cover 10 opere d'arte da brivido

10 opere d'arte da brivido

Dagli affreschi medievali della danza macabra di Clusone agli incubi biomeccanici di Hans Ruedi Giger
31 ott 2025
19'

1 - La Danza Macabra di Giacomo Borlone de Buschis

Giacomo Borlone de Buschis, Trionfo e danza della morte, 1484-1485, affresco, Oratorio dei disciplini, Clusone.

Giacomo Borlone de Buschis, Trionfo e danza della morte, 1484-1485, affresco, Oratorio dei disciplini, Clusone.

Sulle mura esterne dell’Oratorio dei Disciplini di Clusone, in provincia di Bergamo, si distende uno dei cicli pittorici più affascinanti e inquietanti del Quattrocento lombardo: il Trionfo e la Danza della Morte, realizzato tra il 1484 e il 1485 dal pittore locale Giacomo Borlone de Buschis. Questo straordinario affresco, articolato su tre registri sovrapposti, racconta con forza e ironia il destino comune di ogni essere umano: la morte. Un tema che nel tardo Medioevo permeava la cultura figurativa e religiosa, segnando la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova consapevolezza della fragilità umana. Al centro della scena domina la Morte, raffigurata come una regina scheletrica avvolta in un mantello e incoronata, simbolo di un potere assoluto che non conosce corruzione né pietà. Nei cartigli che sventola sono riportati versi che ribadiscono l’inevitabilità del destino: “Ognia omo more e questo mondo lassa / chi ofende a Dio amaramente pasa.”

Davanti a lei, re, papi, dogi e cavalieri implorano scampo, offrendo ricchezze e potere; ma nessuno può sottrarsi alla giustizia della Morte, che tutto livella. Ai suoi piedi giacciono il papa e l’imperatore, preda di serpenti e scorpioni: anche il potere terreno è destinato alla corruzione. Tra le figure riconoscibili compaiono il doge Giovanni Mocenigo, il papa Sisto IV e nobili del tempo, a testimoniare la forza simbolica e politica dell’opera. Accanto alla regina, scheletri armati di archi e dardi mietono vite, ricordando la casualità della sorte: nessuno sfugge al suo colpo.

Nel registro centrale prende forma la celebre Danza Macabra, una processione di vivi e morti che si tengono per mano in un girotondo senza tempo. Sopra di loro, un cartiglio recita:

O ti che serve a Dio del bon core / non havire pagura a questo ballo venire.” Qui la morte si fa egalitaria: contadini, mercanti, funzionari, studenti e religiosi marciano accanto ai propri scheletri, in un’alternanza di paura e rassegnazione. L’unica donna del corteo tiene uno specchio, simbolo della vanità e della consapevolezza: “i miei tratti mostrano la vita e lo specchio riflette la morte”. Le figure rimandano chiaramente alle danze macabre diffuse nell’Europa centro-settentrionale, soprattutto a Basilea, dove si trovava il vescovo bergamasco Francesco Aregazzi, vicino ai confratelli disciplini, i committenti dell’opera.

Nella parte più bassa, purtroppo molto danneggiata, il pittore rappresenta il giudizio finale. A sinistra, un mostro spalancato inghiotte le anime dei dannati, avvolte dalle fiamme dell’inferno; a destra, i Giusti, riconoscibili dagli abiti dei disciplini, pregano in ginocchio, rivolti alla salvezza eterna. La composizione indica chiaramente la via della redenzione: la preghiera e la penitenza come strumenti per superare la morte. Il ciclo di Clusone, con il suo tono popolare ma teologicamente profondo, riflette la sensibilità del tardo Medioevo, segnata dalla peste, dalle guerre e dalla crisi morale. Borlone de Buschis riesce a unire l’ironia macabra alla riflessione spirituale, trasformando la paura in consapevolezza. Non è un caso che l’immagine del Trionfo della Morte sia divenuta nei secoli un’icona universale, tanto da comparire sulla copertina del libro La morte nera di John Hatcher — più celebre, oggi, della stessa firma del pittore.

2 - Il Trionfo della morte di Palazzo Abatellis

Anonimo, Trionfo della morte, Palazzo Abatellis, Palermo.

Anonimo, Trionfo della morte, Palazzo Abatellis, Palermo.

Nel cuore di Palermo, tra le sale gotiche di Palazzo Abatellis, si conserva uno dei capolavori più inquietanti e affascinanti del tardo Medioevo: il Trionfo della Morte, un grande affresco staccato, realizzato intorno alla metà del Quattrocento da un anonimo maestro siciliano, forse vicino alla cultura catalana. Quest’opera, oggi icona del museo palermitano, è un concentrato di angoscia, satira e realismo, un documento visivo della paura collettiva e del disincanto che seguirono la peste nera del 1348. Le raffigurazioni del “Trionfo della Morte” nascono in Europa tra la fine del Trecento e il Quattrocento come risposta alla devastazione della peste e alla precarietà della vita. In alcuni casi, queste immagini anticipano la catastrofe, quasi come un presagio profetico; in altri, ne costituiscono una diretta conseguenza. Prima dell’ondata del 1348, la Morte veniva spesso rappresentata in contesti religiosi, legata al Giudizio Universale e accompagnata da visioni di Paradiso e Inferno ispirate alla Commedia di Dante. Dopo la peste, invece, l’iconografia cambia tono: la morte non è più solo un passaggio spirituale, ma una forza cieca e inesorabile, che colpisce “gratuitamente” l’intera umanità, senza distinzione di rango o merito.

Nel Trionfo della Morte di Palermo, la figura scheletrica della Morte, armata di arco e frecce, irrompe a cavallo in un giardino sontuoso. La sua cavalcatura scheletrica calpesta corpi ammassati di poveri, nobili, cavalieri, monaci e dame: nessuno viene risparmiato. La composizione è dinamica e drammatica: la Morte scocca le sue frecce con precisione impassibile, colpendo musicisti, amanti e cortigiani che, fino a un attimo prima, godevano dei piaceri della vita. Intorno, solo orrore e stupore. Un vecchio mendicante, che sembra invocarla, è forse l’unico a riconoscerne la giustizia imparziale. In questa rappresentazione, la Morte non è più strumento divino di giudizio, ma signora assoluta del mondo terreno, arbitra del destino umano. Il suo trionfo è totale, e non lascia spazio a redenzione o speranza. A differenza delle Danze Macabre dell’Europa settentrionale, dove i vivi danzano con i morti in un ritmo quasi ironico, l’opera palermitana è più cruda e visionaria. Qui la morte non invita a riflettere: irrompe e annienta, rivelando l’inutilità della ricchezza, del potere e della bellezza.

Il messaggio è chiaro: la Morte è l’unica vera livellatrice. Re, papi, nobili e popolani condividono lo stesso destino. Eppure, l’artista non rinuncia al fascino estetico: il giardino lussureggiante, i colori preziosi e l’eleganza dei personaggi rendono ancora più stridente il contrasto con la devastazione che li travolge.

Il Trionfo della Morte di Palazzo Abatellis resta una delle testimonianze più potenti dell’immaginario tardo-medievale. È un’opera che unisce arte e memoria collettiva, trasformando il trauma della peste in una meditazione universale sulla caducità della vita. Oggi, osservandola a distanza di secoli, la sua forza non è diminuita: il cavallo della Morte continua a galoppare, attraversando il tempo con lo stesso messaggio spietato e necessario — nessuno è immune alla fine.

3 - Saturno divora i suoi figli di Francisco Goya

Francisco Goya, Saturno divora i suoi figli, 1820-1823, olio su intonaco trasportato su tela, 143,5×81,4 cm, Museo del Prado, Madrid.

Francisco Goya, Saturno divora i suoi figli, 1820-1823, olio su intonaco trasportato su tela, 143,5×81,4 cm, Museo del Prado, Madrid.

Tra le opere più sconvolgenti della storia dell’arte europea, Saturno che divora i suoi figli di Francisco Goya è un dipinto che non lascia indifferenti. Realizzato tra il 1820 e il 1823, è un olio su intonaco successivamente trasferito su tela che rivela un'immagine brutale e visionaria: Goya spalanca le porte di un mondo interiore dominato dalla paura, dalla follia e dall’inesorabile passare del tempo. Il soggetto del dipinto affonda le radici nella mitologia greca: Saturno, figlio di Urano e di Gea, aveva ricevuto la profezia che uno dei suoi figli lo avrebbe spodestato. Per sfuggire al destino, iniziò a divorarli uno a uno, finché la moglie Rea non riuscì a mettere in salvo Zeus, destinato a vendicarsi e a diventare il re degli dèi.

Il tema era già stato affrontato, nel Seicento, da Peter Paul Rubens, la cui versione – anch’essa conservata al Prado – mostrava un dio imponente ma ancora saldamente ancorato all’estetica barocca. In Goya, invece, la mitologia diventa incubo: il dio si trasforma in una creatura deformata, quasi umana nella sua follia, priva di ogni nobiltà e divorata da un istinto incontrollabile.

Nel dipinto, Saturno è colto nell’atto di sbranare uno dei suoi figli appena nati. Il suo corpo si piega in una posa innaturale, le mani stringono con violenza il piccolo corpo mutilato, la bocca spalancata sembra pronta a mordere ancora. Gli occhi, spalancati e folli, sono quelli di un uomo consumato dal terrore e dall’ossessione.

La scena è immersa in un buio compatto, illuminata soltanto da una luce radente che proviene da sinistra e modella le figure come in un incubo teatrale. Le pennellate, dense e nervose, non cercano più la forma ma trasmettono l’urgenza del gesto, il furore interiore dell’artista.

Saturno che divora i suoi figli appartiene al ciclo delle Pitture Nere, quattordici dipinti che Goya realizzò direttamente sulle pareti della propria abitazione, la Quinta del Sordo, nei pressi del fiume Manzanarre a Madrid. Tra il 1819 e il 1823, l’artista visse lì in un isolamento quasi totale, segnato dalla sordità, dalla vecchiaia e da un profondo disincanto politico e umano. Queste opere non erano destinate a nessuno in particolare: non furono concepite nell'ambito di una committenza o per un'occasione espositiva specifica. Rappresentano piuttosto il dialogo silenzioso tra Goya e i suoi demoni. Solo anni dopo, quando la casa passò di mano, i dipinti vennero staccati e trasferiti su tela sotto la supervisione di Salvador Martínez Cubells, per essere infine donati allo Stato spagnolo nel 1878. Le Pitture Nere sono un unicum nella storia dell’arte: un ciclo che anticipa l’espressionismo, la psicoanalisi e l’arte moderna. Saturno, in questo contesto, rappresenta il culmine della disperazione e della crudeltà umana. Può essere letto come una metafora del tempo che divora tutto ciò che genera, oppure come il simbolo del conflitto eterno tra vecchiaia e giovinezza.

Alcuni vi hanno visto un riferimento politico: la Spagna di Ferdinando VII, restaurata dopo le guerre napoleoniche, che divora i suoi figli migliori – i liberali, gli innovatori, i patrioti. C’è chi, invece, riconosce nel dio la figura dello stesso Goya: un artista perseguitato dalla ragione e dalla follia, che consuma la propria esistenza nel tentativo disperato di rappresentare l’oscurità del mondo e della mente. Come osserva la studiosa Silvia Borghesi, “la Quinta del Sordo può leggersi come la Quinta de Saturno”: l’intera casa di Goya si trasforma in un tempio dedicato al dio del tempo, simbolo della disperazione e della vecchiaia, ma anche della lucidità estrema di chi ha visto troppo. Un secolo prima delle teorie di Freud, Goya aveva già dipinto l’inconscio. In Saturno che divora i suoi figli, la follia diventa forma, la paura prende corpo, l’istinto si fa pittura. È un’opera che segna il passaggio dalla tradizione all’arte moderna, dall’esteriorità alla psiche, dall’eroe mitologico all’uomo tragico. Oggi, di fronte a quel corpo smembrato e a quello sguardo senza tempo, lo spettatore non può che restare in silenzio. In quel buio non c’è solo Saturno, ma l’umanità intera: il potere che distrugge, il tempo che consuma, la ragione che cede all’abisso. Con Saturno che divora i suoi figli, Goya ci mostra che la vera modernità nasce dal coraggio di guardare dentro l’oscurità.

4 - Le teste mozzate di Théodore Géricault

Théodore Géricault, Teste di giustiziati, olio su tela, 50 x 61 cm, Nationalmuseum, Stoccolma.

Théodore Géricault, Teste di giustiziati, olio su tela, 50 x 61 cm, Nationalmuseum, Stoccolma.

Tra le opere più inquietanti e al tempo stesso più affascinanti dell’Ottocento francese, Teste di giustiziati di Théodore Géricault rappresenta un vertice estremo del realismo pittorico.

A prima vista potrebbe sembrare una natura morta macabra, un esercizio anatomico fine a se stesso. In realtà, dietro queste due teste mozzate si nasconde uno dei momenti più intensi e tormentati della carriera di Géricault. Le Teste di giustiziati furono infatti dipinte come studi preparatori per la celebre Zattera della Medusa (1819), il capolavoro che consacrò Géricault come uno dei grandi innovatori del Romanticismo. Per rappresentare con assoluta verità i corpi dei naufraghi e dei moribondi abbandonati alla deriva, l’artista non si accontentò di modelli accademici o disegni idealizzati. Cercò la verità fisica e psicologica della morte, arrivando a confrontarsi direttamente con il corpo umano in decomposizione.

Secondo i racconti dei contemporanei, Géricault frequentava ospedali, obitori e sale anatomiche, stringendo amicizia con medici e infermieri che gli fornivano “materiale di studio” per le sue ricerche. La leggenda racconta che, ossessionato dal desiderio di comprendere ogni dettaglio della dissoluzione della carne, si fece consegnare la testa di un ladro appena ghigliottinato, che tenne nello studio per circa quindici giorni per osservare l’evoluzione dei toni e delle ombre della pelle durante la decomposizione.

Géricault rappresenta due teste adagiate su un lenzuolo bianco, impregnato di sangue. La testa di destra, secondo la tradizione, sarebbe proprio quella del ladro ghigliottinato; la testa di sinistra, invece, apparterrebbe a una giovane donna gobba che, in quegli anni, posava come modella negli atelier parigini. La brutalità del soggetto è mitigata solo dall’intensità pittorica: le pennellate morbide, la luce che accarezza i volumi, la materia che vibra tra l’orrore e la contemplazione. Géricault affronta il tema con assoluto distacco emotivo. Non c’è compassione, non c’è pathos. C’è solo la volontà di osservare, di capire, di restituire la verità nuda del corpo umano. L’artista studia con precisione quasi scientifica le sfumature del sangue che si impregna nel tessuto, le variazioni cromatiche della pelle, la tensione dei muscoli ormai privi di vita. In Teste di giustiziati, Géricault anticipa quella tensione tra estetica e abisso che attraverserà tutta l’arte moderna. Il suo sguardo, al tempo stesso scientifico e poetico, trasforma l’orrore in riflessione, il cadavere in meditazione sulla fragilità dell’esistenza.

5 - La donna pipistrello di Albert Joseph Pénot

Albert Joseph Pénot, Donna pipistrello, 1890 circa, olio su tela, 100 × 60 cm, collezione privata.

Albert Joseph Pénot, Donna pipistrello, 1890 circa, olio su tela, 100 × 60 cm, collezione privata.

Nel panorama dell’arte francese tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, pochi artisti si dedicarono con tanto fervore al nudo femminile come Albert Joseph Pénot. Quest'opera, oggi considerata il suo lavoro più celebre, rappresenta un punto di svolta nella riscoperta della pittura simbolista e fantastica. Originariamente esposta al Salone degli artisti francesi del 1912 con il titolo Premier miroir (“Primo specchio”), l’opera cadde per decenni nell’oblio. Fu solo nel 1979, grazie al libro Femme fatale: images of evil and fascinating women dello storico dell’arte Patrick Bade, che tornò all’attenzione del pubblico, iniziando a consolidare la sua fama come icona della femme fatale artistica. Nel 2018, il dipinto raggiunse il successo commerciale: venduto da Sotheby’s per 137.500 sterline, superò di gran lunga ogni precedente risultato dell’artista, le cui opere non avevano mai superato le 32.000 sterline. Da allora, Donna pipistrello è divenuta l’opera simbolo di Pénot, ammirata per la sua forza visiva e l’intensità psicologica.

Al centro di un cielo nuvoloso e cupo fluttua una donna nuda con ali da pipistrello, i capelli neri mossi dal vento e lo sguardo penetrante che cattura immediatamente chi osserva. L’opera è costruita secondo una rigidissima simmetria, che amplifica la tensione visiva, e la tavolozza è dominata da toni scuri e notturni, interrotti solo da un fascio di luce in alto a sinistra che illumina parzialmente la figura. La donna appare sospesa nell’aria, come in preda a un potere occulto, le braccia alzate in un gesto che ricorda un incantesimo o una minaccia. Lo spettatore non è un semplice osservatore: è il suo possibile “bersaglio”, intrappolato nello sguardo iracondo e seducente della figura.

A differenza dei nudi più convenzionali di Pénot, qui la figura femminile diventa potente, misteriosa e inquietante, simbolo di una sessualità pericolosa e di forze oscure che trascendono la realtà quotidiana. Con la sua forza narrativa e visiva, l’opera continua a sorprendere, affascinare e inquietare lo spettatore, ricordandoci quanto potente possa essere la fusione tra bellezza, mistero e terrore. In un solo colpo, Pénot trasforma il nudo femminile da semplice soggetto estetico a icona di potere oscuro, anticipando temi che avrebbero continuato a nutrire l’immaginario artistico e popolare nei decenni successivi.

6 - Il volto della guerra di Salvador Dalì

Salvador Dalì, Il Volto della Guerra, 1940, olio su tela, 64 x 79 cm, Museum Boijmans Van Beuninge, Rotterdam.

Salvador Dalì, Il Volto della Guerra, 1940, olio su tela, 64 x 79 cm, Museum Boijmans Van Beuninge, Rotterdam.

Tra la fine della Guerra civile spagnola e l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, Salvador Dalí soggiornò in California, negli Stati Uniti, periodo durante il quale realizzò una delle sue opere più inquietanti e simbolicamente dense. La tela, firmata e datata nell’angolo in basso a destra, è oggi conservata e esposta presso il Museo Boijmans Van Beuningen di Rotterdam.

L’opera nasce come una riflessione sui traumi della guerra, tema ricorrente nelle opere di Dalí negli anni ’30, quando l’artista spagnolo osservava con crescente angoscia i conflitti che scuotevano l’Europa e il mondo intero. Il volto della guerra può essere interpretato come una prefigurazione degli orrori della Seconda Guerra Mondiale, in cui la violenza si fa simbolo universale e senza tempo.

Al centro della composizione campeggia una testa umana mozzata, i cui occhi e la bocca contengono tre teschi ciascuno, e all’interno di questi se ne intravedono altri tre, creando un effetto di ricorsività infinita che suggerisce un ciclo eterno di morte e distruzione. La testa è circondata da piccoli serpenti, elementi inquietanti che accentuano il senso di pericolo e minaccia, e si staglia su un paesaggio desertico, spoglio e desolato, che amplifica il senso di isolamento e desolazione. Sulla destra della scena, alcune rocce formano l’ingresso di una caverna, dal cui interno emerge la testa raffigurata all’esterno, quasi come a indicare che l’orrore della guerra non conosce confini né riposo. Nell’angolo in basso a destra, accanto alla firma, si trova quella che è considerata l’impronta della mano dell’artista, un dettaglio che aggiunge un ulteriore senso di presenza diretta e personale di Dalí all’interno della scena. Con Il volto della guerra, Dalí non si limita a documentare la violenza del conflitto: ne costruisce un simbolo universale, che trascende la specificità storica per diventare una meditazione sull’orrore e sulla fragilità umana. La ricorsività dei teschi e la desolazione del paesaggio trasmettono l’idea di una morte ciclica e senza fine, mentre i serpenti e la grotta suggeriscono l’inquietudine e il pericolo costante che accompagnano l’umanità in tempo di guerra. L’opera si inserisce così pienamente nel percorso surrealista di Dalí, ma con una forza espressiva unica: combina realismo minuzioso e simbolismo visionario, trasformando l’incubo personale in un monito universale. Il volto della guerra resta oggi uno dei dipinti più intensi e emblematici della produzione dell’artista, capace di comunicare l’angoscia della guerra con un linguaggio visivo potente e immediato.

7 - La ragazza con la maschera mortuaria di Frida Kahlo

Frida Kahlo, Ragazza con maschera mortuaria con maschera mortuaria , 1938, olio su tela, 14,9 × 11 cm, Museo di Arte della Città di Nagoya, Giappone.

Frida Kahlo, Ragazza con maschera mortuaria con maschera mortuaria , 1938, olio su tela, 14,9 × 11 cm, Museo di Arte della Città di Nagoya, Giappone.

La Ragazza con maschera mortuaria è uno dei dipinti più intensi di Frida Kahlo, in cui l’artista esplora temi di morte, solitudine e introspezione. La giovane raffigurata, probabilmente la stessa Frida, indossa una maschera a forma di teschio, simbolo del Día de los Muertos, mentre tiene in mano una calendula, fiore tradizionale della festa messicana, e ai piedi giace una maschera a forma di tigre, richiamo a oggetti della sua casa. Il titolo originale, Ella juega sola (“Lei gioca da sola”), riflette il senso di isolamento dell’artista, segnato da problemi di salute e da un matrimonio turbolento. Il paesaggio desolato e il cielo grigio accentuano la malinconia e la reclusione della figura.

L’opera fu donata all’attrice Dolores del Río, per poi passare a una collezione privata in California ed essere oggi conservata e esposta al Museo di Arte della Città di Nagoya, in Giappone.

8 - Il Teatro delle orge e dei misteri di Herman Nitsch

Hermann Nitsch, Azione di 6 giorni, Schloss Prinzendorf, 30 luglio 2022 (giorno 1). © Hermann Nitsch, Photocredit: Feyerl.

Hermann Nitsch, Azione di 6 giorni, Schloss Prinzendorf, 30 luglio 2022 (giorno 1). © Hermann Nitsch, Photocredit: Feyerl.

L’arte di Hermann Nitsch è un’esperienza totale, estrema e profondamente provocatoria, fortemente influenzata da pensatori e artisti come de Sade, Friedrich Nietzsche, Sigmund Freud e Antonin Artaud. Nel suo manifesto, Nitsch esplicita la volontà di colpire lo spettatore suscitando disgusto e ribrezzo, con l’obiettivo di innescare una reazione catartica e purificatrice, trasformando il turbamento iniziale in consapevolezza e trascendenza.

Il culmine della sua ricerca artistica si manifesta nel Teatro delle Orge e dei Misteri, progetto che dal 1971 trova sede nel suo castello di Prinzerdorf, in Austria. Qui le opere di Nitsch diventano esperienze immersive e rituali collettivi, in cui gli spettatori partecipano attivamente a performance estreme. I rituali includono evocazioni delle orge dionisiache dell’antichità, e azioni sanguinose e oltraggiose: sacrifici animali, nudità, atti sessuali ritualizzati e l’uso simbolico del sangue, tutti strumenti per scuotere la percezione comune della vita e della morte.

La forza delle opere di Nitsch risiede nel loro impatto sul subconscio. Gli spettatori vengono confrontati con immagini di animali sacrificati, sangue e frenesia collettiva, esperienze che spingono ogni partecipante a confrontarsi con il proprio lato più primordiale e istintivo, normalmente repressi dalla società. Attraverso questo contatto diretto con la dimensione animale e violenta dell’essere umano, il pubblico è costretto a vivere una sorta di disinibizione totale, affrontando simultaneamente la propria tendenza alla brutalità e alla sensualità estrema.

Questa decadenza rituale e liberazione dagli impulsi repressi culmina in una catarsi personale e collettiva: la violenza e il ribrezzo, trasfigurati in esperienza estetica, diventano strumenti di purificazione e di ascesa spirituale. Così, nel Teatro delle Orge e dei Misteri, l’arte di Nitsch trascende la mera rappresentazione, trasformandosi in un laboratorio dell’animo umano, dove i limiti della coscienza, del corpo e della morale vengono messi alla prova per raggiungere una nuova forma di consapevolezza.

9 - Bill Stoneham e il quadro maledetto

Bill Stoneham ,The Hands Resist Him, 1972, Perception Gallery di Grand Rapids, Michigan.

Bill Stoneham ,The Hands Resist Him, 1972, Perception Gallery di Grand Rapids, Michigan.

The Hands Resist Him, noto anche come il “quadro maledetto di eBay”, è un’opera realizzata dall’artista Bill Stoneham nel 1972 a Oakland, California. Il dipinto raffigura un ragazzo e una bambola davanti a una porta a vetri, dietro la quale si intravedono numerose mani sospese. Secondo Stoneham, il bambino ritratto è ispirato a una sua vecchia fotografia all’età di cinque anni, mentre la porta simboleggia il confine tra realtà e sogno. La bambola, invece, funge da guida per il ragazzo attraverso questo mondo sospeso, e le mani rappresentano le vite e le possibilità alternative che si frappongono tra il reale e l’ipotetico. L’opera fu esposta per la prima volta nei primi anni Settanta in una galleria di Los Angeles, ricevendo recensioni da parte di critici, tra cui uno del Los Angeles Times. Acquistata in seguito dall’attore John Marley, noto per il ruolo di Jack Woltz ne Il Padrino, il quadro passò nel 1984 a una coppia californiana che lo trovò in un vecchio deposito industriale.

Nel febbraio 2000, il dipinto approdò su eBay, accompagnato da una descrizione che ne suggeriva la presunta maledizione: secondo i venditori, i personaggi del quadro si muovevano di notte e talvolta uscivano dalla tela. Alcune fotografie mostravano persino la bambola armata di una pistola che minacciava il ragazzo, mentre la pagina includeva un esonero di responsabilità per eventuali danni subiti dall’acquirente. La vendita scatenò un vero e proprio fenomeno virale: la pagina fu visitata oltre 30.000 volte e molti internauti giurarono di provare disagio alla sola vista dell’immagine. Dopo un’offerta iniziale di 199 dollari, il quadro ricevette più di trenta rilanci e fu venduto per 1.025 dollari alla Perception Gallery di Grand Rapids, Michigan. Stoneham, contattato dall’acquirente, si dichiarò sorpreso dalla leggenda, precisando che ciò che i venditori eBay definivano pistola non era altro che la batteria della bambola. La fama di “quadro maledetto” è alimentata anche da racconti più inquietanti: Stoneham ha dichiarato che sia il proprietario della galleria che il giornalista che lo recensì morirono entro un anno dal contatto con l’opera, contribuendo a consolidarne l’aura di mistero.

10 - Gli incubi biomeccanici di Hans Ruedi Giger

Hans Ruedi Giger, Li I, 1974, elicogravura, 69, 8 x 100 cm, collezione privata.

Hans Ruedi Giger, Li I, 1974, elicogravura, 69, 8 x 100 cm, collezione privata.

Probabilmente di Giger (1940-2014), artista svizzero che ha profondamente influenzato l’immaginario visivo contemporaneo, avrei potuto scegliere una qualsiasi delle sue opere. Conosciuto universalmente per aver dato vita all’iconico Xenomorfo del film Alien (1979) di Ridley Scott, che gli valse l'Oscar per gli effetti speciali, la sua produzione è molto più complessa e stratificata. Le sue opere fondono inquietudine, sensualità e tecnologia in un immaginario unico, dove il corpo umano incontra la macchina in un intreccio di carne e metallo. Pittore, scultore e designer svizzero, Giger è il padre del biomeccanico, uno stile che esplora la fusione tra organico e artificiale, vita e morte, eros e distruzione.

Giger ha costruito un universo visivo dominato da architetture ossessive, figure androgine e simboli primordiali. Le sue opere, realizzate con aerografo e toni metallici, evocano incubi ancestrali e visioni futuristiche allo stesso tempo.

In copertina: Giacomo Borlone de Buschis, Trionfo e danza della morte, 1484-1485, affresco, Oratorio dei disciplini, Clusone. Dettaglio.

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