità. Allo stesso modo, i busti scolpiti da Gian Lorenzo Bernini infondono nel marmo un’energia tale da trasformare la figura papale in una presenza quasi vivente, capace di interpellare l'osservatore attraverso la propria forza plastica.
Accanto ai vicari di Cristo, anche l’aristocrazia romana utilizza l'arte per ribadire il proprio rango e il prestigio del casato. Il Ritratto di Olimpia Aldobrandini Pamphilj, eseguito da Jacob Ferdinand Voet per le Gallerie Nazionali d’Arte Antica, restituisce l'eleganza della principessa di Rossano traducendo in simboli visivi l'influenza della famiglia Pamphilj. La complessa iconografia del soglio petrino si arricchisce ulteriormente attraverso diverse sfumature espressive, come si osserva nel Ritratto di Clemente IX Rospigliosi benedicente di Giovanni Battista Gaulli, che insiste sulla dimensione pastorale del gesto, o nella versione di Carlo Maratta custodita ai Musei Vaticani, caratterizzata da una monumentalità più severa e composta.
Questa strategia di autorappresentazione non si limita però alle opere d’arte permanenti, ma pervade l'intera dimensione urbana attraverso gli apparati effimeri realizzati per canonizzazioni, festività e ingressi solenni. In queste occasioni, la città stessa si trasforma in un teatro permanente e grandioso, un palcoscenico a cielo aperto dove il potere si rende visibile, solenne e, infine, condiviso con il popolo.
L'arredo Barocco: la teatralità nelle dimore aristocratiche

Maestranze trapanesi (su disegno di Paolo Amato?), Trionfo di Apollo sul carro del Sole, fine XVII secolo-inizio XVIII secolo, Collezione Fondazione Giuseppe Whitaker.
L'estetica della meraviglia non si esaurisce nelle grandi architetture cittadine, ma varca la soglia delle dimore aristocratiche, come illustrato nella sezione Scenografie del quotidiano. Nuovi stili decorativi. Qui, la spettacolarità barocca trasforma l’ambiente domestico in un palcoscenico di rappresentazione, dove il confine tra il dato naturale e l’artificio artistico svanisce tra consolle dai piani in marmo policromo, stipi minuziosamente intarsiati e arazzi araldici che celebrano il lignaggio delle casate. In questo universo di raffinata opulenza, oggetti come le coppe con nautilus e gli argenti cesellati testimoniano una ricerca costante di stupore, portando il lusso oltre la semplice funzione d'uso.
Un vertice di questa teatralità applicata all'oggetto prezioso è rappresentato dal Reliquiario della vera Croce, realizzato su invenzione di Gian Lorenzo Bernini tra il 1644 e il 1645. Custodito presso il Museo Diocesano di Osimo, l'opera fonde sapientemente bronzo dorato, argento, oro e cristallo, traducendo la complessità dello spazio barocco in una dimensione orafa di straordinario impatto visivo. Allo stesso modo, il gusto per la materia nobile e il virtuosismo tecnico si manifesta nel Crocifisso di Alessandro Algardi del Museo Nazionale di Mileto: una scultura in avorio dove il rigore della devozione incontra una perizia esecutiva che sfida la durezza del materiale.
L’arredo stesso finisce per rinnegare la propria staticità per farsi architettura in miniatura, come accade nella consolle intagliata e dorata di Michele Fanoli, datata 1701 e conservata alla Rocca dei Principi Meli Lupi di Soragna. Caratterizzato da forme mosse e da un apparato decorativo esuberante, questo mobile non è più un semplice complemento, ma una struttura scenografica che cattura lo spazio circostante, confermando come nel Seicento ogni dettaglio del quotidiano dovesse contribuire alla narrazione di un mondo magnifico e vibrante.
Barocco e scienza: rivoluzione scientifica e le Wunderkammer

Paolo Gerolamo Piola, Orologio notturno raffigurante Diana (o l'Allegoria della Notte?), fine del XVII secolo - inizi del XVIII secolo, cassa in legno intagliato e tinto color ebano, argento sblazato e cesellato, mostra in rame dipinto a olio, collezione privata.
Il Seicento non si limita a ridefinire i confini dell'arte, ma si impone come l'epoca di una profonda rivoluzione scientifica che altera per sempre la percezione del reale. Mentre il cannocchiale di Galileo spalanca l'orizzonte cosmico verso l'infinitamente grande, la nascita della microscopia svela i segreti di un mondo infinitamente piccolo, portando a una radicale trasformazione del sapere. Questa nuova sensibilità si riflette nella sezione intitolata "La mutevole visione delle cose". Verso il superamento dei generi, dove il dialogo tra estetica e indagine empirica trova la sua sintesi nelle Wunderkammer. All'interno di queste "camere delle meraviglie", strumenti astronomici, orologi meccanici e cristalli preziosi convivono in un sistema di conoscenza visiva che non distingue tra la bellezza della natura e l'ingegno dell'uomo.
Un esempio magistrale di questo connubio tra arte e meccanica è l’Orologio automa raffigurante un elefante, capolavoro della Manifattura di Augsburg realizzato tra il 1595 e il 1600. Questo raffinato congegno, forgiato in bronzo dorato e argento cesellato, incarna perfettamente la ricerca di meraviglia tecnica tipica delle collezioni dell'epoca, trasformando la misurazione del tempo in uno spettacolo semovente. Allo stesso modo, il Telescopio di tipo terrestre di Paolo Belletti, risalente al 1689 e oggi custodito al Museo Galileo di Firenze, si pone come testimone diretto di una nuova fiducia nell'osservazione scientifica, intesa come unico strumento capace di squarciare il velo delle apparenze.
Tuttavia, questa spinta verso la conoscenza razionale è costantemente accompagnata dalla consapevolezza della precarietà dell'esistenza e dell'instabilità della visione umana. Tale riflessione sulla sorte trova la sua massima espressione allegorica nell'opera La Fortuna di Guido Reni e Antonio Giarola, databile intorno al 1638. In questa tela, conservata presso l’Accademia Nazionale di San Luca, l’indagine sul mondo fisico cede il passo a una meditazione sulla mutevolezza del destino, ricordando all'uomo del Seicento che, nonostante il progresso delle lenti e dei calcoli, la vita rimane soggetta a un perenne e imprevedibile mutamento. La stessa percezione si avverte nelle nature morte e delle Vanitas, che diventano generi particolarmente praticati e apprezzati, proprio perché capaci di esprimere questi sentimenti.
Arte e spiritualità barocca: estasi e mistica

Gian Lorenzo Bernini, Cristo legato, 1630 circa, terracotta con tracce di colore su base di ardesia, Galleria Nazionale dell'Umbria, Perugia.
Il percorso espositivo giunge al cuore della spiritualità seicentesca con la sezione "Visioni mistiche. Lo spirito, la carne, l’estasi", un’indagine profonda sulla centralità dell’esperienza trascendente nella pittura barocca influenzata dai dettami della Controriforma. In questo contesto, il contatto tra il fedele e il divino perde ogni astrazione per tradursi in immagini di partecipazione emotiva e fisica travolgente. Attraverso l’uso sapiente della luce e la resa del trasporto del corpo, gli artisti costruiscono un vero e proprio racconto verticale della trascendenza, dove l’ascesa spirituale passa inevitabilmente per la concretezza dei sensi.
L’esperienza del sacro trova una delle sue interpretazioni più intime e silenziose nel San Francesco in meditazione di Caravaggio, risalente al 1606 circa. In quest’opera, la dimensione mistica non si manifesta con fragore, ma si consuma in una riflessione solitaria e tangibile, definita dal contrasto netto tra le ombre profonde e una luce che rivela la realtà dell'uomo. Al contrario, la tensione vibrante della materia emerge con forza nel Cristo legato di Gian Lorenzo Bernini, una terracotta dove l'immediatezza del gesto sembra catturare un moto interiore nell'istante stesso del suo compiersi, trasformando il dolore in un’esperienza plastica quasi pulsante.
Questa straordinaria capacità berniniana di infondere vita e pathos nelle figure trova una continuità espressiva ne La Beata Ludovica Albertoni di Giovan Battista Gaulli, detto il Baciccio. Nel dipinto, l’estasi è restituita attraverso un abbandono totale del corpo e un’intensità luminosa che avvolge la protagonista, creando un equilibrio perfetto tra la sfera spirituale e quella sensibile. L'opera diventa così l'emblema di un'epoca che ha saputo raccontare l'invisibile attraverso la carne, rendendo l'incontro con Dio un evento drammatico, umano e profondamente luminoso.
Il Barocco come linguaggio: miti, allegorie e il trionfo dell'immagine

Tanzio da Varallo, Davide con la testa di Golia, 1623-1625, Pinacoteca di Varallo, Palazzo dei Musei, Varallo.
Nel cuore del Seicento, l’immagine smette di essere una semplice illustrazione per trasformarsi in un sofisticato congegno intellettuale, capace di organizzare il pensiero e veicolare messaggi complessi. Come dimostra la sezione "Il trionfo dell’immagine. Miti, allegorie, storie", l’allegoria assurge a strumento privilegiato per la costruzione del significato, dove ogni figura dipinta o scolpita agisce contemporaneamente come protagonista di un racconto e come esplicita dichiarazione ideologica.
Questa densità simbolica emerge con forza nel Davide con la testa di Golia di Tanzio da Varallo, dove l’eroismo biblico viene riletto come un potente emblema politico della virtù che trionfa sulla tirannia. Allo stesso modo, l’energia travolgente della Caccia alle fiere di Pieter Paul Rubens e della sua bottega trascende la cronaca del conflitto per farsi metafora del dominio dell’uomo sui propri istinti primordiali. Il mito classico diventa così un ricco tessuto di simboli, che si dipana tra il Baccanale di putti di Nicolas Poussin e l’eleganza pastorale di Amarilli e Mirtillo di Antoon van Dyck, dove la poesia e il sentimento si intrecciano in un dialogo armonioso e colto.
La narrazione barocca si addentra anche nei territori del desiderio e del destino attraverso l’opera di Artemisia Gentileschi: il suo Amore dormiente e la sua Cleopatra trasformano il corpo in un palcoscenico di tensioni profonde, sospeso tra la seduzione dell’eros e l’ineluttabilità della morte. Anche la scultura partecipa a questa complessa operazione intellettuale, come dimostra il Busto del Laocoonte di Gian Lorenzo Bernini, che rielabora il modello antico non solo come saggio di virtuosismo tecnico, ma come una vera e propria dichiarazione di intenti poetica. L'opera d’arte si configura infine come un testo da decifrare, un labirinto di segni dove ogni gesto, sguardo o oggetto invita lo spettatore a un esercizio di intelligenza, utilizzando la metafora ardita e l’accostamento inatteso per risvegliare lo stupore e la riflessione.
Il realismo del quotidiano e il teatro della fede: l’umanità del Barocco

Simon Vouet, Ritratto di Aubin Vouet, 1620 circa, Musée Réattu, Arles Fine Art Museum.
Il Seicento barocco si rivela come un’epoca di straordinari contrasti, capace di far dialogare l'umiltà della vita popolare con le vette più alte dell'estasi spirituale. Nella dimensione meno ufficiale del secolo, la strada entra prepotentemente in scena: sotto l’influenza della rivoluzione caravaggesca e dei pittori "bamboccianti", la realtà dei ceti umili e della quotidianità bohémienne diventa un soggetto nobile e ricercato da artisti e collezionisti. Questa attenzione al "vero" si manifesta in ritratti dalla vivacità psicologica immediata, come quello di Aubin Vouet eseguito da Simon Vouet, dove la pittura barocca si accosta al mondo concreto e tangibile della gente comune, esplorando al contempo le tensioni morali e le reazioni critiche di figure come Salvator Rosa. Tuttavia, questa stessa concretezza della carne e del vissuto è ciò che la cultura post-tridentina utilizza per rendere visibile l’invisibile: il corpo, così presente nelle scene di taverna, diventa nelle visioni mistiche il luogo della trasformazione interiore. La fede si trasforma in esperienza sensibile e teatrale, dove il San Francesco di Annibale Carracci emerge dal buio attraverso una luce che è rivelazione teologica, e il San Carlo Borromeo del Guercino traduce la devozione in un gesto vibrante e raccolto. In questo intreccio tra sacro e profano, la teatralità non è mai un semplice artificio, ma un ponte emotivo che chiama l'osservatore a partecipare direttamente al pathos, sia che si tratti della tensione tra redenzione e sensualità nelle Maddalene di Andrea Sacchi, sia della vibrante realtà di un vicolo romano.
L'eco del Barocco: il viaggio di un linguaggio universale in Europa

Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata Concezione, 1660-1665, olio su tela, 206 x 144 cm, Museo del Prado, Madrid.
La Roma barocca diventa il punto di partenza per un’onda creativa che travolge l'intero continente, trasformando il Barocco in una vera e propria lingua internazionale capace di adattarsi allo spirito di ogni nazione. Mentre in Francia il nuovo stile si fonde con l'assolutismo monarchico acquisendo un’impronta monumentale e celebrativa, in Spagna esso si carica di un’intensità mistica che trasfigura la luce in dramma. Questa straordinaria capacità di metamorfosi emerge nel confronto tra l'equilibrio classico del Martirio di sant’Erasmo di Nicolas Poussin e la spiritualità vibrante dell’Immacolata Concezione di Bartolomé Esteban Murillo, testimonianze di come il modello romano sia stato rielaborato con sensibilità locali. Dalle dinamiche quasi febbrili dell'Europa centrale alle grandi corti europee, il Barocco si definisce così attraverso una circolazione incessante di artisti e idee, confermando la sua natura dinamica fondata sullo scambio continuo e sulla perenne trasformazione.
Oltre il Seicento: l’Inquietudine del contemporaneo

Francis Bacon, Papa I - Studio per Papa Innocenzo X di Velazquez, 1951, Aberdeen Art Gallery.
L’elemento di rottura più originale dell'interessantissima e ampia mostra "Barocco – Il Gran Teatro delle Idee" è però lo sconfinamento nel contemporaneo. Il Barocco non viene presentato come una stagione conclusa, ma come un’energia che continua a interrogare il presente, agendo come un vero laboratorio di modernità. Attraverso un dialogo serrato, il visitatore è chiamato a rendersi conto di come la tensione plastica di Lucio Fontana, le inquietudini spaziali della Costruzione spiralica di Umberto Boccioni e le deformazioni iconografiche dei papi di Francis Bacon — ispirate alla potenza di Velázquez per gridare le angosce del dopoguerra — affondino le proprie radici in quella stessa sensibilità seicentesca. Questa eredità non si manifesta come un semplice revival stilistico, ma come un fertile terreno di confronto dove la libertà dinamica del passato incontra la sensibilità moderna, da Oskar Kokoschka a Giorgio de Chirico.
Visitare la mostra "Barocco – Il Gran Teatro delle Idee"

Due dipinti della sezione "Il trionfo dell’immagine. Miti, allegorie, storie".
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Titolo: "Barocco – Il Gran Teatro delle Idee"
Luogo: Museo Civico San Domenico di Forlì, Piazza Guido da Montefeltro
Quando: dal 21 Febbraio al 28 Giugno 2026
Orari: dal lunedì al venerdì: 9.30-19.00; sabato, domenica, giorni festivi: 9.30-20.00 (Pasqua, Pasquetta, 25 aprile, 1° maggio, 2 giugno).
La biglietteria chiude un’ora prima.
Biglietti: Intero 14,00€; ridotto 12,00€; ridotto bambini 5,00€
In copertina: Artemisia Gentileschi, Amore dormiente, 1627 circa, olio su tela, Collezione Pizzi, Venezia. Dettaglio del volto di Amore.