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Chiara Varotari: anche la sorella del Padovanino dipingeva

La pittrice padovana presunta autrice del trattato "Apologia del sesso femminile"
8'
Non solo muse

La pittrice (e forse autrice) del primo Seicento padovano

Chiara Varotari, Ritratto di Pantasilea Dotto Capodilista, 1630 circa, olio su tela, 200 x 117,3 cm, Museo d'Arte Medievale e Moderna, Padova. © Musei Civici di Padova

Chiara Varotari, Ritratto di Pantasilea Dotto Capodilista, 1630 circa, olio su tela, 200 x 117,3 cm, Museo d'Arte Medievale e Moderna, Padova. © Musei Civici di Padova

Chiara Varotari (Padova, 1584 – ca. 1663), un nome che nella maggior parte dei casi non avrete neanche mai sentito, non è vero?! Eppure la Varotari fu una pittrice attiva tra Padova e Venezia. Figura singolare e ancora oggi molto meno nota di quanto meriterebbe, appartiene a quella generazione di artiste che, tra la fine del Cinquecento e la prima metà del Seicento, contribuì a ridefinire il ruolo femminile nella pittura italiana. Nata a Padova nel 1584, fu figlia d’arte: il padre Dario Varotari il Vecchio, pittore e architetto di solida formazione veneziana, e il fratello Alessandro Varotari, il celebre “Padovanino”, costituirono per lei un ambiente familiare ricco di stimoli, nel quale maturò la propria cultura figurativa. Educata nella bottega paterna, Chiara mostrò fin da giovane una particolare inclinazione per il ritratto, genere nel quale raggiunse la fama. Trascorse lunghi periodi a Venezia, città allora vibrante di committenze e di sperimentazioni artistiche, dove poté affinare uno stile sobrio, elegante, capace di cogliere con acutezza psicologica la presenza del soggetto.

La tradizione le attribuisce inoltre la stesura di un trattato, l’Apologia del sesso femminile, oggi perduto, che testimonia la sua partecipazione al più ampio dibattito sul valore intellettuale delle donne e sulle possibilità loro negate nell’ambito delle arti. La figura di Chiara Varotari fu apprezzata già dai suoi contemporanei. Carlo Ridolfi, nelle Meraviglie dell’arte, la menziona all’interno di una difesa appassionata delle capacità femminili. Inserendola accanto a illustri artiste antiche e moderne – da Timarete e Irene fino a Lavinia Fontana e Irene di Spilimbergo – Ridolfi celebra quella che definisce la “perspicaccia donnesca”, ovvero l’intelligenza e la prontezza d’ingegno delle donne quando adeguatamente educate. È un passo straordinario per il Seicento, che rivela quanto la presenza di artiste come Varotari fosse percepita come un segno di cambiamento culturale.

Anche Pellegrino Antonio Orlandi, nel suo Abecedario pittorico, sottolinea l’abilità di Chiara, capace di imitare con bravura lo stile del padre e del fratello e di trarre successo dai suoi ritratti “assai somiglianti”. Aggiunge inoltre un dettaglio biografico significativo: Chiara non volle mai sposarsi, preferendo restare nella casa paterna e continuare la collaborazione artistica con la famiglia. Nel XIX secolo, lo studioso padovano Napoleone Pietrucci ne rinnova l’elogio, ricordando come la pittrice avesse raggiunto una maestria tale da suscitare l’invidia di artisti più esperti. Pietrucci riferisce inoltre di importanti incarichi ufficiali, come la realizzazione di ritratti per principi e granduchi di Toscana, e nota che un suo autoritratto – opera di particolare rilevanza – si trova nella Galleria degli Uffizi a Firenze. Anche Luigi Antonio Lanzi, nella Storia Pittorica dell’Italia, la include tra le personalità degne di nota della scuola veneta.

Tra i dipinti più noti attribuiti a Chiara Varotari si trova il Ritratto di Pantasilea Dotto Capodilista (ca. 1630), conservato al Museo d’Arte Medievale e Moderna di Padova, dove è esposto anche un suo affascinante autoritratto. Si tratta di opere che permettono di apprezzare il suo linguaggio misurato, la finezza descrittiva degli incarnati e l’attenzione alla caratterizzazione emotiva, tratti distintivi della sua produzione. La memoria di Chiara Varotari è oggi preservata non solo dai musei e dagli studi storico-artistici, ma anche dalla toponomastica: il comune di Rubano, vicino a Padova, le ha dedicato una via, riconoscendo così il valore di una delle prime pittrici padovane ad aver lasciato un segno concreto nella storia dell’arte veneta.

Chiara Varotari, Ritratto di Pantasilea Dotto Capodilista, 1630 circa, olio su tela, 200 x 117,3 cm, Museo d'Arte Medievale e Moderna, Padova. Dettaglio della mano ingioiellata e del tessuto ornato della veste. © Musei Civici di Padova

Chiara Varotari, Ritratto di Pantasilea Dotto Capodilista, 1630 circa, olio su tela, 200 x 117,3 cm, Museo d'Arte Medievale e Moderna, Padova. Dettaglio della mano ingioiellata e del tessuto ornato della veste. © Musei Civici di Padova

I Ritratti parlanti di Chiara Varotari

Chiara Varotari, Ritratto di fanciullo, XVII sec., olio su tela, 122 x 70 cm, Musei civici di Padova. © Musei Civici di Padova

Chiara Varotari, Ritratto di fanciullo, XVII sec., olio su tela, 122 x 70 cm, Musei civici di Padova. © Musei Civici di Padova

Nelle collezioni dei Musei Civici di Padova troviamo il Ritratto di fanciullo, probabilmente un membro dell'illustre famiglia padovana Capodilista, che indossa un abito riccamente lavorato e decorato con merletti sul colletto e sui polsini. Anche se rientra nel filone del "ritratto da parata", l'immagine non ha un tono stereotipato e distaccato. Il linguaggio della pittrice è comunque improntato a un introspezione emotiva e psicologica: la postura e l'espressione del fanciullo ci parlano dei suoi anni più spensierati e del suo animo giocoso.

Il Ritratto di fanciullo offre un esempio particolarmente significativo dell’attenzione che Chiara Varotari riserva alla rappresentazione infantile, tema per lei ricorrente e trattato con una sensibilità che unisce osservazione naturale e compostezza formale. La figura del giovane protagonista occupa la tela intera, presentandosi in una posa elegante ma non rigida, segno di un equilibrio calibrato tra spontaneità e costruzione iconografica.

Il bambino, probabilmente appartenente a una famiglia dell’élite padovana, indossa un abito ricco nei materiali e studiato nei dettagli, indicativo del rango sociale e della cura dedicata alla sua educazione. Varotari traduce con accuratezza la consistenza dei tessuti, la lucentezza dei bottoni e l’articolazione raffinata dei merletti, ma senza trasformare questi elementi in mera ostentazione decorativa: la centralità rimane sempre la figura, il carattere, lo sguardo. È proprio lo sguardo a conferire al dipinto una forza particolare. Diretto, leggermente assorto, restituisce l’impressione di un’infanzia osservata con rispetto, non ridotta a miniatura dell’età adulta ma colta nella sua individualità. La pittrice evita gli stereotipi rigidi dei ritratti infantili del suo tempo, preferendo una resa più morbida dei lineamenti e un’illuminazione che accarezza il volto con una delicatezza quasi affettiva.

La composizione è sobria: pochi elementi di arredo, forse un tendaggio appena accennato, svolgono un ruolo scenografico minimo, lasciando che il corpo del fanciullo si stagli contro uno sfondo neutro ma caldo. La luce, di ascendenza veneta, modella le superfici con un equilibrio che esalta la presenza del giovane senza appesantire la scena. Quest’opera, conservata presso i Musei Civici di Padova, testimonia la capacità di Chiara Varotari di misurarsi con il ritratto infantile con una maturità rara nel panorama seicentesco, unendo rigore tecnico, finezza psicologica e una singolare attenzione alla verità affettiva dei suoi soggetti.

Chiara Varotari, Ritratto di gentildonna con i due figli, 1640 circa, 115 x 98 cm, Pinacoteca Nazionale di Bologna, Collezione Zambeccari. © Pinacoteca Nazionale di Bologna

Chiara Varotari, Ritratto di gentildonna con i due figli, 1640 circa, 115 x 98 cm, Pinacoteca Nazionale di Bologna, Collezione Zambeccari. © Pinacoteca Nazionale di Bologna

Il Ritratto di gentildonna con i due figli si presenta come una delle prove più mature di Chiara Varotari, capace qui di coniugare solennità compositiva, attenzione psicologica e una raffinata sensibilità luministica. La scena è organizzata secondo un impianto frontale, dominato dalla figura della madre, che occupa il centro della tela con una postura composta, ma autorevole. Il suo volto, rischiarato da una luce morbida, rivela il tratto tipico della ritrattistica della pittrice: un equilibrio misurato tra introspezione e idealizzazione. L’abbigliamento della gentildonna – reso con cura minuziosa nei dettagli dei tessuti, dei merletti e dei giochi di luce sui materiali preziosi – testimonia il rango sociale del soggetto e l’attenzione dell’artista alla moda contemporanea. Il gesto della donna, che poggia una mano sulla spalla del figlio maggiore, introduce un elemento di tenera domesticità, sottolineando allo stesso tempo il ruolo materno come fulcro della composizione.

Ai lati, i due bambini completano il ritratto familiare: il maggiore, eretto e già consapevole della posa formale, e il più piccolo, che guarda verso l’osservatore con una spontaneità più marcata. In entrambi, Varotari dimostra una notevole capacità di cogliere l’individualità infantile, evitando la rigidità convenzionale spesso riservata ai ritratti dei più piccoli nel Seicento.

La palette è calda, giocata su bruni dorati e rossi attenuati, con accenti luminosi che modellano i volti e conferiscono profondità alle superfici tessili. L’impostazione sobria e l’armonia tonale avvicinano l’opera alla tradizione veneta, ma emergono anche influssi del ritratto bolognese, filtrati attraverso la cultura figurativa della committenza aristocratica. Nel contesto della produzione di Chiara Varotari, questo dipinto si distingue non solo per la qualità pittorica, ma anche per il suo valore documentario: è un esempio eloquente della crescente presenza femminile nella ritrattistica seicentesca e della capacità dell’artista di unire rigore formale e sensibilità affettiva. La sua presenza nella Collezione Zambeccari conferma inoltre l’apprezzamento storico del ritratto, considerato uno dei capolavori maturi della pittrice padovana.

Chiara Varotari, Ritratto di dama, XVII, inizio sec., olio su tela, 205 x 120 cm, Musei Civici di Padova.

Chiara Varotari, Ritratto di dama, XVII, inizio sec., olio su tela, 205 x 120 cm, Musei Civici di Padova.

Il Ritratto di dama rappresenta una delle prove più monumentali di Chiara Varotari, che qui affronta con sicurezza il genere del ritratto a figura intera, tipico della grande ritrattistica aristocratica del primo Seicento. La tela, di formato imponente, conferisce alla protagonista un’aura di solenne presenza, accentuata dall’equilibrio della posa e dall’attento controllo della scena. La dama, con ogni probabilità appartenente all'illustre famiglia padovana Capodilista, emerge a figura intera dall’oscurità del fondo della tela. Indossa un abito di stoffa a fiori con ampia gonna svasata e “giuppone” che scende fin oltre la vita dal quale si alza una “bavera” di trina pure decorata a motivi floreali. Sull’elaborata acconciatura porta i caratteristici “spuntoni”.

La figura femminile domina lo spazio con un portamento elegante e composto. Il corpo è leggermente ruotato, mentre il volto, illuminato da una luce soffusa, si offre frontalmente allo spettatore. L’espressione, misurata e insieme intensa, rivela la consapevolezza del proprio rango e un senso di dignitosa riservatezza. È una bellezza non ostentata ma nobile, che richiama la cifra stilistica più autentica della ritrattistica di Varotari.

Il ricco abito della dama – probabilmente in seta pesante, decorato di trine e ricami – è trattato con finezza descrittiva: la pittura indugia nella resa delle superfici tessili, dei merletti luminosi, dei dettagli dei gioielli che punteggiano la composizione con note di brillantezza. La tavolozza, giocata su tonalità profonde e calde, armonizza i volumi attraverso una luce morbida, tipica della tradizione veneta che l’artista assimila e rielabora in chiave personale.

L’ambientazione, sobria ma calibrata, suggerisce un interno aristocratico: un tendaggio e alcuni elementi d’arredo appena accennati contribuiscono a conferire alla scena un tono di grande ufficialità, senza sottrarre attenzione alla figura principale. La monumentalità della composizione e la cura naturalistica del volto rivelano la maturità di Chiara Varotari come ritrattista, capace di coniugare solennità formale e precisione psicologica. Il dipinto, conservato ai Musei Civici di Padova, rappresenta uno dei vertici della produzione dell’artista padovana e testimonia la sua piena partecipazione ai modelli della grande ritrattistica seicentesca, offrendo al contempo uno sguardo sensibile e raffinato sulla rappresentazione femminile dell’epoca.

In copertina: Chiara Varotari, Ritratto di gentildonna con i due figli, 1640 circa, 115 x 98 cm, Pinacoteca Nazionale di Bologna, Collezione Zambeccari. Dettaglio. © Pinacoteca Nazionale di Bologna