
Due donne, due colori, un pregiudizio: il significato nascosto di "Due donne con cerotti cosmetici"

Due donne con cerotti cosmetici, 1655 circa. Foto di Jamie Woodley © Compton Verney
Un dipinto inglese del Seicento, recentemente restaurato e studiato, rivela come la rappresentazione della bellezza femminile fosse intrecciata a questioni di razza, moralità e identità culturale. Nel panorama della pittura inglese del XVII secolo esiste un’opera tanto insolita quanto significativa: Due donne con cerotti cosmetici, realizzata intorno al 1655 da un artista a lungo rimasto anonimo. Il dipinto raffigura due donne, una nera e una bianca, vestite secondo la moda dell’epoca e disposte l’una accanto all’altra. A un primo sguardo, la somiglianza degli abiti, delle acconciature e dei gioielli potrebbe suggerire una relazione di familiarità e una condizione di apparente parità. Tuttavia, un’iscrizione dipinta sopra le loro teste trasforma la scena in una complessa allegoria morale.
Presentata al pubblico nel dicembre 2024 presso la Compton Verney Art Gallery, nel Warwickshire, dopo un lungo intervento conservativo e un progetto di ricerca durato diciotto mesi, l’opera offre una prospettiva preziosa sulla cultura visiva dell’Inghilterra seicentesca. La sua importanza non risiede soltanto nella rarità iconografica, ma anche nella possibilità di comprendere come le idee sulla bellezza, sul comportamento femminile e sulle differenze razziali contribuissero a definire l’ordine sociale dell’epoca.
Un’immagine insolita nella pittura inglese del Seicento

La corrispondenza tra le due figure è evidente: la disposizione e la postura, la capigliatura e la collana di perle, tutto è identico. Cambia solo il colore della pelle e di conseguenza anche quello dei beauty patches.
Le due protagoniste occupano uno spazio condiviso e sono rappresentate con un’evidente attenzione agli elementi della moda contemporanea. I loro abiti eleganti, le acconciature elaborate e gli ornamenti riflettono il gusto della metà del Seicento. Entrambe portano sul viso piccoli elementi decorativi scuri o chiari, riconoscibili come beauty patches, cerotti cosmetici molto diffusi nella società europea del tempo. La presenza di una donna nera accanto a una donna bianca rende questa composizione particolarmente rara nel contesto della pittura britannica del XVII secolo. Per interpretarla, tuttavia, è necessario superare una narrazione che ha spesso ricondotto le figure nere nell’arte europea esclusivamente al ruolo di servitori, paggi o attendenti. La storia della loro rappresentazione è infatti molto più articolata: già nel Rinascimento, persone di origine africana compaiono in dipinti, disegni e ritratti in contesti diversi, talvolta legate alle corti, agli ambienti diplomatici e alle reti commerciali e culturali che collegavano l’Europa al Mediterraneo e ad altri territori. Alcune figure nere furono protagoniste di percorsi politici e diplomatici di rilievo, mentre altre furono rappresentate in condizioni di subordinazione, secondo gerarchie sociali e razziali storicamente determinate.
Negli ultimi anni, nuove ricerche storico-artistiche hanno contribuito a riportare alla luce queste presenze, ricostruendone le identità, le biografie e i contesti di appartenenza, e interrogando criticamente i criteri attraverso cui il canone della storia dell’arte è stato costruito. Non si tratta soltanto di individuare figure a lungo trascurate, ma di comprendere come la rappresentazione delle persone nere abbia assunto significati differenti a seconda del contesto, della committenza e del genere artistico.
In Due donne con cerotti cosmetici, la donna nera appare elegantemente vestita e occupa uno spazio visivo condiviso con la figura bianca. Questa prossimità, tuttavia, non è sufficiente a dimostrare una condizione di parità sociale o simbolica. L’iscrizione morale che accompagna la scena suggerisce infatti una lettura più ambivalente: la presenza delle due donne serve a costruire un confronto nel quale il colore della pelle, l’uso dei cosmetici e le idee di vanità e alterità culturale si intrecciano. La questione non è dunque soltanto quanto la donna nera sia visibile nell’immagine, ma quale funzione le venga assegnata all’interno del discorso morale che il dipinto articola. È proprio questa ambivalenza a rendere l’opera tanto interessante per la storia dell’arte: una composizione che sembra suggerire vicinanza e somiglianza contiene, al tempo stesso, una gerarchia ideologica più difficile da individuare a un primo sguardo.
I beauty patches: moda, bellezza e condanna morale

Francis Hawkins, Il comportamento dei giovani, ovvero la decenza nella conversazione tra uomini (1663). Foto: Jamie Woodley © Compton Verney.
Nel XVII secolo, i beauty patches erano piccoli cerotti applicati sul viso per nascondere cicatrici, imperfezioni e segni della pelle. Realizzati con materiali come seta, raso o pelle, potevano assumere forme differenti ed essere utilizzati sia per ragioni pratiche sia come accessori decorativi. La loro diffusione si inseriva in una cultura della bellezza sempre più attenta alla presentazione del corpo e alla costruzione dell’apparenza. Truccarsi, schiarire la pelle, colorare le guance e applicare ornamenti sul volto erano pratiche che potevano esprimere eleganza, appartenenza sociale e adesione alle mode. Ma proprio queste abitudini alimentavano un acceso dibattito morale. Per alcuni osservatori, intervenire artificialmente sull’aspetto significava alterare la creazione divina, lasciarsi dominare dalla vanità e allontanarsi dai principi della modestia cristiana. Il corpo femminile diventava così un terreno sul quale si confrontavano aspirazioni estetiche, norme religiose e forme di controllo sociale. In Due donne con cerotti cosmetici, questo conflitto viene reso esplicito attraverso il contrasto cromatico: la donna nera indossa cerotti chiari, mentre quella bianca porta applicazioni scure. La reciprocità del motivo sembra inizialmente creare un gioco visivo tra le due figure, ma l’iscrizione chiarisce che il significato dell’immagine è tutt’altro che neutrale.
L'iscrizione moraleggiante

Dettaglio dell'iscrizione in alto nel dipinto: “I black with white bespott: yu white wth blacke this Evill: proceeds from thy proud hart: then take her: Devill.”
Sopra le teste delle protagoniste compare un’iscrizione in inglese seicentesco: “I black with white bespott: yu white wth blacke this Evill: proceeds from thy proud hart: then take her: Devill.” In una traduzione orientativa, il testo afferma che la donna nera si macchia di bianco e quella bianca di nero, attribuendo questa pratica a un cuore superbo e concludendo con un ammonimento di carattere religioso. Il messaggio è inequivocabile nel suo intento moralizzatore: l’uso dei cerotti cosmetici viene presentato come manifestazione di orgoglio e vanità, comportamenti che possono condurre alla condanna spirituale. L’immagine non si limita dunque a documentare una moda, ma la sottopone a un giudizio. La disposizione delle due donne permette inoltre di articolare una critica più complessa. La figura nera diventa il termine di confronto attraverso il quale viene stigmatizzato il comportamento della donna bianca. Secondo l’interpretazione proposta dalla curatrice Jane Simpkiss, il richiamo a usanze percepite come straniere serviva anche a mettere in discussione l’identità inglese della donna bianca: adottare una pratica associata ad altri popoli poteva essere presentato come un allontanamento dai valori ritenuti propri della nazione. Il dipinto rivela così un meccanismo ideologico significativo: il giudizio sulla bellezza femminile si intreccia con la distinzione tra ciò che viene considerato nazionale e ciò che viene percepito come estraneo. Il corpo, l’abbigliamento e il volto diventano strumenti attraverso i quali una società definisce i confini della rispettabilità.
L’Inghilterra di Oliver Cromwell: un contesto di instabilità

John Bulwer, Anthrometamorphosis: l'uomo trasformato o, il mutaforma artificiale (1653). Foto: Jamie Woodley © Compton Verney.
Per comprendere pienamente il significato dell’opera è necessario collocarla nel suo contesto storico. Intorno al 1655, l’Inghilterra attraversava una fase di profonda trasformazione politica e religiosa. La guerra civile aveva sconvolto il paese; nel 1649 Carlo I era stato giustiziato e la monarchia abolita. Negli anni successivi, il governo repubblicano e il Protettorato di Oliver Cromwell avevano cercato di ridefinire le istituzioni e la vita pubblica, in un clima segnato da conflitti religiosi e tensioni sociali. In questo scenario, la moralità privata assumeva anche un significato politico. L’abbigliamento, il lusso, il trucco e le manifestazioni esteriori del benessere potevano diventare oggetto di polemica perché sembravano mettere in discussione gli ideali di disciplina, modestia e ordine promossi da alcuni ambienti religiosi. Nel 1649, il Parlamento aveva persino preso in considerazione una proposta volta a vietare il trucco, i cerotti neri e gli abiti femminili giudicati immodesti, senza tuttavia approvarla. Il dipinto si inserisce dunque in un più ampio clima di sospetto nei confronti della vanità e dell’eccessiva attenzione all’apparenza. La sua condanna delle pratiche cosmetiche non è un episodio isolato, ma riflette un dibattito che investiva il rapporto tra corpo, religione e organizzazione sociale. Le ricerche condotte dalla Compton Verney in collaborazione con il Yale Center for British Art hanno permesso di mettere il dipinto in relazione con testi del XVII secolo che criticavano le trasformazioni artificiali del corpo. Tra questi figura Anthrometamorphosis: The Man Transform’d; or, The Artificiall Changeling, pubblicato da John Bulwer nel 1653. L’autore, interessato alle pratiche attraverso cui gli esseri umani modificavano il proprio aspetto, interpretava tali interventi come un’alterazione dell’ordine naturale e della creazione divina.
Nel volume compare un’immagine molto simile alla composizione delle due donne, disposte una di fronte all’altra. Il testo che accompagna l’illustrazione associa la pittura del viso e i cerotti cosmetici a pratiche che l’autore definisce barbariche, attribuendone l’origine a popolazioni non europee. Questo confronto è particolarmente importante perché suggerisce che il dipinto possa inserirsi in una cultura visiva già strutturata da pregiudizi nei confronti delle usanze straniere. Non si tratta semplicemente di condannare la cosmetica: il discorso morale viene costruito anche attraverso un’opposizione tra una presunta norma europea e pratiche associate ad altre culture.
Un ulteriore riferimento è il manuale di comportamento Youths Behaviour, or Decency in Conversation Among Men, nella traduzione di Francis Hawkins del 1663. Il volume contrapponeva la donna considerata virtuosa, caratterizzata da un abbigliamento sobrio, a quella associata al vizio, riconoscibile per l'eleganza ostentata, l'acconciatura elaborata e l'uso dei cerotti. La convergenza tra pittura, letteratura morale e illustrazione mostra quanto profondamente le immagini del corpo fossero coinvolte nella diffusione di giudizi sociali e religiosi.
Il restauro: leggere la superficie e riscrivere la storia dell'opera

Jessica David mentre restaura due donne con cerotti cosmetici, studio di restauro di dipinti, Yale Center for British Art, © foto di Jackie Gleisner.
Tra il 2023 e il 2024, l'opera Due donne con cerotti cosmetici è stata al centro di un progetto di ricerca congiunto tra la Compton Verney Art Gallery e il Yale Center for British Art, che ha intrecciato conservazione, analisi scientifiche e indagine storico-artistica. All’inizio del 2024, la tela è stata trasferita temporaneamente a Yale, dove Jessica David, responsabile della conservazione dei dipinti, ha eseguito diversi interventi, rimuovendo la vecchia vernice e realizzando piccoli consolidamenti strutturali. La pulitura ha restituito maggiore leggibilità alla composizione, facendo emergere dettagli prima meno evidenti, in particolare quelli relativi alla figura della donna nera e all’iscrizione che accompagna la scena. Il restauro non ha quindi rappresentato soltanto un’operazione di recupero materiale, ma anche una condizione essenziale per approfondire il significato dell’immagine.
Parallelamente, il conservatore scientifico Richard Hark ha condotto un’indagine mediante scansione a fluorescenza a raggi X (macro-XRF), una tecnica che permette di mappare la distribuzione degli elementi chimici presenti nei pigmenti. I risultati hanno rivelato un dato inatteso: l’artista aveva utilizzato il vermiglione rosso per entrambe le donne, impiegandolo in quantità considerevole anche per dipingere la carnagione della figura nera. La scelta si discosta dalle pratiche pittoriche più diffuse nella Londra degli anni Cinquanta del Seicento e dalle indicazioni dei manuali contemporanei, che tendevano a raccomandare il vermiglione per gli incarnati chiari e pigmenti terrosi, come la terra d’ombra, per quelli bruni e neri. Questa anomalia tecnica ha aperto nuove prospettive sulla possibile provenienza dell’opera e sull’identità del suo autore: Edward Town, curatore a Yale, ha avanzato l’ipotesi che il dipinto sia stato realizzato fuori Londra e ha individuato in Jerome Hesketh, attivo nel nord-ovest dell’Inghilterra tra gli anni Quaranta e Sessanta del secolo, un possibile candidato. L’attribuzione rimane tuttavia provvisoria.
Il progetto ha dimostrato come l’analisi della materia pittorica possa modificare le domande che poniamo a un’opera: la distribuzione dei pigmenti, le tecniche esecutive e le scelte cromatiche diventano indizi per ricostruire le pratiche di bottega, i contesti geografici e le convenzioni attraverso cui venivano rappresentati i diversi incarnati. Il restauro, in questo caso, non si limita a restituire visibilità a un dipinto raro, ma contribuisce a comprenderne la complessità storica, mostrando quanto la lettura delle immagini debba procedere insieme allo studio della loro materialità.
In copertina: Un dettaglio dall'opera Due donne con cerotti cosmetici, 1655 circa. Foto di Jamie Woodley © Compton Verney