cover Ruth Orkin: la fotografa che voleva essere una regista

Ruth Orkin: la fotografa che voleva essere una regista

Palazzo Pallavicini a Bologna ospita la più ampia antologica italiana dedicata alla fotografa Ruth Orkin
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Non solo muse

Il legame di Ruth Orkin con l'Italia

Ruth Orkin, American Girl in Italy, 1951, Firenze © Ruth Orkin Photo Archive

Ruth Orkin, American Girl in Italy, 1951, Firenze © Ruth Orkin Photo Archive

Come racconta anche Mary Engel, la figlia di Ruth Orkin e custode dell'archivio e patrimonio della fotografa, il legame della Orkin con l'Italia è sempre stato forte e particolarmente sentito. Nonostante Ruth Orkin vi abbia trascorso solo poche settimane della sua intensa vita fu proprio a Firenze, che nel 1951, scattò la fotografia che la consacrò per sempre nel panorama della fotografia internazionale dell'epoca, divenendo il suo capolavoro: American Girl in Italy. La Orkin e la donna ritratta nella foto, Ninalee Craig, alloggiavano nello stesso albergo della città fiorentina, il Berchielli. La fotografa visitò a lungo soltanto la città di Firenze, ma ebbe modo di viaggiare e di scattare immagini memorabili anche Napoli, Roma e Venezia, dove realizzò il celebre ritratto del regista Orson Welles, intrufolandosi al ballo del Conte Bestegui.

Pare che la Orkin sentisse una sorta di vera e propria radicale connessione con l'Italia e l'animo del popolo italiano: amava il cibo italiano, la cultura e l'arte del nostro Paese. La mostra che la omaggia e celebra, attualmente in corso a Bologna, nelle splendide sale affrescate di Palazzo Pallavicini, è dunque l'occasione per restituire parte di quello sguardo privilegiato e di quell'amore certamente ricambiato, tra la fotografa americana e l'Italia.

Ruth Orkin voleva essere una regista

Ruth Orkin, Autoritratto © Ruth Orkin Photo Archive

Ruth Orkin, Autoritratto © Ruth Orkin Photo Archive

Una delle più grandi conquiste del nostro secolo, almeno alle nostre fortunate latitudini geografiche, è che come donne, possiamo scegliere di intraprendere qualsiasi percorso formativo o professionale. Non saremo considerate da tutti e tutte alla pari, purtroppo non saremo neanche pagate nella stessa misura dei colleghi uomini, ma, a meno che si tratti di posizioni dirigenziali e manageriali, per le quali è ancora difficile vederci presenti in egual misura al genere maschile, qualsiasi sbocco professionale desideriamo, sembra finalmente disponibile. Può sembrare ovvio, ma storicamente non lo è e non lo è stato. Anche Ruth Orkin ha dovuto prendere le misure con il suo tempo: ciò che desiderava e sognava davvero, non era ancora alla sua portata. La fotografa nasce infatti con il desiderio di intraprendere la carriera di regista, ma nella prima metà del XX secolo per una donna diventare regista era molto difficile, per non dire impossibile.

Ruth Orkin nasce a Boston, il 3 settembre del 1921 e in un bagno di realtà dovette parzialmente accantonare il suo più grande sogno, o meglio, ridimensionarlo per poterlo realizzare. Il cinema scorre nelle sue vene: è figlia di Mary Ruby, attrice del cinema muto. Cresce dunque con Hollywood in testa e riceve, all'età di 10 anni, la sua prima macchina fotografica, una Univex da 39 centesimi, con la quale inizia subito a scattare fotografie. Eppure la passione di Ruth era per le immagini in movimento.

Per un periodo lavora come fattorina, l'unica donna, alla Metro Goldwyn Mayer, così da poter osservare il più possibile da vicino quel mondo che tanto le interessava. Nello stesso periodo, siamo nei primi anni Quaranta, inizia a studiare fotogiornalismo al Los Angeles City College, muovendo i primi passi verso quello che sarà il suo vero destino. Realizza tanti servizi giornalistici per testate importanti come Life, Look e Ladies Home Journal.

La passione per il cinema però, non la lascerà mai e le permetterà di creare uno stile e un linguaggio personale e peculiare, una sorta di meta linguaggio, a metà tra cinema e fotografia, tra immagine in movimento e immagine fissa, esplorando entrambi i media, contaminandoli e rivoluzionandoli. Le fotografie di Ruth attraverso sequenze, movimento, scomposizione e simultaneità incrociano realtà fotografica e filmica, documentazione e composizione creativa.

Ruth Orkin: tra fotogiornalismo e cinema

Ruth Orkin, Due turiste americane, 1951 © Ruth Orkin Photo Archive

Ruth Orkin, Due turiste americane, 1951 © Ruth Orkin Photo Archive

All'età di soli diciassette anni Ruth Orkin decise di attraversare gli Stati Uniti per visitare l'Esposizione Universale di New York del 1939 e di questo viaggio abbiamo una dettagliata e peculiare documentazione fotografica. In questo e in diversi momenti della sua carriera la Orkin è ricorsa a tecniche come il "lungometraggio fotografico": l'epico viaggio in bicicletta diventa così una sorta di road movie, che si rifà alla linearità cronologica del cinema, ma che, attraverso il montaggio in album e grandi fogli di carta, sembra mimare uno storyboard.

Anche il suo lavoro più iconico, quello che senza dubbio resta il più amato e conosciuto nel mondo, American Girl in Italy, richiama il fotoromanzo. La protagonista della serie di scatti di cui la fotografia fa parte, posa come un attrice del cinema muto - evidente è la reminiscenza materna - esagerando il linguaggio del corpo, la mimica e l'espressività, per amplificarne la potenza narrativa.

Altro aspetto che avvicina la produzione fotografica di Ruth Orkin al cinema è la ricerca di duplicità e ripetizione: l'interesse verso il trompe-oeil, la ripetizione di due immagini che si assomigliano per dare l'idea che si tratti della medesima e unica immagine, come accade quando fotogrammi si sovrappongono: tecnica e idea alla base della cinematografia. Questo effetto estetico che richiama il linguaggio cinematografico si traduce in fotografie in cui vediamo due soggetti quasi identici, o meglio che a primo sguardo, sembrano identici, ripetersi vicini. La somiglianza dei due soggetti illude e sfida lo spettatore e la sua percezione. L’influenza della settima arte è altrettanto evidente nella serie Dall’alto, nella quale la Orkin osserva e cattura la vita quotidiana dalla finestra, trasformando la strada in un palcoscenico spontaneo. I soggetti, inconsapevoli del proprio ruolo, diventano protagonisti di un racconto scandito da alternanze di movimento e immobilità, conferendo allo stesso una fluidità magnetica.

I ritratti di personaggi famosi e divi del cinema

Ruth Orkin, Albert Einstein che pranza a Princeton, 1955 © Ruth Orkin Photo Archive

Ruth Orkin, Albert Einstein che pranza a Princeton, 1955 © Ruth Orkin Photo Archive

Nella sua lunga carriera Ruth Orkin non mancò di immortalare alcuni dei principali protagonisti di quel mondo del cinema che tanto amava e che quando aveva l'occasione, sceglieva di frequentare, per poterlo respirare, studiare e fotografare. Ruth ha ritratto registi come Alfred Hitchcock, Vittorio de Sica, Woody Allen e dive e divi come Lauren Bacall, Humphrey Bogart e Marlon Brando. Lo sguardo di Ruth ha incrociato non solo grandi registi e attori del cinema, ma anche personaggi in vista della società come il famosissimo collega Robert Capa, regalando al mondo il suo ritratto più celebre, e lo scienziato Albert Einstein. L'elemento che colpisce maggiormente in queste fotografie è il comune senso di familiarità tra la fotografa e il soggetto immortalato.

Non tutte erano conoscenze dirette o profonde, anzi: è proprio il talento della fotografa nel mettere a suo agio la personalità ritratta che contribuisce a questa sensazione amichevole e rilassata che troviamo in tutti i ritratti di Ruth. Non solo in quelli di personalità famose, ma anche negli scatti in cui ritrae sconosciuti, adulti o bambini, in attesa di un treno alla stazione, mentre camminano o scherzano per strada.

Ruth Orkin ha ispirato Truffaut e Godard

Alcuni degli scatti di Ruth Orkin sul set del corto Little Fugitive (1953), esposte in mostra a Bologna. © Ruth Orkin Photo Archive

Alcuni degli scatti di Ruth Orkin sul set del corto Little Fugitive (1953), esposte in mostra a Bologna. © Ruth Orkin Photo Archive

Ruth Orkin voleva diventare regista, ma il principale ostacolo alla realizzazione di questo sogno era il fatto che alle donne non fosse ancora permesso iscriversi all'apposita Union, quindi di praticare ufficialmente la professione. Nel corso degli anni Cinquanta però, in collaborazione con suo marito Morris Engel realizzò il suo primo lungometraggio indipendente: Little Fugitive (1953), che racconta la storia di un bambino solo a Coney Island e ha come protagonisti Richie Andrusco nel ruolo eponimo e Richard Brewster che interpreta il fratello maggiore. La pellicola è stata proiettata alla 14ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, dove ha ricevuto il Leone d'argento, e candidato per l'Oscar al miglior soggetto alla 26ª edizione degli Academy Awards. Questo lavoro cinematografico della Orkin ha influito sulla Nouvelle Vague francese, ispirando la sceneggiatura di capolavori come "I 400 colpi" (Les Quatre Cents Coups) diretto da François Truffaut nel 1959 e "Fino all'ultimo respiro" (À bout de souffle) del 1960, diretto da Jean-Luc Godard. Il film è considerato dai critici moderni un film di riferimento a causa del suo stile naturalistico e dell'uso rivoluzionario di attori non professionisti nei ruoli principali. Nel 1997, è stato selezionato per essere annoverato nel National Film Registry degli Stati Uniti e custodito nella Biblioteca del Congresso come opera "culturalmente, storicamente o esteticamente significativa".

Due anni più tardi, nel 1955, Orkin e Engel realizzarono un secondo lungometraggio: Gli amanti e i lecca-lecca, altro film che fu oggetto di premi e riconoscimenti e che, come Little Fugitive, è ancora in programmazione su American Movie Classics (AMC).

Una ragazza americana in Italia

Ruth Orkin, Jinx e Justin su uno Scooter, Firenze, 1951 © Ruth Orkin Photo ArchiveRut

Ruth Orkin, Jinx e Justin su uno Scooter, Firenze, 1951 © Ruth Orkin Photo ArchiveRut

In un'epoca in cui per le donne era raro viaggiare di sole in giro per il mondo, la fotografa Ruth Orkin e Ninalee Craig alloggiavano entrambe in un albergo di Firenze. Siamo nel 1951, la Craig, incoraggiata dalla madre, decise di partire per un viaggio alla volta dell'Europa, visitando la Francia, la Spagna e l'Inghilterra, prima di approdare in Italia. Nella città dei Medici, aveva intenzione di frequentare un corso di storia dell'arte. Ruth invece era appena rientrata da un incarico per la rivista Life che l'aveva vista in Palestina e prima di fare rientro negli Stati Uniti, decise di fare tappa in Italia. In un ufficio dell'American Express, dove turisti e viaggiatori si ritrovavano per telefonare, inviare lettere e telegrammi le due donne si incontrano e iniziano a coltivare un'amicizia sincera e profonda, che si trasforma anche in collaborazione artistica.

Orkin chiese alla Craig di farle da modella per degli scatti: l'obiettivo era pubblicare un servizio fotogiornalistico che raccontasse l'esperienza di viaggio di una donna all'estero, tra difficoltà, equivoci, emergenze ed esigenze. Lo scatto più famoso della serie non è una messa in scena, un'esagerazione sulla scia del fotoromanzo, ma uno scatto reale, non costruito: la Craig cammina per strada e attira l'interesse degli uomini astanti, che si fanno notare con espressioni facciali inequivocabili e provocazioni, forse anche verbali. Come mai tutto questo interesse? Era tarda mattinata e non era certamente frequente vedere donne giovani e di bella presenza da sole in giro per la città: la maggior parte delle donne a quell'ora erano solite preparare il pranzo, in attesa del rientro del marito per consumare il pasto: è la stessa Ruth a raccontarlo. L'indipendenza del gesto banale eppure rivoluzionario della Craig, camminare da sola per le strade della città, rompe la routine di una città e di una società, ancora bigotta e maschilista. Questa fotografia ha una potente forza narrativa ed estetica e mi pare abbia potuto ispirare la celebre scena di Malena (2000) di Giuseppe Tornatore, in cui la protagonista interpretata dalla bellissima e bravissima Monica Bellucci, ogni volta che attraversa il centro storico del suo paesino, crea scompiglio tra i concittadini.

Ruth Orkin a Bologna: la più ampia antologica italiana della fotografa

Lo scalone di Palazzo Pallavicini accoglie gli spettatori della mostra fotografica su Ruth Orkin.

Lo scalone di Palazzo Pallavicini accoglie gli spettatori della mostra fotografica su Ruth Orkin.

Come ho scoperto Ruth Orkin e il suo straordinario talento fotografico e cinematografico? Tutto è iniziato con una mostra che mi ha lasciato davvero senza parole.

Dal 5 marzo al 19 luglio 2026, Palazzo Pallavicini a Bologna ospita l’antologica dedicata a Ruth Orkin (1921-1985), una delle fotoreporter, fotografe e registe più influenti del XX secolo. La mostra, la più ampia mai organizzata in Italia su Orkin, è curata da Anne Morin e promossa da Pallavicini srl con Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci, mentre i testi sono coordinati da Francesca Bogliolo in collaborazione con diChroma Photography. Ha il patrocinio del Comune di Bologna, della FIAF – Federazione Italiana Associazioni Fotografiche e dell’AIRF – Associazione Italiana Reporters Fotografi.

L’esposizione raccoglie 187 fotografie, due macchine fotografiche e alcuni documenti significativi, offrendo uno sguardo completo sulla carriera di Orkin e sul suo ruolo cruciale nella storia della fotografia del Novecento. Inserita nel filone di iniziative di Pallavicini srl dedicate a grandi figure femminili della fotografia, questa mostra segue le personali dedicate a Vivian Maier, Tina Modotti e Lee Miller, continuando a celebrare il contributo delle donne in questo mondo.

Se amate la fotografia o volete semplicemente lasciarvi sorprendere da immagini e storie che attraversano il tempo, non perdete l’occasione: correte a vederla!

In copertina: una panoramica delle sale espositive di Palazzo Pallavicini, che ospita l'antologica sulla fotografa americana Ruth Orkin