
Iconografia dei santi martiri Sant’Agata e San Lorenzo nella storia dell’arte
Sant'Agata: vita, martirio e iconografia

Sebastiano del Piombo, Martirio di Sant'Agata, 1520, olio su tavola, 132 x 178 cm, Galleria Palatina, Firenze.
Sant’Agata è una delle più celebri martiri della tradizione cristiana siciliana e la patrona di Catania. Le notizie storiche sulla sua vita sono tuttavia difficili da distinguere dagli elementi leggendari della Passio: secondo la tradizione sarebbe nata e vissuta a Catania nel III secolo e sarebbe stata martirizzata durante la persecuzione dell’imperatore Decio. La data della morte viene tradizionalmente indicata nel 251, ma le fonti antiche non consentono di stabilirla con assoluta certezza; Treccani definisce infatti Agata una martire catanese del III o IV secolo e osserva che le diverse redazioni della Passio, risalenti probabilmente a un originale del V-VI secolo, mescolano ormai elementi storici e leggendari. Il suo culto, tuttavia, è molto antico: il nome di Agata compare nel canone della Messa a Roma, Milano e Ravenna già nel V secolo.
Secondo la Passio, Agata apparteneva a una famiglia cristiana e aveva consacrato a Dio la propria verginità. Il governatore romano di Catania, Quinziano, si sarebbe invaghito di lei e, di fronte al suo rifiuto, avrebbe cercato di costringerla a rinnegare la propria fede. La giovane venne affidata ad Afrodisia, una donna incaricata di indurla alla vita mondana, ma il tentativo fallì. Agata fu quindi sottoposta a una serie di torture, culminate nella mutilazione dei seni con le tenaglie. La tradizione racconta che, rinchiusa in carcere, ricevette la visita dell'apostolo Pietro, che ne guarì miracolosamente le ferite. Nuovamente sottoposta al supplizio, Agata sarebbe stata poi trascinata sui carboni ardenti e sarebbe morta poco dopo. Questi episodi appartengono alla tradizione agiografica e non possono essere trattati come una cronaca storica degli eventi. È proprio il racconto della mutilazione, tuttavia, ad avere determinato in maniera decisiva la sua fortuna iconografica.
L'episodio della mutilazione dei seni costituisce infatti il nucleo visivo dell'iconografia agatina. A partire dal tardo Medioevo, gli strumenti e gli esiti del martirio diventano gli attributi attraverso i quali la santa può essere immediatamente riconosciuta: soprattutto le tenaglie e, più frequentemente, un piatto o una coppa sulla quale sono deposti i seni recisi. La palma del martirio, attributo comune ai santi martiri, può accompagnarla, mentre altri elementi derivano dalla particolare devozione sviluppatasi intorno alla santa. La fiaccola o la candela, per esempio, sono legate alla sua invocazione contro gli incendi; in alcune immagini compare inoltre una casa in fiamme o un riferimento all'Etna, poiché il culto di Agata si legò anche alla protezione della città dalle eruzioni e dal fuoco.
Questa varietà di attributi mostra come l'iconografia di Agata si costruisca attraverso un processo di progressiva trasformazione del racconto agiografico in segno visivo. Le tenaglie costituiscono un riferimento diretto allo strumento della tortura; il piatto con i seni recisi rende invece visibile l'esito del martirio, trasformando un episodio particolarmente cruento in un attributo stabile della santa. La presenza di questi oggetti permette quindi di riconoscere Agata anche quando non viene rappresentata mentre subisce effettivamente la tortura. Il suo corpo martoriato viene così trasposto in un'immagine simbolica: ciò che in origine è il segno della violenza subita diventa il segno della sua identità e della sua santità.
Tra le rappresentazioni più celebri del martirio vi è il Martirio di sant'Agata di Sebastiano del Piombo, realizzato a Roma intorno al 1519-1520 e oggi conservato nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti. L'opera fu commissionata dal cardinale Ercole Rangone, titolare della chiesa romana di Sant'Agata dei Goti, e la sua particolare composizione orizzontale fa pensare a una destinazione di devozione privata piuttosto che a una pala d'altare. La scena mostra il momento della tortura: Agata è legata e due carnefici le stringono i seni con grosse tenaglie. Accanto compaiono altri strumenti del supplizio, mentre sullo sfondo una città colpita da un incendio e da un terremoto richiama la tradizione secondo cui il disastro naturale sarebbe avvenuto al momento della morte della santa.
La scelta di Sebastiano è particolarmente significativa perché concentra l'attenzione sul corpo della martire. Agata non viene rappresentata soltanto come una santa identificabile attraverso i suoi attributi, ma come una giovane donna concretamente sottoposta alla violenza. Il dipinto rende quindi esplicita la componente fisica e drammatica della Passio, arrivando a caricare la scena di una tensione ambigua fra sofferenza, nudità e idealizzazione del corpo. È significativo che la critica abbia individuato nella figura di Agata anche possibili rapporti formali con la tradizione della pittura veneziana, in particolare con Tiziano. Gli Uffizi sottolineano inoltre la forte componente veneta dell'opera e il particolare carattere meditativo conferito da Sebastiano alla scena.
Un'altra linea iconografica, diversa dalla rappresentazione esplicita della tortura, consiste nella raffigurazione di Agata dopo il martirio o come santa in gloria, identificata semplicemente dalla palma e dagli attributi del supplizio. In queste immagini il dolore viene sottratto alla narrazione e trasformato in simbolo. La santa può così apparire composta, elegantemente vestita, con i seni recisi deposti su un piatto, oppure con le tenaglie in mano. Questa soluzione è particolarmente importante perché consente di trasformare un episodio estremamente violento in un'immagine destinata alla devozione, nella quale la sofferenza viene subordinata alla dignità della martire.
Il Martirio di Sant'Agata di Tiepolo

Giambattista Tiepolo, Martirio di sant'Agata, 1755 circa, olio su tela, 184 × 131 cm, Gemäldegalerie, Berlino.
All'interno di questa lunga tradizione si collocano le due versioni del Martirio di sant'Agata di Giambattista Tiepolo, entrambe particolarmente significative. La prima fu commissionata nel 1734 per una cappella radiale dell'abside della Basilica di Sant'Antonio a Padova e venne terminata nel 1736; oggi è conservata nel Museo della Basilica del Santo. La seconda fu realizzata intorno al 1755 per la chiesa di Sant'Agata annessa al convento delle Benedettine di Lendinara ed è oggi alla Gemäldegalerie di Berlino. Il confronto fra le due tele è prezioso perché mostra come Tiepolo ritorni sul medesimo soggetto a distanza di quasi vent'anni, modificandone profondamente la costruzione spaziale e l'intensità drammatica.
Nella versione padovana del 1736, Tiepolo evita di rappresentare direttamente l'atto della mutilazione. Questo è un dato fondamentale per comprendere la sua interpretazione del soggetto. Agata è inginocchiata al centro della composizione, sostenuta da una donna che cerca pudicamente di coprirne il corpo ferito. Il carnefice, sulla sinistra, non sta materialmente eseguendo la mutilazione: ha già compiuto il gesto e, in una torsione accentuata del corpo, si appresta a riporre la spada. Il momento rappresentato è quindi quello immediatamente successivo alla violenza, quando il supplizio è ancora presente ma non viene mostrato nella sua forma più cruenta.
Questa scelta permette a Tiepolo di spostare il centro della rappresentazione dalla violenza dell'atto alla risposta spirituale della martire. Agata, pallida e quasi luminosa, rivolge gli occhi verso il cielo e apre le braccia in un gesto che può essere letto come accettazione del sacrificio. Il corpo ferito non viene negato, ma viene trasformato attraverso la luce: rispetto alle figure circostanti, la santa appare più chiara e quasi investita direttamente da una luce soprannaturale. Il contrasto luminoso diventa così uno strumento per distinguere visivamente la protagonista dal mondo terreno che la circonda.
La luce è infatti uno degli elementi più caratteristici della composizione. Le altre figure sono modellate attraverso una gamma cromatica più intensa e attraverso una luce laterale, mentre Agata emerge con tonalità più pallide. La sua posizione e la sua luminosità la trasformano nel vero centro spirituale della scena. Tiepolo costruisce quindi una sorta di gerarchia visiva: il carnefice appartiene alla dimensione della violenza fisica; gli spettatori reagiscono all'evento con gesti diversi; Agata, invece, attraverso lo sguardo e il gesto delle braccia, stabilisce un rapporto diretto con il cielo. Il martirio viene così rappresentato non tanto come spettacolo della tortura, quanto come trasfigurazione della sofferenza.
Anche la presenza di san Pietro nella parte superiore della composizione è significativa. Il santo appare in una nube, accompagnato da un angioletto, in riferimento all'episodio della Passio nel quale Pietro visita Agata in carcere e guarisce miracolosamente le sue ferite. La sua apparizione crea un secondo livello narrativo all'interno della pala: in basso si trova il mondo concreto del martirio, mentre in alto si manifesta la dimensione soprannaturale. Tiepolo collega così visivamente sofferenza, guarigione e salvezza.
La composizione è inoltre costruita attraverso un sistema di diagonali e torsioni tipicamente tiepolesco. Il carnefice forma una diagonale vigorosa con il proprio corpo, mentre Agata costituisce il fulcro verticale e luminoso della scena. Le figure secondarie, gli armati e gli spettatori costruiscono una sorta di quinta teatrale che accompagna lo sguardo verso la protagonista. Questa teatralità, tuttavia, non sfocia in una rappresentazione sanguinolenta: la violenza è suggerita più che esibita. La critica contemporanea dell'opera, infatti, ha sottolineato proprio la capacità di Tiepolo di affrontare un episodio di forte pathos senza trasformarlo in un'immagine eccessivamente macabra o melodrammatica.
Il corpo di Agata è dunque il vero centro semantico del dipinto. Sebastiano del Piombo, nel 1520, aveva posto al centro della propria composizione il corpo nudo e direttamente sottoposto alla tortura; Tiepolo, oltre due secoli dopo, compie una scelta diversa: il corpo ferito è ancora fondamentale, ma viene sottratto allo sguardo diretto dello spettatore. La donna che la sostiene copre pudicamente il torso della santa, mentre il gesto delle braccia e lo sguardo verso l'alto spostano l'attenzione dalla mutilazione alla dimensione spirituale. La violenza non scompare, ma viene filtrata attraverso una maggiore misura narrativa.
Questo aspetto diventa ancora più evidente nella seconda versione, realizzata per Lendinara intorno al 1755 e oggi a Berlino. Qui Tiepolo riprende il soggetto padovano senza limitarvisi e modifica sensibilmente la composizione. Le figure sono più ravvicinate allo spettatore, l'ambientazione è semplificata e il gruppo di Agata e dei suoi soccorritori acquista una maggiore centralità. La santa è collocata più in basso, sui gradini, anziché essere innalzata su un piedistallo come nella versione padovana. Questa soluzione la avvicina fisicamente allo spettatore e rende più immediata la partecipazione emotiva alla scena.
Anche il colore cambia sensibilmente. Nella tela berlinese i toni sono più scuri e la materia pittorica appare più densa; il rosso dell'abito del carnefice, accostato alla spada insanguinata, assume un forte valore drammatico. Al centro rimane tuttavia il gruppo luminoso di Agata, caratterizzato dai toni chiari del bianco e del giallo e avvolto dal blu del manto. La composizione asimmetrica non impedisce quindi a Tiepolo di creare una precisa gerarchia visiva: attraverso la luce e il colore, lo sguardo dello spettatore viene ricondotto continuamente verso la santa.
Il confronto fra le due versioni mostra dunque un'evoluzione significativa. Nel dipinto padovano del 1736 Tiepolo costruisce una scena più ampia, ariosa e teatrale, nella quale la luce soprannaturale conferisce alla santa una dimensione quasi visionaria; nella tela berlinese del 1755 il gruppo viene invece compresso e avvicinato allo spettatore, aumentando la concentrazione emotiva della scena. In entrambe le opere, però, rimane costante la scelta di non trasformare il martirio in una rappresentazione puramente cruenta: la violenza è presente, ma viene subordinata alla dignità della santa e alla sua dimensione spirituale.
Il percorso iconografico di sant'Agata permette quindi di osservare una trasformazione analoga a quella già vista per san Lorenzo. Gli strumenti del supplizio — le tenaglie, i seni recisi, il fuoco — passano progressivamente da elementi narrativi a veri e propri attributi identificativi. Nel caso di Tiepolo, tuttavia, questi elementi non vengono semplicemente riprodotti: vengono reinterpretati attraverso luce, gesto, colore e teatralità. La tenaglia e la mutilazione rimangono il presupposto narrativo della scena, ma l'artista sceglie di non insistere sull'orrore fisico. Il vero soggetto del dipinto diventa così la trasformazione della sofferenza in testimonianza di fede.
È proprio in questo passaggio che si coglie la specificità della pittura di Tiepolo: la violenza del martirio viene trasfigurata in spettacolo luminoso senza perdere completamente la propria concretezza fisica. Agata non è una figura astratta o puramente idealizzata: è una giovane donna ferita, sostenuta da un'altra donna e circondata da carnefici e spettatori. Ma il pallore del corpo, lo sguardo rivolto al cielo, la luce che la investe e l'apparizione di san Pietro fanno sì che il significato ultimo della scena non sia la mutilazione, bensì la vittoria spirituale della martire. La grande invenzione di Tiepolo consiste dunque nel rendere visibile la santità attraverso la luce, trasformando il corpo martoriato in un corpo trasfigurato.
La guarigione miracolosa delle ferite: la versione raccolta di Lanfranco

Giovanni Lanfranco, Sant'Agata visitata in carcere da San Pietro e l'angelo, 1613-1614, olio su tela, 100 × 132,6 cm, Complesso Monumentale della Pilotta, Galleria Nazionale di Parma, Parma.
Nella Sant’Agata in carcere con san Pietro e l’angelo, dipinta da Giovanni Lanfranco la santa è raffigurata nel momento successivo al martirio, quando san Pietro interviene miracolosamente per curare le sue ferite. L’opera è particolarmente significativa per l’iconografia di sant’Agata perché, invece di rappresentarla direttamente durante il supplizio, Lanfranco concentra l’attenzione sulle conseguenze del martirio e sulla sua guarigione miracolosa. Sant’Agata appare infatti ferita e vulnerabile, ma allo stesso tempo composta e spiritualmente forte, mentre san Pietro le applica l’unguento e l’angelo illumina la scena. Il riferimento al martirio rimane comunque fondamentale: le ferite ricordano le torture subite dalla santa e, in particolare, la tradizione secondo cui le furono recise le mammelle, episodio che diventerà uno degli elementi più riconoscibili della sua iconografia. La scena permette quindi di cogliere un aspetto importante della rappresentazione di sant’Agata: il suo corpo, segnato dalla violenza del martirio, diventa anche il luogo attraverso cui si manifesta la fede e l’intervento miracoloso di Dio. Lanfranco evita una rappresentazione esplicitamente cruenta e trasforma il momento della sofferenza in una scena raccolta e spirituale, nella quale la santa è identificata soprattutto attraverso le ferite che testimoniano il suo martirio.
San Lorenzo, il martirio e l’iconografia della graticola: Beato Angelico in Vaticano

Beato Angelico, Martirio di san Lorenzo, 1447-1448, affresco, 271 × 236 cm, Palazzo Apostolico, Città del Vaticano.
San Lorenzo fu un diacono della Chiesa di Roma, vissuto nel III secolo e martirizzato durante la persecuzione dell’imperatore Valeriano, nel 258. Le informazioni sulla sua vita sono però in parte difficili da separare dalle successive elaborazioni agiografiche. È tradizionalmente considerato originario della Spagna, talvolta identificata con la città di Huesca, ma questa informazione appartiene alla tradizione ecclesiastica e non può essere trattata allo stesso livello delle notizie più antiche relative al suo martirio. È invece ben attestata la sua appartenenza al clero romano e il suo ruolo di diacono. Secondo la tradizione, Lorenzo era particolarmente incaricato dell'amministrazione dei beni della Chiesa e dell'assistenza ai poveri.
La data del martirio è fissata al 10 agosto 258. Una testimonianza particolarmente importante è quella di san Cipriano, che in una lettera riferisce l'uccisione di papa Sisto II il 6 agosto del 258 e il successivo martirio di Lorenzo. La tradizione cristiana stabilì quindi una stretta relazione fra i due episodi: Sisto II sarebbe stato ucciso il 6 agosto insieme ai diaconi Felicissimo e Agapito, mentre Lorenzo sarebbe stato martirizzato quattro giorni dopo. La data del 10 agosto è inoltre attestata già nella Depositio martyrum del 354, una delle più antiche testimonianze del calendario commemorativo della Chiesa romana.
Il racconto più celebre relativo al martirio di Lorenzo riguarda la richiesta, da parte delle autorità romane, di consegnare i tesori della Chiesa. Secondo la tradizione agiografica, Lorenzo avrebbe riunito poveri, malati e bisognosi assistiti dalla comunità cristiana e li avrebbe presentati come il vero tesoro della Chiesa. Questo episodio ha avuto un'enorme fortuna nella tradizione cristiana e nell'arte, ma deve essere considerato come parte del racconto agiografico elaborato nei secoli successivi, non come una cronaca contemporanea degli eventi. La stessa tradizione del colloquio fra Sisto II e Lorenzo è infatti legata soprattutto alle elaborazioni letterarie di sant'Ambrogio e di Prudenzio.
Particolarmente importante, per la storia dell'iconografia, è il supplizio sulla graticola. La graticola è diventata infatti l'attributo più caratteristico di san Lorenzo, ma anche in questo caso è necessario distinguere il dato storico dalla tradizione. La testimonianza più antica che associa esplicitamente il martirio di Lorenzo alla graticola è quella di sant'Ambrogio, nel De officiis ministrorum, scritto nella seconda metà del IV secolo, dunque più di un secolo dopo la morte del santo. Ambrogio presenta il martirio come una prova di fede e introduce anche il celebre dialogo fra Lorenzo e il suo persecutore. Successivamente il poeta cristiano Prudenzio, nel secondo libro del Peristephanon, amplia poeticamente il racconto e rende ancora più celebre l'immagine del santo sottoposto al fuoco. La graticola è quindi un elemento fondamentale della tradizione iconografica, ma la sua storicità come effettivo strumento del supplizio non è documentata da una fonte contemporanea al martirio.
Questa distinzione è essenziale per comprendere la storia dell'arte. Dal punto di vista iconografico, infatti, la graticola diventa il segno distintivo di Lorenzo: il fedele può riconoscere immediatamente il santo anche quando non è presente una scena narrativa. Altri attributi sono la palma del martirio, la croce, il libro e, in relazione alla sua attività caritativa, la borsa o altri riferimenti alla distribuzione dei beni ai poveri.
La graticola svolge dunque una duplice funzione. Da una parte è un attributo identificativo, cioè un oggetto che permette di riconoscere il santo; dall'altra diventa un vero e proprio dispositivo narrativo e drammatico. Quando l'artista rappresenta Lorenzo disteso sopra la griglia, l'oggetto non è più semplicemente un simbolo: organizza la scena intorno al corpo del martire e permette di rappresentare il conflitto fra la violenza fisica del supplizio e la fermezza spirituale del santo. Il fuoco, inoltre, introduce una potente ambivalenza simbolica: è lo strumento della morte e del dolore, ma può essere interpretato anche come immagine della prova attraverso cui il martire raggiunge la gloria celeste.
Un esempio fondamentale nella storia dell'arte quattrocentesca è il ciclo del Beato Angelico nella Cappella Niccolina in Vaticano, realizzato negli anni Quaranta del Quattrocento per papa Niccolò V. Gli affreschi narrano parallelamente le vicende di santo Stefano e di san Lorenzo, dalla consacrazione diaconale fino al martirio. I Musei Vaticani sottolineano proprio questa costruzione parallela: le due vite sono organizzate secondo un sistema di corrispondenze che presenta Stefano e Lorenzo come esempi complementari di testimonianza cristiana.
Nel Martirio di san Lorenzo del Beato Angelico la rappresentazione conserva una dimensione solenne e ordinata. Il martirio non viene raccontato come una scena di violenza esasperata: la narrazione mantiene una forte dignità monumentale. Questo è significativo anche rispetto alla successiva evoluzione dell'iconografia: nei secoli XVI e XVII la scena del martirio tenderà invece a diventare progressivamente più drammatica, sfruttando il movimento del corpo, il fuoco, gli effetti luministici e la partecipazione emotiva dello spettatore.
L'iconografia di San Lorenzo nella scultura barocca: la versione di Bernini

Gian Lorenzo Bernini, San Lorenzo sulla graticola, 1614 circa, marmo, 66 × 108 cm, Collezione Contini Bonacossi, Gallerie degli Uffizi, Firenze.
Altro episodio fondamentale della nostra ricognizione sull’iconografia di san Lorenzo è il San Lorenzo sulla graticola di Gian Lorenzo Bernini, oggi conservato nella Collezione Contini Bonacossi delle Gallerie degli Uffizi. Datata 1617, l’opera appartiene alla prima attività dello scultore e costituisce un momento particolarmente significativo per comprendere la formazione del suo linguaggio, ancora profondamente legato allo studio di Michelangelo. Il santo è rappresentato disteso sulla graticola, con il corpo abbandonato e fortemente articolato nello spazio: la torsione del busto, la disposizione delle gambe e delle braccia e l’inclinazione del capo conferiscono alla figura una tensione dinamica che va ben oltre la semplice rappresentazione del supplizio. Gli Uffizi individuano infatti nel Cristo morto della Pietà di San Pietro e nel Dio fluviale di Casa Buonarroti due riferimenti fondamentali: dal primo Bernini sembra riprendere soprattutto la condizione di abbandono e l'inerzia del corpo, mentre dal secondo deriva la torsione più accentuata della figura. A questi modelli si aggiunge l’Adamo della Creazione dell’uomo della volta della Cappella Sistina, ulteriore testimonianza dell'attenzione di Bernini verso la monumentalità e l'anatomia dei nudi michelangioleschi.
Il rapporto con Michelangelo non riguarda tuttavia soltanto singoli dettagli anatomici, ma investe la stessa concezione della figura. In occasione della presentazione della Collezione Contini Bonacossi, le Gallerie degli Uffizi hanno sottolineato come la posa del santo sulla graticola richiami anche le figure giacenti dei sarcofagi della Sagrestia Nuova di San Lorenzo a Firenze, creando un interessante gioco di rimandi tra il nome del santo, il luogo fiorentino dedicato a San Lorenzo e la tradizione scultorea michelangiolesca. Bernini, tuttavia, non si limita a riproporre i modelli del passato: li combina e li trasforma in una figura dotata di una nuova intensità emotiva. Il corpo, infatti, appare ancora fortemente legato alla tradizione del nudo eroico michelangiolesco, ma viene sottoposto a una condizione completamente diversa, quella della sofferenza e dell'abbandono sulla graticola. Ne deriva una tensione fra la monumentalità ideale del corpo e la sua concreta vulnerabilità.
Questa tensione è particolarmente evidente nel volto. Lorenzo non viene rappresentato come una vittima semplicemente sopraffatta dal dolore: il capo è rivolto verso l’alto e l'espressione, pur suggerendo la sofferenza, introduce una dimensione spirituale che trascende il tormento fisico. Gli Uffizi hanno infatti osservato come il volto disteso e lo sguardo rivolto verso l'alto mostrino il superamento del dolore attraverso il rapporto con Dio, anticipando quella concezione dell'estasi che sarà centrale nelle successive opere berniniane, dalla Santa Teresa d'Avila della Cappella Cornaro alla Beata Ludovica Albertoni. In questo senso, il San Lorenzo può essere letto come un'opera giovanile nella quale sono già riconoscibili alcuni principi fondamentali della futura poetica berniniana: la centralità dell'espressione, la partecipazione emotiva dello spettatore e la trasformazione della sofferenza fisica in esperienza spirituale.
Anche la celebre vicenda raccontata da Domenico Bernini, figlio dello scultore e autore della Vita del Cavalier Gio. Lorenzo Bernini del 1713, si inserisce in questo problema della resa dell'espressione. Secondo il racconto, durante l'esecuzione del San Lorenzo l'artista avrebbe avvicinato una propria gamba nuda alle braci per sperimentare direttamente gli effetti del calore sulla carne e avrebbe poi studiato allo specchio le modificazioni del proprio volto, traducendole graficamente. Gli Uffizi riportano questa testimonianza, ma è metodologicamente più corretto considerarla una fonte biografica successiva sulla genesi dell'opera, piuttosto che un episodio documentato da testimonianze indipendenti. Il racconto è comunque significativo perché riflette l'importanza attribuita nella cultura berniniana all'osservazione diretta della realtà e alla capacità della scultura di rendere non soltanto l'anatomia, ma anche gli effetti psicologici e fisici dell'emozione. Il San Lorenzo sulla graticola si colloca dunque all'incrocio fra tradizione e innovazione: da un lato Bernini guarda a Michelangelo e alla grande tradizione del nudo eroico, dall'altro introduce nella figura una nuova attenzione alla sofferenza, al movimento e all'espressione. È proprio questa combinazione a rendere l'opera particolarmente importante nella formazione del linguaggio barocco: il corpo michelangiolesco, possente e idealizzato, viene reinterpretato nel momento della massima vulnerabilità, mentre la graticola, da semplice attributo iconografico del santo, diventa il fulcro di una rappresentazione nella quale corpo, dolore ed esperienza spirituale sono indissolubilmente legati.
Il notturno di Tiziano: il martirio di San Lorenzo diventa un noir

Tiziano Vecellio, Martirio di San Lorenzo, 1557-1559 circa, olio su tela, 493 x 277 cm, Chiesa di Santa Maria Assunta, detta dei Gesuiti, Venezia.
In questo lungo sviluppo dell'iconografia della graticola, il Martirio di san Lorenzo di Tiziano costituisce un caso particolarmente significativo. La tela si trova oggi nella chiesa di Santa Maria Assunta, detta dei Gesuiti, a Venezia, e apparteneva originariamente alla chiesa dei Crociferi, edificio che sarebbe poi stato acquistato dai Gesuiti nel 1657. La composizione rappresenta il santo nel momento del supplizio. Lorenzo è disteso sulla graticola, vista in forte scorcio, mentre intorno a lui agiscono i carnefici. La scena è ambientata nella notte e la visione è costruita attraverso un sistema complesso di fonti luminose: il fuoco della graticola, le torce e soprattutto la luce proveniente dall'alto. Questa scelta costituisce uno degli aspetti più innovativi dell'opera e collega il soggetto religioso alla ricerca di Tiziano sulla luce e sulla materia pittorica nella fase tarda della sua carriera. La tradizione critica ha infatti riconosciuto nel Martirio un esempio particolarmente importante del notturno tizianesco.
La graticola è collocata nella zona inferiore della composizione e viene rappresentata in prospettiva fortemente obliqua. Il corpo di Lorenzo segue la stessa direzione, creando un movimento diagonale che conduce lo sguardo dello spettatore attraverso la scena. La posizione del santo è quindi tutt'altro che statica: Tiziano trasforma la graticola in una struttura dinamica che permette di accentuare la torsione del corpo e la violenza dell'azione. Particolarmente significativo è il rapporto fra oscurità e luce. La notte avvolge quasi completamente la scena, mentre le fiamme e le torce ritagliano parzialmente le figure. A questa illuminazione terrena si contrappone la luce proveniente dall'alto, associata alla dimensione divina. Non è quindi corretto ridurre il significato della luce celeste a una semplice «luce della salvezza»: più precisamente, Tiziano costruisce una contrapposizione visiva fra la luce del fuoco terreno, responsabile del supplizio, e la manifestazione luminosa del cielo, verso la quale il santo orienta il proprio sguardo. È proprio questa opposizione a trasformare la scena da semplice rappresentazione di una tortura in una meditazione sulla vittoria spirituale del martire. La mano e il volto di Lorenzo assumono un'importanza particolare all'interno della composizione. Mentre il corpo è sottoposto fisicamente alla violenza dei carnefici e del fuoco, l'orientamento verso l'alto stabilisce una relazione visiva con il cielo. Il martire appare quindi diviso fra due dimensioni: il corpo appartiene allo spazio del supplizio, lo sguardo appartiene alla dimensione divina. La drammaticità del dipinto nasce proprio da questa tensione.
Anche il colore contribuisce alla costruzione del significato. Tiziano riduce fortemente la gamma cromatica rispetto alla luminosità delle opere della sua maturità precedente e costruisce la scena attraverso bruni, neri, rossi e bagliori caldi. Le pennellate diventano più libere e la materia pittorica acquista un ruolo sempre più evidente. Questo aspetto è caratteristico della fase tarda dell'artista e contribuisce alla sensazione di instabilità e di movimento della scena. Il Martirio di san Lorenzo è infatti riconosciuto come una delle opere importanti della fase tarda di Tiziano. Il soggetto ebbe una seconda importante formulazione per Filippo II di Spagna. Tiziano realizzò infatti un'altra versione, datata 1567, destinata all'Escorial, il complesso dedicato proprio al santo. La versione spagnola non è una semplice copia: è più grande e presenta significative differenze compositive rispetto alla tela veneziana. Treccani sottolinea in particolare la maggiore complessità nella resa delle diverse fonti luminose.
Il rapporto fra le due versioni è importante perché dimostra la fortuna dell'invenzione tizianesca e la sua capacità di adattarsi a differenti contesti di committenza. La prima versione, destinata alla chiesa veneziana, sviluppa il tema del martirio attraverso un potente notturno; quella destinata a Filippo II rielabora la stessa invenzione, modificandone la scala e la composizione. Il soggetto del santo bruciato sulla graticola diventa così anche un'occasione per Tiziano di sperimentare ulteriormente gli effetti della luce, dell'oscurità e della pittura tarda.
La graticola, dunque, attraversa tutta la storia dell'immagine di san Lorenzo con una funzione progressivamente più complessa. Nella tradizione medievale e rinascimentale è soprattutto l'attributo che identifica il santo; nella pittura e nella scultura del Cinquecento e del Seicento diventa invece il fulcro di una vera e propria teologia visiva del martirio.
La versione dell'Escorial

Tiziano Vecellio, Martirio di San Lorenzo, 1564-1567, olio su tela, 415 x 297,5 cm, Monastero dell'Escorial, Madrid.
Dalla versione dipinta da Tiziano per Venezia deriva quella realizzata per Filippo II di Spagna. Le due opere rappresentano lo stesso episodio e condividono l’ambientazione notturna, il supplizio sulla graticola e il forte contrasto tra la luce delle fiamme e l’oscurità circostante. Tuttavia, nella versione dell’Escorial Tiziano modifica significativamente la composizione: la scena è più grande e l’architettura sullo sfondo viene semplificata, mentre la presenza dell’oscurità diventa ancora più dominante. Le figure appaiono fortemente illuminate solo in alcuni punti dalle fiamme e dalle torce, creando una luce instabile e drammatica che rende difficile distinguere nettamente i contorni. Anche i corpi e i gesti dei carnefici sono più concitati e deformati, aumentando la sensazione di violenza del martirio. Nella tela veneziana, invece, l’organizzazione dello spazio e la presenza dell’architettura risultano più leggibili. Il confronto mostra quindi come, a distanza di circa un decennio, Tiziano porti avanti la stessa invenzione modificandola verso una pittura più scura, libera e concentrata sugli effetti luministici: la versione dell’Escorial rappresenta così una fase avanzata della sua ricerca pittorica, nella quale il colore, la luce e la materia della pennellata assumono un ruolo sempre più importante nella costruzione dell'immagine.
L'interpretazione di Guercino per la Cattedrale di Ferrara

Guercino, Martirio di San Lorenzo, 1628-1629, olio su tela, 301 × 220 cm, Cattedrale di San Giorgio, Ferrara.
La versione di Guercino realizzata tra il 1628 e il 1629 per la Cattedrale di San Giorgio a Ferrara, rappresenta il santo nel momento del suo supplizio sulla graticola. La composizione è costruita attorno alla figura di San Lorenzo, distesa in primo piano in posizione quasi orizzontale, mentre intorno a lui si dispongono carnefici e soldati, creando una scena affollata e fortemente drammatica. Nella parte superiore, due angeli scendono dal cielo portando la corona e la palma del martirio, simboli della ricompensa spirituale del santo. Le grandi colonne sullo sfondo organizzano lo spazio verticalmente e dividono i gruppi di personaggi, lasciando al centro un'apertura verso il paesaggio. La luce e il forte modellato dei corpi danno alle figure una notevole presenza fisica, ma, rispetto alle opere più giovanili del Guercino, il naturalismo esasperato e la concitazione dei gesti sono attenuati: i personaggi appaiono più monumentali e composti, mostrando l'avvicinamento dell'artista a un linguaggio più classico. L'opera esprime quindi il dramma del martirio attraverso il contrasto tra la violenza della scena terrena e la dimensione spirituale suggerita dagli angeli, trasformando la sofferenza di San Lorenzo in un'immagine di fede e di vittoria religiosa.
In copertina: Giambattista Tiepolo, Martirio di sant'Agata, 1755 circa, olio su tela, 184 × 131 cm, Gemäldegalerie, Berlino. Dettaglio dei seni asportati e del volto della martire.