Elliott Erwitt: L'arte di osservare

Elliott Erwitt: L'arte di osservare

Elliott Erwitt in mostra a Bologna: le fotografie iconiche e gli scatti più intimi al Museo Civico Archeologico
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Mostre

Elliott Erwitt. L’arte di osservare, in programma dal 1° ottobre 2026 al 28 febbraio 2027 al Museo Civico Archeologico di Bologna, propone una rilettura inedita dell'opera di Elliott Erwitt (Parigi, 1928 - New York, 2023), tra i più importanti fotografi del Novecento, andando oltre la dimensione iconica che ne ha consacrato la fama internazionale per restituire il ritratto più intimo e personale dell'autore.

L'uomo, prima ancora che il fotografo

Elliott Erwin, USA. Arlington, Virginia. 25 novembre 1963. Jacqueline Kennedy. © Elliott Erwitt and Magnum Photos.

Elliott Erwin, USA. Arlington, Virginia. 25 novembre 1963. Jacqueline Kennedy. © Elliott Erwitt and Magnum Photos.

Domenica, nel tardo pomeriggio, Bologna mi ha regalato una coincidenza davvero speciale. In Piazza Maggiore si celebrava Francesco Guccini, la sua musica e la sua straordinaria capacità di raccontare la vita e le sue infinite sfumature. A pochi passi da lì, la mostra Elliott Erwitt. L'arte di osservare. E proprio quella vicinanza mi ha fatto riflettere: in pochissimi metri si incontravano, idealmente, due grandi uomini e artisti che, con linguaggi completamente diversi, hanno saputo raccontare l'essere umano. Guccini attraverso le parole, la musica e le storie; Erwitt attraverso il suo obiettivo, cogliendo uno sguardo, un gesto, un sorriso o un dettaglio quotidiano, spesso anche apparentemente banale, e trasformandolo in qualcosa di poetico.

La mostra, curata da Biba Giacchetti, non racconta soltanto il grande fotografo che più o meno tutti conosciamo, ma soprattutto l'uomo dietro la macchina fotografica: il padre, il marito, l'amico, il viaggiatore, l'osservatore instancabile della condizione umana. Le fotografie esposte attraversano tutta la sua carriera, affiancando immagini celebri a scatti più intimi e personali, molti dei quali mai mostrati prima. Si ha la sensazione che anche dalle esperienze più private possa nascere qualcosa di universale, capace di parlare a tutti noi. Forse è proprio questo che accomuna i grandi artisti: partire da sé, dal proprio sguardo sul mondo, e riuscire ad arrivare profondamente agli altri. Domenica, in pochi passi, ho incontrato due modi diversi di osservare la vita. Due grandi uomini, due grandi artisti, due linguaggi differenti. Un unico, immenso racconto: quello dell'umanità.

Vorrei allora accompagnarvi alla scoperta di Elliott Erwitt, del suo sguardo ironico, delicato e profondamente umano, attraverso la mostra che Bologna gli sta dedicando.

Le fotografie private di Elliott Erwitt

Elliott Erwitt, USA. New York. 1953. © Elliott Erwitt

Elliott Erwitt, USA. New York. 1953. © Elliott Erwitt

È significativo che sia la sezione dedicata agli scatti privati di Erwitt ad aprire la mostra di Bologna: una scelta tutt'altro che casuale, che introduce immediatamente il visitatore al cuore del progetto espositivo e alla sua chiave di lettura. Prima ancora del grande fotografo, delle immagini diventate icone e dei personaggi entrati nella storia, ci viene presentato l'uomo, attraverso il suo mondo più intimo e personale. Accanto alle fotografie entrate nell'immaginario collettivo, troviamo infatti immagini dedicate alle mogli, ai figli, agli amici e agli affetti più vicini. Erwitt ha fotografato la propria famiglia per tutta la vita, senza mai separare davvero il suo essere fotografo dal suo essere uomo di famiglia, padre e marito.

Emblematica è la fotografia realizzata nel 1953, che ritrae la sua prima moglie, Lucienne Matthews, mentre osserva dolcemente la loro figlia neonata Ellen, con il gatto Brutus a farle compagnia. Nata come un'immagine familiare, fu successivamente scelta da Edward Steichen per la celeberrima mostra The Family of Man. È uno scatto che racchiude già tutta la sua poetica: partire da un'esperienza profondamente personale per arrivare a qualcosa che appartiene a tutti. La mostra sceglie dunque di raccontarci Erwitt partendo dalla sua dimensione più privata, suggerendoci fin da subito che, per comprendere davvero il suo sguardo sul mondo, bisogna prima conoscere l'uomo che si nasconde dietro l'obiettivo.

Elliott Erwitt e la poetica dello sguardo

Elliott Erwitt, SPAGNA. Madrid. 1995. © Elliott Erwitt

Elliott Erwitt, SPAGNA. Madrid. 1995. © Elliott Erwitt

Prima di addentrarci nelle sezioni della mostra, ripercorriamo brevemente la biografia di Elliott Erwitt, le tappe fondamentali della sua vita e il percorso che lo ha portato a diventare uno dei fotografi più amati e riconoscibili del Novecento. Elliott Erwitt nasce a Parigi nel 1928, da genitori di origine russa, ma una parte fondamentale della sua infanzia si svolge in Italia, a Milano. Nel 1939, con la famiglia, lascia l'Europa e si trasferisce negli Stati Uniti, passando dalla Francia. Da adolescente vive a Hollywood, dove comincia ad avvicinarsi alla fotografia, lavorando anche in una camera oscura commerciale e studiando al Los Angeles City College. Nel 1948 si trasferisce a New York, dove incontra figure decisive per la sua formazione, come Edward Steichen, Robert Capa e Roy Stryker. Dopo il servizio nell'esercito americano, durante il quale svolge anche incarichi fotografici in Germania e Francia, nel 1953 entra in Magnum Photos. Da quel momento inizia una carriera straordinaria, collaborando con riviste come LIFE, Look, Collier's e Holiday, attraversando la fotografia documentaria, il ritratto, la pubblicità e il cinema. Quello che, però, rende immediatamente riconoscibile il suo lavoro è soprattutto il suo sguardo: profondamente umano, ironico, curioso, capace di trovare nella realtà quotidiana situazioni buffe, tenere, assurde o improvvisamente universali.

Il rapporto con l'Italia

Elliott Erwitt, ITALIA, Roma, 2004. © Elliott Erwitt

Elliott Erwitt, ITALIA, Roma, 2004. © Elliott Erwitt

Un elemento importante per comprendere il rapporto di Elliott Erwitt con l'Italia è il fatto che questo legame non rimase confinato all'infanzia. Dopo essere stato costretto a lasciare il Paese, Erwitt vi tornò più volte nel corso della sua vita, trasformando l'Italia in uno dei luoghi della sua memoria, ma anche del suo lavoro fotografico. Negli anni Cinquanta e Sessanta tornò infatti a fotografare il Paese anche per motivi professionali, documentando luoghi, eventi e scene della vita italiana.

Le fotografie di Roma, Venezia e Sicilia permettono di cogliere la varietà di questo sguardo. Venezia occupa una posizione particolarmente significativa, perché alcune immagini risalgono già al 1949, al periodo del suo ritorno in Europa dopo l'emigrazione negli Stati Uniti. Roma, invece, è una città alla quale Erwitt continuò a dedicare attenzione nel corso della sua carriera, fino a realizzare, nel 2009, un lavoro originale specificamente dedicato alla capitale. La Sicilia amplia ulteriormente questa geografia personale e fotografica, mostrando come il suo interesse non fosse rivolto a un'unica immagine stereotipata dell'Italia, ma alla pluralità dei suoi luoghi e delle sue situazioni umane.

C'è poi un altro aspetto fondamentale: il rapporto di Erwitt con la cultura italiana e, in particolare, con il cinema. Il neorealismo contribuì alla sua formazione e al suo amore per il linguaggio cinematografico. Questo aiuta a comprendere il carattere delle sue fotografie italiane: immagini nelle quali la realtà quotidiana sembra spesso trasformarsi in una piccola scena narrativa, popolata da personaggi, gesti inattesi e situazioni ironiche. In questo senso, Roma, Venezia e la Sicilia non sono soltanto luoghi riconoscibili, ma diventano veri e propri spazi teatrali della vita quotidiana.

La mostra di Bologna dedica proprio una sezione a questo legame con l'Italia, permettendoci di ritrovare alcuni dei suoi scatti realizzati nel nostro Paese. Tra questi, un divertente autoritratto insieme a uno dei gladiatori in costume che si incontrano abitualmente nei pressi del Colosseo e nelle zone più turistiche del centro di Roma. Il fotografo tiene in mano un cartello evidentemente sottratto al personaggio in costume con una scritta tanto semplice quanto efficace: «No pay, no picture». Un'immagine ironica, nella quale Erwitt riesce a coinvolgere anche se stesso nel gioco della fotografia e dell'osservazione. Ma sono soprattutto alcuni momenti apparentemente ordinari a rivelare la sua straordinaria sensibilità. Come nella fotografia di due operai intenti a far scendere un manichino da un camioncino: grazie alla prospettiva, alle proporzioni e alla disposizione delle figure, la scena sembra quasi quella di una Galatea che prende vita, come se stessimo assistendo alla creazione di una figura umana. Un accostamento visivo curioso e sorprendente, che trasforma un semplice episodio di lavoro quotidiano in una piccola rappresentazione teatrale.

È proprio questa la magia dello sguardo di Erwitt: la capacità di cogliere geometrie, coincidenze, significati casuali o bizzarri e trasformarli in immagini di grande poesia, senza mai perdere quell'ironia sottile che attraversa tutta la sua opera.

Il rapporto di Erwitt con l'Italia è dunque complesso e stratificato: è il rapporto con il Paese dell'infanzia, dal quale fu costretto a partire; con un luogo al quale continuò a tornare da adulto; e infine con un universo culturale e visivo che contribuì a formare il suo modo di osservare il mondo. Forse proprio per questo, nelle sue fotografie italiane, lo sguardo del grande viaggiatore internazionale si unisce a qualcosa di più personale: la memoria di chi, pur avendo vissuto altrove per gran parte della propria vita, non ha mai smesso di riconoscere nell'Italia una parte importante della propria storia.

Marilyn Monroe: la donna oltre il mito

Elliott Erwitt, USA. New York. 1954. Marilyn Monroe. © Elliott Erwitt

Elliott Erwitt, USA. New York. 1954. Marilyn Monroe. © Elliott Erwitt

"Letteralmente filtrava con la macchina fotografica. E, anche quando non sembra, sapeva esattamente cosa avrebbe ottenuto. Un talento naturale. Era praticamente impossibile non farle una buona fotografia". Elliott Erwitt

Elliott Erwitt, USA. New York. 1954. Marilyn Monroe. © Elliott Erwitt

Elliott Erwitt, USA. New York. 1954. Marilyn Monroe. © Elliott Erwitt

Tra le grandi icone fotografate da Erwitt e che non mancano nella mostra Elliott Erwitt. L’arte di osservare c'è l'attrice Marilyn Monroe. Il suo rapporto con lei nasce soprattutto dal lavoro sui set cinematografici: nel 1954 Erwitt fotografa Marilyn durante le riprese di The Seven Year Itch, compresa la celeberrima scena della gonna sollevata dall'aria proveniente dalla grata della metropolitana. Non si trattò, però, di un unico incontro occasionale. Erwitt raccontò di aver frequentato il set per alcuni giorni e di aver avuto occasione di incontrare Marilyn più volte anche in seguito. Tra i due si instaurò un rapporto cordiale e sincero. Nelle sue fotografie Marilyn resta certamente una diva, ma appare anche come una presenza viva, osservata nei momenti di lavoro e di attesa. È forse questo uno degli aspetti più interessanti del suo sguardo: anche davanti a una delle immagini più costruite e mitizzate del Novecento, Erwitt cerca sempre qualcosa che restituisca la persona, non soltanto il personaggio.

Fotografare l'amore

Elliott Erwitt, SPAGNA. Valencia. 1952. © Elliott Erwitt

Elliott Erwitt, SPAGNA. Valencia. 1952. © Elliott Erwitt

Nella selezione di scatti presenti in mostra, non può mancare una delle più poetiche fotografie di Erwitt: quella di una coppia innamorata riflessa nello specchietto retrovisore di un'automobile, con il sole che tramonta sullo sfondo. La fotografia viene realizzata in California nella metà degli anni Cinquanta per un servizio di LIFE dedicato al romanticismo e alle diverse fasi dell'amore, dall'inizio di una relazione fino agli anniversari di una vita insieme. La cosa affascinante è che, all'epoca, quello scatto non riscosse subito successo: rimase a lungo nell'archivio di Erwitt e fu riscoperto molti anni dopo, durante una sistemazione più approfondita del suo materiale. Oggi è invece una delle immagini che meglio raccontano la sua capacità di trasformare un momento semplice e spontaneo in qualcosa di profondamente romantico e universale.

Altro scatto esposto a Bologna, molto romantico ma di natura vita privata, svincolato dal servizio giornalistico, è il ritratto intimo del fotografo Robert Frank e sua moglie Mary mentre danzano abbracciati nella loro cucina. Frank, nato in Svizzera e naturalizzato statunitense, è stato uno dei più importanti fotografi del Novecento, noto soprattutto per The Americans (1958), libro che ha rivoluzionato il modo di raccontare la società americana attraverso la fotografia. Il rapporto tra i due artisti era molto stretto: amici e colleghi, avevano condiviso anche un appartamento a New York. Durante una visita alla coppia in Spagna, Erwitt coglie questo momento di quotidianità, fotografandoli attraverso lo stipite di una porta, quasi senza farsi notare. Ne nasce un'immagine delicata e spontanea, che restituisce un frammento di vita privata e racconta, con straordinaria naturalezza, l'intimità e la complicità di una coppia.

I nostri migliori amici a quattro zampe

Elliott Erwitt, USA. New York City. 2000. © Elliott Erwitt

Elliott Erwitt, USA. New York City. 2000. © Elliott Erwitt

I cani sono senza dubbio uno dei soggetti più celebri e amati dell'universo di Elliott Erwitt. Attraverso di loro, Erwitt racconta soprattutto il mondo degli esseri umani. Spesso abbassa la macchina fotografica fino alla loro altezza, cambiando completamente la prospettiva: gli uomini diventano gambe, scarpe, frammenti di corpi, mentre il cane conquista il centro della scena. È un rovesciamento divertente, ma anche molto intelligente. I cani, con la loro spontaneità, diventano una sorta di specchio attraverso il quale osservare le nostre abitudini, le nostre vanità e le nostre contraddizioni. Non a caso Erwitt ha dedicato a loro diversi libri: la sua ironia più famosa passa proprio attraverso questi animali, capaci di rendere la "commedia umana" ancora più evidente e irresistibile.

Le fotografie più celebri di Elliott Erwitt: istantanee di storia

Elliott Erwitt, URSS. Mosca. 1959. Nikita Kruscev e Richard Nixon. © Elliott Erwitt

Elliott Erwitt, URSS. Mosca. 1959. Nikita Kruscev e Richard Nixon. © Elliott Erwitt

Elliott Erwitt ha fotografato anche la Storia con la maiuscola e la mostra di Bologna offre la possibilità di ammirare da vicino due dei suoi scatti più significativi e potenti. Il primo ritrae Richard Nixon e Nikita Krusciov durante il celebre Kitchen Debate, nel 1959, all'Esposizione nazionale americana di Mosca: un confronto acceso tra i due leader, immortalato in un gesto di forte tensione, diventato una delle immagini simbolo della Guerra fredda.

Elliott Erwitt, USA. Wilmington, Carolina del Nord. 1950. © Elliott Erwitt

Elliott Erwitt, USA. Wilmington, Carolina del Nord. 1950. © Elliott Erwitt

Accanto a questa fotografia, l'esposizione Elliott Erwitt. L’arte di osservare presenta anche un altro scatto straordinario, realizzato nel 1950 a Wilmington, in North Carolina, davanti a due fontanelle pubbliche contrassegnate dalle scritte "White" e "Colored". Un'immagine apparentemente semplice, ma di una potenza dirompente, che documenta la segregazione razziale negli Stati Uniti. Due fotografie lontane per soggetto e contesto, ma accomunate dalla capacità di andare oltre ciò che mostrano. Nella prima, Erwitt restituisce tutta la tensione di un momento cruciale della Guerra fredda attraverso il linguaggio dei corpi e dei gesti; nella seconda, affida a due semplici fontanelle il compito di rendere visibile l'assurdità e la violenza della segregazione razziale. È in questa capacità di cogliere, dentro un istante, il significato più profondo di un'epoca che si riconosce la grandezza del suo sguardo: non limitarsi a documentare ciò che accade, ma trovare l'inquadratura capace di rivelare ciò che spesso sfugge a un'osservazione superficiale.

A queste due testimonianze della Storia si aggiunge un'altra fotografia di grande intensità emotiva: quella di Jacqueline Kennedy ad Arlington, in Virginia, il 25 novembre 1963, durante i funerali del marito, il presidente John Fitzgerald Kennedy, assassinato pochi giorni prima. Qui Erwitt sposta lo sguardo dalla dimensione pubblica degli eventi a quella più intima e personale del dolore. A colpire è soprattutto il dettaglio delle lacrime che si intravedono dietro la veletta nera: dietro l'immagine composta e dignitosa della First Lady emerge la sofferenza di una donna che ha appena perso il marito. La veletta diventa una sorta di schermo tra la dimensione pubblica e quella privata, nascondendo senza riuscire a cancellare il dolore. È proprio attraverso ciò che resta celato che Erwitt riesce a raccontare la fragilità di un momento profondamente umano.

Perché visitare la mostra di Elliott Erwitt a Bologna?

Elliott Erwitt, FRANCE, Paris, 1989 © Elliott Erwitt and Magnum Photos.

Elliott Erwitt, FRANCE, Paris, 1989 © Elliott Erwitt and Magnum Photos.

Vi consiglio di visitare questa mostra non soltanto per ritrovare alcuni scatti che hanno segnato la storia della fotografia e plasmato il nostro immaginario collettivo, ma soprattutto per conoscere l'uomo che si nasconde dietro il grande fotografo. Le immagini di Erwitt hanno fatto scuola non solo per la loro capacità narrativa, ma anche per la straordinaria qualità della composizione, l'equilibrio delle geometrie, l'uso delle prospettive e la capacità di costruire un'inquadratura in cui ogni elemento sembra trovare una collocazione perfetta. Alcune sono veri e propri capolavori di sintesi visiva: in un solo scatto riescono a racchiudere una sensibilità fuori dal comune e quella rara capacità di cogliere l'attimo in cui la realtà sembra organizzarsi spontaneamente in una piccola storia. Può trattarsi di un'emozione umana, di un incontro casuale, oppure di sorprendenti corrispondenze tra elementi apparentemente estranei: un uccello e un rubinetto, oppure la mano di un vigile che dirige il traffico romano e un manifesto che pubblicizza una mostra dedicata proprio alla gestualità. È in questi accostamenti inattesi, in queste coincidenze visive che solo un occhio attentissimo sa riconoscere e cristallizzare, che emerge tutta la sua genialità. Erwitt non si limita a fotografare ciò che vede: sa individuare relazioni, assonanze e significati dove gli altri vedono soltanto frammenti di quotidianità. E lo fa con un'ironia sottile, una leggerezza mai superficiale e una profonda curiosità per il mondo e per le persone. Visitarla significa, in fondo, non soltanto ammirare fotografie straordinarie, ma imparare a guardare con occhi diversi ciò che ci circonda.

Informazioni di vista

Elliott Erwitt. L’arte di osservare dal 1° ottobre 2026 al 28 febbraio 2027

Luogo: Museo Civico Archeologico di Bologna, Via dell'Archiginnasio, 2, 40124 Bologna BO

Orari: lunedì, mercoledì, giovedì e venerdì: 10.00 – 18.00; Sabato, domenica e festivi: 10.00 – 19.00; Martedì chiuso. La biglietteria chiude un’ora prima dell’orario di chiusura.

Biglietti acquistabili on line presso https://mostraerwitt.madeticket.it/it

Contatti per ogni informazione relativa alla mostra [email protected]; Tel: 051 2196043 (negli orari di apertura della mostra)

Se vi interessa la fotografia, vi invito anche a recuperare gli articoli in cui mi sono occupata delle fotografe Francesca Woodman e Ruth Orkin o il racconto della mostra di fotografia che ha visto protagoniste le le donne bolognesi immortalate da Masotti.

In copertina: Elliott Erwitt, California Kiss, Santa Monica , 1955. © Elliott Erwitt