
Giambologna: arte ed esoterismo nel Manierismo
Giambologna: dalle Fiandre all'Italia

Hendrick Goltzius, Ritratto di Giambologna, 1591, gesso, 37 x 30 cm, Museo Teylers, Haarlem.
Giambologna (Jean de Boulogne, 1529–1608) nacque a Douai nelle Fiandre e si formò inizialmente ad Anversa, trasferendosi poi in Italia intorno al 1550, dove rimase colpito dalla scultura classica, sviluppando però uno stile personale caratterizzato da eleganza formale e dinamismo spiraliforme tipici del Manierismo. Giambologna apprende i rudimenti del mestiere presso la bottega dello scultore Jacques du Broeucq, con il quale collaborò alla decorazione della collegiata di Collegiata di Santa Waudru a Mons. Questa prima fase della sua formazione, poco documentata dalle fonti antiche, fu in seguito oscurata dall’importanza attribuita dai biografi rinascimentali, come Raffaello Borghini e Filippo Baldinucci, al soggiorno romano dell’artista.
L'artista a Roma entrò in contatto anche con le opere dei maestri moderni, in particolare quelle di Michelangelo Buonarroti. Secondo la tradizione, egli rimase nell'Urbe per circa due anni, dedicandosi soprattutto alla realizzazione di modelli in terra e in cera, pratica progettuale che sarebbe rimasta centrale nel suo metodo creativo. Un aneddoto riportato dalle fonti racconta che uno di questi modelli fu sottoposto al giudizio di Michelangelo, il quale lo rielaborò criticamente; al di là della veridicità letterale, l’episodio riflette il forte impatto esercitato dalla scultura michelangiolesca sul giovane artista. Anche senza un contatto diretto documentato, Giambologna assimilò la tensione dinamica e la complessità compositiva tipiche del maestro fiorentino, trasformandole in un linguaggio personale fondato sulla figura serpentina e sul movimento elicoidale.
Trasferitosi a Firenze nel 1552, trovò protezione presso il colto nobile Bernardo Vecchietti, che lo introdusse nell’ambiente della corte medicea. I primi anni furono segnati da una lenta affermazione, in un contesto competitivo dominato da artisti come Baccio Bandinelli e Benvenuto Cellini, ma già alla fine degli anni Cinquanta Giambologna ottenne commissioni significative, tra cui opere decorative e rilievi allegorici destinati alla committenza granducale. Nel 1560 partecipò al concorso per la fontana di Piazza della Signoria, esperienza che contribuì a consolidarne la reputazione, e poco dopo ricevette incarichi più prestigiosi, come il gruppo di Sansone e il filisteo, nel quale emerge chiaramente l’assimilazione dei modelli michelangioleschi unita a un crescente naturalismo.
Il capolavoro di Giambologna: la Fontana del Nettuno di Bologna

Giambologna, dettaglio della Fontana del Nettuno in Piazza Maggiore a Bologna.
Il suo primo grande incarico pubblico fu a Bologna con la monumentale Fontana del Nettuno (1563–1566), commissionata in ambito pontificio, mentre i suoi anni più produttivi si svolsero a Firenze, dove sviluppò un’ampia bottega e realizzò opere in marmo e bronzo diffuse in tutta Europa. Morì a Firenze nel 1608, dopo aver lavorato quasi esclusivamente per la corte medicea.
La statua del Nettuno in Piazza Maggiore rappresenta uno dei primi esempi della sintesi tra politica, mitologia e allegoria. Il dio domina le acque con gesto imperioso, metafora del controllo papale sul territorio e dell’ordine cosmico. L’uso della figura classica non è puramente decorativo, ma veicola un messaggio politico e cosmologico tipico del tardo Rinascimento.
Realizzata nel XVI secolo, è comunemente soprannominata “il Gigante” (in dialetto bolognese al Żigànt) per le imponenti dimensioni della statua centrale. L’opera nacque dalla collaborazione tra lo scultore Giambologna e l’architetto Tommaso Laureti, su commissione del cardinale Pier Donato Cesi per celebrare il potere del papa Pio IV; fu completata nel 1566.
La costruzione della fontana si inserisce nel progetto di riqualificazione urbana della piazza, ottenuta demolendo edifici preesistenti. Inizialmente alimentata da una sola sorgente, venne presto affiancata da nuove infrastrutture per garantire un flusso d’acqua sufficiente. La fontana poggia su una base a gradini con una grande vasca in pietra rivestita di marmo. Il basamento è decorato con figure mitologiche e simboli che rappresentano i grandi fiumi e i continenti conosciuti all’epoca. Al centro si erge la statua bronzea del Nettuno, alta circa 3,2 metri, caratterizzata da una posa dinamica e teatrale tipica del manierismo. Il gesto del dio, che sembra dominare le acque, allude simbolicamente al potere del papa: così come Nettuno governa i mari, il pontefice governa il mondo.
Pur concepita come monumento celebrativo, fu utilizzata dai cittadini anche per scopi pratici, come lavare panni e alimenti, nonostante i divieti. Nel Seicento, a causa di usi impropri e atti di degrado, venne addirittura circondata da una recinzione, rimossa solo nel 1888.
Nel corso dei secoli la fontana è stata sottoposta a numerosi restauri per contrastarne il deterioramento. Già nel Settecento si intervenne per riparare crepe e migliorare la struttura, mentre tra Ottocento e Novecento si susseguirono lavori spesso controversi per i metodi utilizzati. Durante le due guerre mondiali la statua fu temporaneamente rimossa per proteggerla. Un importante restauro moderno è stato realizzato tra il 1988 e il 1990, mentre l’ultimo intervento significativo si è concluso nel 2017.
La lettura in chiave esoterica della Fontana del Nettuno

Dettaglio di una delle sirene che spruzza acqua.
Il messaggio che vuole comunicare ed esaltare la fontana del Nettuno è senza dubbio connesso al potere papale (Nettuno come dominio sulle acque = dominio politico del Papa), ma alcune interpretazioni più speculative hanno visto nella disposizione delle figure e nei dettagli anatomici un linguaggio simbolico legato all’armonia cosmica e alla conoscenza nascosta. Ad esempio, la postura del dio e la direzione del suo sguardo sono state associate a principi di equilibrio tra forze naturali, mentre le figure delle sirene e dei putti richiamerebbero elementi alchemici come acqua e trasformazione. In quest'ottica, l'opera opera rifletta l’influenza del neoplatonismo, corrente filosofica diffusa all’epoca, che concepiva la bellezza come manifestazione visibile di verità superiori. Tuttavia, è importante distinguere tra interpretazioni documentate—legate a fonti storiche e iconografiche—e letture esoteriche più moderne, spesso prive di riscontri diretti nelle intenzioni degli artisti, ma comunque indicative del fascino duraturo che il monumento esercita nel campo dell’immaginario simbolico.
Giambologna e il diavolo

Il Diavoletto, copia dell'originale di Giambologna, scolpito all'angolo di Palazzo Vecchietti, a Firenze.
Se senza dubbio tutti conoscono la Fontana del Nettuno di Bologna, sicuramente meno nota è la scultura anche detta il “Diavolo” di Giambologna, oggi conservata presso il Museo Stefano Bardini e connessa a un episodio significativo della devozione e della tradizione fiorentina. L’opera, firmata dall’artista, ebbe inizialmente una diversa collocazione: fu infatti esposta sulla Terrazza di Saturno di Palazzo Vecchio prima di essere trasferita. La sua realizzazione è legata alla committenza di Bernardo Vecchietti, proprietario dell’omonimo palazzo cittadino, oggi noto come Palazzo Vecchietti.
La scelta iconografica rimanda a un episodio agiografico attribuito a San Pietro Martire, datato al 1245. Secondo la tradizione, mentre il santo predicava presso l’antico Mercato Vecchio — area poi demolita nell’Ottocento per la realizzazione dell’attuale Piazza della Repubblica — fu minacciato da un cavallo imbizzarrito, interpretato come una manifestazione demoniaca. L’animale, identificato simbolicamente con il diavolo, venne però fermato dal santo attraverso il segno della croce, gesto che ne neutralizzò la furia. Secondo il racconto, il cavallo, dopo essersi arrestato e indietreggiato, fuggì fino alla zona tra via de’ Vecchietti e via Strozzi, dove scomparve in una nube sulfurea.
L’opera di Giambologna, con il suo dinamismo e la tensione espressiva della figura, traduce in forma visiva l’energia caotica del demoniaco, contrapponendola implicitamente all’ordine spirituale rappresentato dal santo, in linea con la sensibilità religiosa e culturale della Firenze tardo-cinquecentesca.
Se passeggiando per il centro di Bologna vi è sembrato di "avvistare" un diavoletto simile, avete ragione: è perché l'architetto Tito Azzolini (1837-1907) nel restaurare la centralissima Casa Barilli, abitazione quattrocentesca in via D'Azeglio, presso l'ex Ospedale degli Innocenti, vi ha apposto una copia del diavolo in bronzo fiorentino.
Il Mercurio di Giambologna: messaggero psicopompo

Giambologna, Mercurio alato, 1578-1580, bronzo, 187 cm, Museo nazionale del Bargello, Firenze.
Il celebre Mercurio bronzeo realizzato da Giambologna tra il 1578 e il 1580 rappresenta uno dei vertici della scultura manierista, nonché uno dei soggetti più replicati dall’artista, le cui numerose varianti contribuirono alla diffusione del suo linguaggio in tutta Europa. Già Giorgio Vasari, nelle Vite, ne sottolineava l’ingegnosità descrivendo "un Mercurio in atto di volare, molto ingegnoso, reggendosi sopra una gamba et in punta di piè», lodandone la straordinaria rarità e ricordando come una versione fosse stata inviata all’imperatore Massimiliano II d'Asburgo."
L’opera è documentata per la prima volta nel 1580, quando fu completata e inviata da Firenze a Villa Medici a Roma, residenza del cardinale Ferdinando I de' Medici. Qui il bronzo fu collocato nel giardino, a coronamento di una fontana lungo la scalinata d’accesso, rimanendovi fino al 1780, quando il granduca Pietro Leopoldo di Lorena ne dispose il trasferimento alla Galleria degli Uffizi. Successivamente, intorno al 1870, l’opera entrò nelle collezioni del Museo Nazionale del Bargello, dove è tuttora conservata.
L’idea di rappresentare Mercurio nell’atto di librarsi in volo, in equilibrio su una sola gamba e sostenuto da un soffio d’aria, ha precedenti nella produzione giovanile dello scultore, come nelle versioni degli anni 1563–1565, tra cui quella destinata allo stesso Massimiliano II. In questa soluzione formale, l’illusione di leggerezza e lo slancio verticale diventano elementi centrali, traducendo visivamente la funzione del dio come mediatore tra cielo e terra.
Nel contesto culturale rinascimentale, la figura di Mercurio assume infatti un significato particolarmente stratificato: oltre al ruolo tradizionale di messaggero degli dei, protettore dei commerci e intermediario tra mondi, essa viene riletta alla luce delle correnti filosofiche e sapienziali del tempo. La riscoperta del Corpus Hermeticum, tradotto nel 1463 da Marsilio Ficino, contribuì a identificare Mercurio (Ermes) con il principio della conoscenza nascosta e della trasformazione spirituale. In ambito alchemico, inoltre, “Mercurio” designa un principio dinamico e mutevole, mediatore tra opposti, come evidenziato da Lyndy Abraham in A Dictionary of Alchemical Imagery (1998).
In questa prospettiva, il Mercurio del Giambologna non è soltanto un virtuosismo tecnico, ma anche una forma coerente con il pensiero simbolico del tempo: la tensione ascensionale della figura allude all’elevazione dell’anima e al raggiungimento della conoscenza. Pur senza prove di un programma esoterico intenzionale, l’opera si inserisce dunque in un sistema culturale in cui arte, filosofia e simbolismo condividono un medesimo orizzonte di significato.
Il Ratto delle Sabine o le tre età dell'uomo?

Giambologna, Ratto delle Sabine, 1582, Loggia dei Lanzi, Firenze.
Il monumentale gruppo scultoreo del Ratto delle Sabine riflette la tendenza, affermatasi dopo il celebre David di Michelangelo Buonarroti, a realizzare statue sempre più imponenti per lo spazio pubblico. La composizione raffigura un giovane che solleva sopra la testa una fanciulla, mentre ai suoi piedi un uomo anziano, trattenuto tra le gambe del protagonista, si contorce in un gesto disperato. Questa articolazione di tre figure sovrapposte ha portato alcuni interpreti a leggere l’opera anche come allegoria delle “tre età dell’uomo”: la giovinezza energica, la maturità e la vecchiaia. L'opera quindi oltre rappresentare uno dei miti fondativi della storia romana, sembra volerci parlare anche di un ciclo di trasformazione vitale. Questa lettura si avvicina alla simbologia alchemica rinascimentale, dove la trasformazione della materia riflette il percorso dell’uomo verso la perfezione. Alla base del gruppo è inserita una placca bronzea con una scena del rapimento, costruita con diversi livelli di rilievo e con la ripetizione delle figure in scale differenti, quasi a moltiplicare le possibilità narrative della composizione.
Realizzata tra il 1574 e il 1580, la scultura fu collocata nel 1583 nella Loggia dei Lanzi a Firenze, accanto ad altre opere celebri come il Perseo con la testa di Medusa di Benvenuto Cellini. Questa scelta rientrava nel progetto politico dei Medici di trasformare la loggia, un tempo spazio simbolico della rappresentanza repubblicana, in una sorta di museo all’aperto. La nuova scultura sostituì la Giuditta e Oloferne di Donatello, opera carica di significati civici e repubblicani e di dimensioni più contenute, successivamente trasferita davanti a Palazzo Vecchio.
Il capolavoro manierista fu eseguito da Giambologna come una vera sfida tecnica. Lo scultore riuscì infatti a ricavare l’intero gruppo da un unico blocco di marmo, operazione estremamente complessa per una composizione così articolata. L’opera introduce inoltre una concezione innovativa dello spazio: non esiste un punto di vista privilegiato, ma la scultura invita lo spettatore a girarle attorno seguendo un movimento a spirale, scoprendo progressivamente nuove relazioni tra le figure. Questa struttura dinamica, basata sull’alternanza di pieni e vuoti e sulla torsione dei corpi, rappresenta uno dei risultati più avanzati della scultura manierista.
Il modello preparatorio originale in terra cruda è conservato oggi presso la Galleria dell’Accademia, testimonianza del metodo progettuale dell’artista. La statua all’aperto ha però subito nel tempo gli effetti dell’inquinamento, degli agenti atmosferici e anche episodi di vandalismo, che hanno reso necessari vari interventi di restauro, tra cui quello del 2001 e successivi monitoraggi. Studi condotti negli anni seguenti hanno sollevato l’ipotesi di una possibile musealizzazione per garantirne la conservazione, proposta che suscita tuttora dibattito, poiché lo spostamento dell’originale lascerebbe un vuoto significativo nell’equilibrio scenografico di Piazza della Signoria e nel suo storico “museo all’aperto”.
In copertina: dettaglio del volto del Nettuno, Fontana in Piazza Maggiore a Bologna.