cover Evaristo Baschenis: il maestro bergamasco delle nature morte

Evaristo Baschenis: il maestro bergamasco delle nature morte

Il fascino inaspettato delle nature morte musicali del Seicento
11'
L'artista del mese

Le nature morte barocche di Evaristo Baschenis

Evaristo Bascheris, Strumenti musicali e tendone rosso, 1670 circa, pittura ad olio, 95 x 128 cm, Accademia Carrara, Bergamo.

Evaristo Bascheris, Strumenti musicali e tendone rosso, 1670 circa, pittura ad olio, 95 x 128 cm, Accademia Carrara, Bergamo.

Nel panorama della pittura italiana del Seicento esistono artisti che hanno raggiunto fama internazionale attraverso grandi composizioni religiose, scene mitologiche o ritratti celebrativi. Eppure, accanto ai protagonisti più celebri del Barocco, emerge una figura straordinaria e singolare: Evaristo Baschenis, pittore bergamasco capace di trasformare un genere apparentemente silenzioso come la natura morta in una raffinata riflessione sulla musica, sul tempo e sulla fragilità dell’esistenza.

Baschenis è oggi considerato uno dei più importanti interpreti della natura morta musicale europea. Le sue tele raffigurano soprattutto strumenti ad arco e a pizzico — liuti, violini, viole, mandole, chitarre — disposti con equilibrio quasi geometrico su tavoli ricoperti da tappeti preziosi o superfici lignee. Tuttavia, queste composizioni non sono semplici rappresentazioni realistiche di oggetti: sono immagini costruite con straordinaria precisione, dove la materia sembra conservare il ricordo della musica appena terminata.

La forza della sua pittura nasce da un paradosso affascinante: Baschenis dipinge strumenti immobili, ma riesce a suggerire il suono. Le corde ferme dei suoi liuti sembrano ancora vibrare; gli spartiti aperti evocano melodie invisibili; il silenzio della scena appare come l’attimo sospeso prima o dopo un concerto. In un certo senso la sua produzione presenta delle affinità con quelle di Antiveduto Grammatica, pittore che nel Seicento ha realizzato numerose scene di soggetto musicale e concerti. Se Grammatica rappresenta la musica nel momento della sua esecuzione, attraverso la presenza dei musicisti e l'azione del fare musica, Baschenis ne coglie invece la traccia e la memoria, affidando agli strumenti abbandonati il compito di suggerire ciò che non è più visibile né udibile. In entrambi i casi, tuttavia, la pittura supera la propria natura silenziosa per richiamare nello spettatore l'esperienza del suono.

Come avremo modo di vedere, la produzione artistica di Baschenis si colloca pienamente nella cultura visiva barocca, un’epoca interessata al rapporto tra realtà e illusione, come abbiamo scoperto anche grazie allo Scarabattolo di Domenico Remps, tra apparenza e significato nascosto. Attraverso oggetti quotidiani e strumenti musicali, Baschenis costruisce immagini sofisticate che parlano del tempo che passa, della bellezza effimera e della memoria.

La vita di Evaristo Baschenis: un pittore nella Bergamo del Seicento

Evaristo Baschenis, Ragazzo con canestra di pane e dolciumi, 1650-1660 circa, Evaristo, Accademia Carrara, Bergamo

Evaristo Baschenis, Ragazzo con canestra di pane e dolciumi, 1650-1660 circa, Evaristo, Accademia Carrara, Bergamo

Evaristo Baschenis nacque a Bergamo nel 1617 in una famiglia legata alla tradizione artistica. I Baschenis erano infatti una famiglia numerosa e conosciuta nell’ambiente culturale bergamasco: diversi suoi membri si dedicarono alla pittura, tra cui alcuni esponenti attivi soprattutto nelle valli bergamasche. Le informazioni sulla sua formazione giovanile non sono completamente documentate, ma gli studiosi ritengono che abbia iniziato il proprio percorso artistico nella città natale, entrando in contatto con l’ambiente pittorico lombardo e con la tradizione figurativa sviluppatasi tra XVI e XVII secolo.

Bergamo, nel Seicento, era un territorio culturalmente complesso: apparteneva alla Repubblica di Venezia, ma manteneva forti legami con la cultura lombarda. Questa posizione geografica favorì uno scambio continuo tra influenze diverse: da una parte la sensibilità veneziana per il colore e la luce, dall’altra il naturalismo lombardo caratterizzato dall’attenzione alla realtà concreta e alla resa degli oggetti. Questa doppia eredità sarà fondamentale nella pittura di Baschenis.

Il rapporto con la musica

Evaristo Baschenis, Natura morta con strumenti musicali, olio su tela, 60 x 88 cm, Pinacoteca di Brera, Milano.

Evaristo Baschenis, Natura morta con strumenti musicali, olio su tela, 60 x 88 cm, Pinacoteca di Brera, Milano.

Uno degli aspetti più interessanti della biografia di Evaristo Baschenis riguarda il suo rapporto con il mondo musicale bergamasco. La città di Bergamo nel Seicento era un importante centro musicale, con una vivace attività legata alla costruzione e all’esecuzione di strumenti. Baschenis frequentò ambienti dove la musica aveva un ruolo centrale e sviluppò una particolare conoscenza degli strumenti rappresentati nelle sue opere. Secondo la tradizione critica, il pittore ebbe rapporti con la famiglia degli Amati, celebre dinastia di liutai cremonesi, e con altri ambienti legati alla produzione strumentale dell’Italia settentrionale. Le sue nature morte mostrano infatti una conoscenza estremamente precisa degli strumenti: proporzioni, dettagli costruttivi, decorazioni e materiali sono rappresentati con una fedeltà che dimostra una familiarità diretta con questi oggetti. Non si trattava quindi di semplici elementi decorativi. Gli strumenti musicali erano per Baschenis il vero soggetto della pittura.

Sacerdote e pittore: la doppia identità di Baschenis

Evaristo Baschenis, Natura morta con strumenti musicali, olio su tela, 85 x 105 cm, collezione privata, già Matteo Salamon.

Evaristo Baschenis, Natura morta con strumenti musicali, olio su tela, 85 x 105 cm, collezione privata, già Matteo Salamon.

Nel corso della sua vita divenne sacerdote, mantenendo però una intensa attività artistica. Questa doppia dimensione — spirituale e creativa — ha spesso influenzato l’interpretazione delle sue opere. La critica ha sottolineato come nelle sue nature morte emerga una sensibilità vicina alla meditazione religiosa tipica del Seicento: gli oggetti sono belli, preziosi e concreti, ma allo stesso tempo ricordano la precarietà della vita. Tuttavia, è importante evitare letture troppo semplicistiche: le sue opere non sono esclusivamente allegorie morali. Sono prima di tutto capolavori pittorici fondati su una straordinaria capacità tecnica e su una profonda conoscenza della composizione. Baschenis non dipinge gli strumenti per ricordare soltanto la caducità del tempo; li dipinge perché riconosce nella loro forma, nella loro eleganza e nella loro costruzione una possibilità poetica.

La natura morta nel Seicento

Caravaggio, Canestra di frutta, 1597-1600, olio su tela, 46 × 64 cm, Pinacoteca Ambrosiana, Milano.

Caravaggio, Canestra di frutta, 1597-1600, olio su tela, 46 × 64 cm, Pinacoteca Ambrosiana, Milano.

Per comprendere la straordinaria originalità di Evaristo Baschenis è necessario inserirlo nel più ampio panorama della grande stagione della natura morta europea del Seicento, un periodo in cui oggetti apparentemente semplici e quotidiani conquistarono per la prima volta una piena autonomia artistica. Se nei secoli precedenti frutti, fiori, animali, strumenti e suppellettili comparivano soprattutto come elementi secondari all’interno di scene religiose, mitologiche o narrative, nel XVII secolo questi soggetti divennero il centro assoluto della rappresentazione pittorica.

La nascita e lo sviluppo della natura morta furono legati ai profondi cambiamenti culturali dell’età barocca: l’interesse per l’osservazione diretta della realtà, la ricerca scientifica, il gusto per la descrizione dei materiali e la riflessione sul rapporto tra apparenza e significato simbolico portarono gli artisti a concentrarsi sulla consistenza delle cose. Un grappolo d’uva, un fiore appena sbocciato, una conchiglia, un bicchiere di cristallo o uno strumento musicale potevano diventare soggetti capaci di raccontare non soltanto la bellezza del mondo visibile, ma anche il trascorrere del tempo e la fragilità dell’esistenza.

In ambito italiano, uno dei punti di partenza fondamentali fu rappresentato dalla celebre Canestra di frutta realizzata da Michelangelo Merisi da Caravaggio intorno al 1599, un’opera che dimostrò come anche un semplice insieme di frutti potesse raggiungere la dignità riservata ai grandi soggetti della pittura. La precisione naturalistica di Caravaggio, la sua attenzione alla luce e alla resa concreta delle superfici aprirono una strada che sarebbe stata percorsa da numerosi artisti del secolo successivo.

Nella Lombardia e nell’Italia settentrionale si sviluppò una particolare sensibilità per la rappresentazione degli oggetti, favorita anche dalla tradizione naturalistica locale. Tra i protagonisti di questa evoluzione si ricordano Fede Galizia, artista milanese attiva tra Cinquecento e Seicento, considerata una delle prime grandi interpreti italiane della natura morta autonoma. Le sue composizioni con frutti, soprattutto pesche, mele, pere e ciliegie, sono caratterizzate da un equilibrio raffinato e da una straordinaria attenzione alla qualità tattile degli elementi rappresentati.

Accanto a lei operarono altre artiste donne che ebbero un ruolo significativo nella storia della natura morta, un genere che, proprio perché spesso praticato all’interno delle corti e degli ambienti collezionistici, offrì anche alle pittrici uno spazio di espressione relativamente più accessibile rispetto alla pittura monumentale, dominata dagli uomini.

Tra le figure più importanti emerge Clara Peeters, una delle principali protagoniste della natura morta europea del primo Seicento. Attiva ad Anversa, la Peeters raggiunse un livello tecnico eccezionale nella rappresentazione di tavole imbandite, oggetti preziosi, ceramiche, bicchieri metallici e alimenti. Le sue opere mostrano una straordinaria capacità di riprodurre superfici diverse, dal riflesso dell’argento alla trasparenza del vetro, e spesso contengono piccoli autoritratti nascosti nei riflessi degli oggetti, un raffinato gioco intellettuale che dimostra la consapevolezza del proprio ruolo di artista.

Un’altra figura fondamentale fu Louise Moillon, attiva a Parigi nella prima metà del XVII secolo. Le sue nature morte con frutta, cestini e tavole imbandite si distinguono per la calma compositiva, la precisione quasi scientifica nella descrizione degli elementi naturali e una particolare attenzione alla luce. La sua pittura testimonia come il genere fosse diventato un campo di ricerca sofisticato anche al di fuori dei Paesi Bassi e dell’Italia.

Nel mondo fiammingo e olandese la natura morta raggiunse risultati straordinari attraverso artisti come Willem Kalf, celebre per le sue sontuose composizioni con oggetti preziosi, vetri, frutti esotici e vasellame, e Jan Davidsz de Heem, maestro delle grandi tavole ricche di fiori, frutti e oggetti simbolici. Nei loro dipinti la natura morta diventò uno spettacolo visivo in cui abbondanza, lusso e virtuosismo tecnico si intrecciavano con il tema della caducità della vita.

Anche la pittura spagnola offrì contributi fondamentali attraverso artisti come Juan Sánchez Cotán, autore di composizioni essenziali e rigorose dove frutta e verdura sospese nello spazio acquistano una forza quasi metafisica, e Francisco de Zurbarán, che trasferì nelle sue nature morte una sensibilità spirituale e una straordinaria intensità luministica.

In questo contesto internazionale, la scelta di Baschenis di dedicarsi quasi esclusivamente agli strumenti musicali appare ancora più innovativa. Il pittore bergamasco non si limitò infatti a inserirsi nel filone della natura morta, ma ne creò una variante personale e riconoscibile: la natura morta musicale. Mentre altri artisti celebravano la ricchezza della tavola, la bellezza dei fiori o la varietà della natura, Baschenis concentrò la propria attenzione su oggetti prodotti dall’uomo e legati a un’esperienza immateriale come il suono.

La natura morta musicale nel Seicento

Evaristo Baschenis, tela di sinistra del Trittico Agliardi, 1664-1666 circa, olio su tela, 115 x 163 cm, collezione privata. La tela mostra l'autoritratto del pittore intento a suonare il liuto, insieme a Ottavio Agliardi, colto mentre suona l'arciliuto.

Evaristo Baschenis, tela di sinistra del Trittico Agliardi, 1664-1666 circa, olio su tela, 115 x 163 cm, collezione privata. La tela mostra l'autoritratto del pittore intento a suonare il liuto, insieme a Ottavio Agliardi, colto mentre suona l'arciliuto.

Le composizioni di Evaristo Baschenis rappresentano uno dei momenti più originali della natura morta europea perché trasformano strumenti musicali apparentemente immobili in protagonisti di un racconto visivo. I suoi dipinti non mostrano musicisti all’opera, concerti o scene di esecuzione: mostrano ciò che resta dopo la musica, quando gli strumenti sono stati deposti e il suono sembra essersi appena spento. Questa scelta conferisce alle sue opere un carattere profondamente evocativo. Un violino appoggiato su un tavolo, un liuto inclinato accanto a uno spartito aperto o un arco abbandonato vicino allo strumento diventano immagini capaci di suggerire una presenza invisibile. Lo spettatore non vede la musica, ma è portato a immaginarla. La precisione con cui Baschenis rappresenta gli strumenti rivela una conoscenza approfondita della cultura musicale del suo tempo. I liuti, le viole da gamba, i violini e gli altri strumenti raffigurati non sono semplici oggetti decorativi: sono costruiti con attenzione alle proporzioni, alle forme e ai dettagli tecnici. La pittura diventa così anche una testimonianza della storia della musica del Seicento.

La disposizione degli strumenti segue spesso un equilibrio attentamente studiato. I corpi arrotondati dei liuti creano volumi morbidi e riflessi luminosi; i manici dei violini introducono linee diagonali che guidano lo sguardo; gli spartiti aggiungono un elemento narrativo e intellettuale. Ogni oggetto possiede una propria presenza fisica, ma contribuisce allo stesso tempo all’armonia complessiva della composizione.

La luce, generalmente controllata e morbida, accarezza le superfici lignee e mette in evidenza la differenza tra materiali: il legno lucido degli strumenti, la carta degli spartiti, la trama dei tessuti, la consistenza dei tappeti. Baschenis dimostra una capacità tecnica paragonabile ai grandi specialisti europei della natura morta, ma applicata a un universo tematico completamente personale. Le sue opere dialogano idealmente con la tradizione della vanitas, il genere seicentesco che rifletteva sulla brevità della vita attraverso immagini di oggetti destinati a consumarsi o scomparire. Tuttavia, negli strumenti musicali di Baschenis il messaggio è più sottile: non domina soltanto l’idea della fine, ma anche quella della memoria. Una musica può cessare, ma lo strumento conserva il ricordo di ciò che ha prodotto. È proprio questa capacità di unire precisione naturalistica, raffinatezza tecnica e profondità simbolica che ha reso Evaristo Baschenis una figura unica nella storia dell’arte europea.

Il capolavoro di Evaristo Baschenis: il trittico Agliardi

Evaristo Baschenis, Trittico Agliardi, 1664-1666 circa, olio su tela, ciascuna tela 115 x 163 cm, collezione privata.

Evaristo Baschenis, Trittico Agliardi, 1664-1666 circa, olio su tela, ciascuna tela 115 x 163 cm, collezione privata.

Tra i vertici assoluti della produzione di Evaristo Baschenis si colloca il celebre Trittico Agliardi, eseguito tra il 1664 e il 1666 per il palazzo della famiglia Agliardi a Bergamo. L'opera, composta da tre tele di identiche dimensioni, rappresenta una sintesi magistrale tra ritratto e natura morta musicale. Nella tela centrale è raffigurato uno studiolo gremito di strumenti musicali, libri, spartiti, fiori e frutti, mentre i due pannelli laterali introducono la presenza umana: a sinistra compaiono l'autoritratto di Baschenis alla spinetta insieme a Ottavio Agliardi intento a suonare l'arciliuto; a destra sono ritratti i fratelli Alessandro e Bonifacio Agliardi.

Considerato unanimemente dalla critica il capolavoro della maturità dell'artista, il trittico costituisce anche una delle più alte espressioni della natura morta europea del Seicento. Gli studi di Marco Rosci hanno dimostrato come le tre tele fossero concepite fin dall'origine come un insieme unitario destinato alla dimora della famiglia bergamasca, mentre le successive ricerche archivistiche hanno confermato sia l'identificazione dei personaggi sia la cronologia dell'opera.

Di particolare interesse è la precisione quasi documentaria con cui Baschenis descrive gli oggetti: sono stati riconosciuti, ad esempio, la chitarra costruita dal liutaio veneziano Giorgio Sellas appartenente ad Alessandro Agliardi, i testi giuridici allusivi alla sua formazione universitaria e persino i titoli leggibili negli spartiti della natura morta centrale, tra cui La Malcomposta, La Virtuosa e La Confusa. In questo straordinario ciclo il pittore fonde la rigorosa osservazione del reale con una raffinata meditazione sul rapporto tra immagine e musica, trasformando gli strumenti silenziosi in evocazioni di un suono che continua a risuonare nella memoria dello spettatore.

In copertina: Evaristo Baschenis, Ragazzo con canestra di pane e dolciumi, 1650-1660 circa, Evaristo, Accademia Carrara, Bergamo. Dettaglio.