
Le protagoniste (quasi sconosciute) del Secolo d'oro olandese
Il contributo femminile alla pittura del Secolo d’oro olandese

Jan de Bray, I membri del consiglio della Corporazione di San Luca, 1675, olio su tela, 130 x 184 cm, Rijksmuseum, Amsterdam. Nel secondo personaggio da sinistra riconosciamo l'autoritratto del pittore, mentre suo fratello Dirck de Bray è l'uomo in piedi in alto a destra.
Quando si parla del Secolo d’oro olandese il pensiero corre spesso ai grandi maestri come Vermeer, Rembrandt e Frans Hals, ma il panorama artistico della Repubblica olandese del Seicento fu molto più ricco e complesso. Anche alcune donne riuscirono a costruire percorsi professionali nel mondo della pittura, nonostante gli ostacoli sociali e l’accesso limitato alle corporazioni artistiche. Tra queste emergono tre figure significative: Judith Leyster (1609-1660), pittrice di Haarlem oggi riconosciuta come una delle artiste più importanti del periodo, nota soprattutto per le scene di genere e per essere stata ammessa alla Corporazione di San Luca di Haarlem; Maria de Grebber (1602-1680), figlia del pittore Frans Pietersz de Grebber e parte di una famiglia di artisti attiva nella stessa città; e Sara van Baalbergen (1607- post 1638), documentata come una delle prime donne ammesse alla Corporazione di San Luca di Haarlem nel 1631. Le loro vicende mostrano come, accanto ai nomi più celebri della pittura olandese, esistesse una presenza femminile attiva e competente, spesso dimenticata dalla storiografia successiva.
Maria de Grebber: pittrice e forse anche ceramista

Gabriel Metsu, Ritratto di una pittrice donna (Maria de Grebber?), c. 1660, Museum De Lakenhal, Leida.
Maria de Grebber nacque ad Haarlem all’interno di una famiglia cattolica di artisti. Primogenita di sei o sette figli, crebbe in un ambiente profondamente legato alla pittura: suo padre, Frans Pietersz de Grebber, era un pittore specializzato in soggetti storici e ritratti, e anche i fratelli Pieter e Albert seguirono la stessa strada, mentre Maurits intraprese il mestiere di argentiere. È quindi probabile che Maria abbia appreso il mestiere dal padre, insieme ai fratelli, all’interno della bottega familiare.
Della sua produzione artistica durante gli anni trascorsi ad Haarlem non sono rimaste opere documentate, ma la sua presenza nel panorama artistico cittadino è attestata già nel 1628, quando il poeta Samuel Ampzing la cita nella sua Descrizione di Haarlem, insieme a Judith Leyster. Nel testo Ampzing elogia la famiglia De Grebber, menzionando il padre Frans, il figlio Pieter e la figlia Marietje (Maria), e sottolineando con sorpresa la capacità di una donna di dedicarsi alla pittura: «Chi ha mai visto un dipinto fatto dalla mano di una figlia?». La vicinanza con cui vengono ricordate Maria de Grebber e Judith Leyster ha portato alcuni studiosi a ipotizzare che entrambe possano aver ricevuto la loro formazione artistica nell’ambiente della bottega di Frans de Grebber.
Dopo il matrimonio con Wouter de Wolff, originario di Utrecht, Maria lasciò Haarlem e si trasferì a Enkhuizen, dove il marito si era stabilito come vasaio. In questa città, nel 1631, realizzò due ritratti del cognato Augustinus de Wolff, pastore: uno è oggi conservato al Rijksmuseum Het Catharijneconvent di Utrecht, mentre l’altro fu venduto all’asta a Londra nel 1935. Non è tuttavia possibile stabilire con certezza se Maria de Grebber esercitasse a Enkhuizen un’attività autonoma come pittrice. L’ipotesi che il ritratto di una pittrice anziana realizzato da Gabriël Metsu possa raffigurare proprio Maria de Grebber ha portato alcuni studiosi a supporre l’esistenza di un suo atelier, ma questa identificazione rimane discussa. È stata inoltre avanzata l’ipotesi che potesse collaborare alla produzione di ceramiche della bottega del marito.
Dopo la morte di Wouter de Wolff, avvenuta nel dicembre del 1636, Maria rimase a vivere a Enkhuizen con la figlia Isabella. In seguito accolse nella propria casa due donne nubili e un vedovo, probabilmente per sostenersi economicamente. Non è documentato se continuasse ancora a dipingere in questa fase della vita. Nel 1648 il cronista Theodorus Schrevelius la ricorda nella sua opera Harlemias come una pittrice «molto stabile e abile nella prospettiva» e dotata di grande talento, anche se il riferimento è scritto al passato, forse perché legato al periodo in cui Maria aveva vissuto ad Haarlem. Nel 1658 la figlia Isabella sposò il pittore Gabriël Metsu e si trasferì ad Amsterdam. Dopo la morte del marito, avvenuta nel 1667 senza che la coppia avesse avuto figli, Isabella tornò a Enkhuizen. Nel 1678 madre e figlia redassero insieme il loro testamento, indicandosi reciprocamente come eredi. Maria de Grebber morì due anni più tardi e fu sepolta nella Westerkerk di Enkhuizen, lasciando la testimonianza di una delle poche donne pittrici documentate nella cultura artistica olandese del Seicento.
Sara van Baalbergen: prima pittrice donna della Corporazione di San Luca di Haarlem

Una mappa della città di Haarlem nel 1646.
Sara van Baalbergen (1607 – dopo il 1638) è una delle figure meno conosciute tra le pittrici del Secolo d’oro olandese, ma il suo nome occupa un posto importante nella storia della presenza femminile nelle istituzioni artistiche di Haarlem. Secondo la documentazione del Rijksbureau voor Kunsthistorische Documentatie (RKD), nel 1631 fu la prima donna registrata come membro della Corporazione di San Luca di Haarlem, l’associazione professionale che riuniva pittori e altri artisti della città. La sua iscrizione è documentata anche negli anni 1634 e 1638.
Della sua vita e della sua formazione artistica sono rimaste poche informazioni. È indicata come pittrice del Secolo d’oro olandese, ma nessuna opera a lei attribuita con certezza è oggi conosciuta. La sua attività è quindi attestata soprattutto attraverso i documenti della corporazione, che testimoniano il suo ruolo all’interno della comunità artistica di Haarlem in un periodo in cui la partecipazione femminile alle professioni artistiche era ancora rara.
Nel 1634 Sara van Baalbergen sposò il pittore Barent van Eysen, artista indicato come seguace di Vincent van der Vinne. Dopo il 1638 le notizie documentarie sulla sua vita diventano frammentarie e non sono disponibili ulteriori informazioni certe sulla sua produzione o sulla sua attività professionale.
La sua importanza storica risiede dunque soprattutto nella testimonianza che offre sulla possibilità, per una donna artista, di entrare ufficialmente nel sistema professionale della pittura olandese del Seicento: la sua presenza nella Corporazione di San Luca di Haarlem precede di due anni l’ammissione di Judith Leyster, altra importante pittrice della stessa città.
Judith Leyster: il talento oscurato dalle attribuzioni a Frans Hals

Judith Leyster, Autoritratto, 1630 circa, olio su tela, 74.6 × 65.1 cm, National Gallery of Art, Washington.
Judith Leyster (1609-1660) è oggi considerata una delle pittrici più importanti del Secolo d’oro olandese e una delle poche artiste del XVII secolo ad aver raggiunto un riconoscimento professionale all’interno del sistema artistico della Repubblica olandese. Nacque ad Haarlem nel 1609 e fu battezzata il 28 luglio dello stesso anno. Suo padre, Jan Willemsz, era proprietario di una birreria chiamata “Leyster” (Leystar), nome dal quale la famiglia adottò il cognome e che sarebbe poi stato richiamato nella firma dell’artista attraverso il simbolo della stella. Le informazioni sulla sua formazione iniziale sono limitate, ma il suo talento era già riconosciuto in giovane età: nel 1628 Samuel Ampzing la menzionò nella sua Descrizione di Haarlem tra gli artisti attivi nella città.
La carriera professionale di Judith Leyster è documentata soprattutto a partire dal 1633, quando entrò nella Corporazione di San Luca di Haarlem come maestra pittrice indipendente. L’iscrizione alla corporazione testimonia il suo ruolo all’interno della comunità artistica cittadina e la possibilità, per una donna, di esercitare la pittura come professione. Nel 1635 risulta inoltre avere tre allievi, un elemento che conferma la sua attività come artista autonoma con una propria pratica di insegnamento.
Leyster realizzò soprattutto scene di genere con figure impegnate in momenti quotidiani, musicisti, bambini e personaggi colti in atteggiamenti spontanei, ma dipinse anche ritratti e altre tipologie di soggetti. La sua pittura mostra affinità con la tradizione artistica di Haarlem del periodo e con alcune caratteristiche della produzione di Frans Hals, tanto che dopo la sua morte diverse opere furono attribuite proprio a Hals o ad altri pittori. Questa errata attribuzione contribuì a lungo all’oblio della sua figura nella storia dell’arte.
Un elemento fondamentale per il riconoscimento delle opere di Judith Leyster è la sua firma, costituita da un monogramma formato dalle lettere intrecciate J e L accompagnate da una stella. Il simbolo richiamava il suo cognome, collegato al significato di “stella guida” (lodestar), e divenne un segno distintivo della sua produzione. La riscoperta dell’artista avvenne soprattutto alla fine del XIX secolo: nel 1893 il riconoscimento del suo monogramma nascosto sotto una falsa firma di Frans Hals su un dipinto conservato al Louvre portò alla corretta attribuzione dell’opera e contribuì alla rivalutazione critica della sua carriera.
Nel 1636 Judith Leyster sposò il pittore Jan Miense Molenaer. Dopo il matrimonio la documentazione sulla sua attività artistica diventa più limitata e il numero di opere conosciute attribuite al periodo successivo è ridotto. La coppia visse ad Amsterdam e successivamente tornò nell’area di Haarlem; Judith Leyster morì nel 1660. Oggi è riconosciuta come una protagonista della pittura olandese del Seicento e come una delle artiste che dimostrano il ruolo, spesso poco documentato, delle donne nel panorama artistico della Repubblica olandese.
In copertina: Judith Leyster, Ritratto di donna, 1635, Frans Hals Museum, Harleem. Dettaglio del volto della donna.