
Marisa Merz: l'arte come gesto quotidiano
L'arte povera e la sua voce femminile

Marisa Merz, Living Sculpture, 1966, lamierino in alluminio cucito con punti metallici, 200 x 90 x 80 cm, GAM, Torino.
Per lungo tempo la storia dell’arte del Novecento ha raccontato i movimenti attraverso figure maschili, lasciando alle donne ruoli marginali, quando non del tutto invisibili. La rubrica Non solo muse nasce proprio per scardinare questa narrazione, restituendo voce e centralità ad artiste che non sono state “accanto a”, ma dentro i processi creativi. Marisa Merz è una di queste.
Unica donna ufficialmente associata all’Arte Povera, Marisa Merz, pseudonimo di Maria Luisa Truccato (Torino, 1926 – 2019) ha costruito un percorso artistico radicalmente personale, lontano dai manifesti teorici e dalle dichiarazioni programmatiche che caratterizzavano molti suoi colleghi. La sua opera si muove in una dimensione intima, silenziosa, spesso domestica, ma proprio per questo profondamente politica. Negli anni Sessanta e Settanta l’Arte Povera mette in discussione l’idea tradizionale di opera d’arte, scegliendo materiali “poveri” – ferro, terra, stracci, legno, cera – e privilegiando il processo rispetto all’oggetto finito. Marisa Merz condivide questa attenzione alla materia e alla trasformazione, ma se ne distacca per tono e intenzione.
Le sue prime opere nascono letteralmente in casa: sculture in alluminio piegato, intrecciato, sospeso, che dialogano con lo spazio abitativo. Non sono pensate per il museo, ma per essere vissute, attraversate, abitate. In questo gesto c’è già una presa di posizione chiara: il confine tra arte e vita, tra spazio pubblico e privato, non è neutro, e può essere riscritto. Uno degli aspetti più potenti del lavoro di Marisa Merz è l’uso di tecniche e materiali tradizionalmente associati al lavoro femminile: il filo di rame intrecciato come una maglia, la cera, il tessuto, il disegno ripetuto. Gesti lenti, pazienti, quotidiani. Gesti che per secoli non sono stati considerati “arte”, ma semplice artigianato o lavoro domestico.
Merz non rivendica questi gesti in modo dichiaratamente femminista, ma li pratica con ostinazione, trasformandoli in linguaggio artistico. Il risultato è un’arte che non urla, non impone, ma resiste. Un’arte che afferma la possibilità di creare senza separarsi dalla propria esperienza di donna, madre, individuo.
Da Torino al mondo

Marisa Merz, Scarpette, 1975, filo di rame. Courtesy Fondazione Merz. Foto di Renato Ghiazza.
Marisa frequenta fin dall’adolescenza l’ambiente culturale ricco dei vari lasciti della scuola casoratiana. Esordisce in campo artistico negli anni Sessanta con le Living Sculptures, manufatti in lamina di alluminio composti da più elementi spiraliformi, così mobili e irregolari da meritare l’appellativo di viventi. Legate alla ricerca sui materiali e a una progettualità essenziale, queste prime opere – presentate da Sperone a Torino già nel giugno del 1967 – anticipano e preparano la partecipazione dell’artista al movimento dell’Arte Povera. Con alcune azioni – celebre quella con le coperte arrotolate disposte sul bagnasciuga di Fregene nel 1970, in occasione della prima personale alla galleria L'Attico a Roma – Merz introduce nel linguaggio della scultura contemporanea tecniche e manufatti artigianali della tradizione, o appannaggio del lavoro femminile, attribuendo piena dignità artistica a procedure e materiali del quotidiano e prendendo così le distanze sia dalla poetica delle strutture primarie del minimalismo, razionali e autoreferenziali, sia dal gruppo dell’Arte Povera, rispetto al quale mostra fin d'ora una sensibilità eccentrica. Unita alla componente temporale presente già nei lavori a maglia, questa la porta precocemente a raccogliere, combinare e ridefinire proprie opere precedenti come nell'assertivo Ad occhi chiusi gli occhi sono straordinariamente aperti (1975), che intitola la seconda personale all'Attico accostando le sculture in filo di rame, la Scodella di sale (1967), Bea e Scarpette (1968).
Dalla metà degli anni Settanta gli interventi di Merz acquistano un carattere compiutamente ambientale, dapprima con la serie di stanze che l’artista allestisce in spazi complementari: quello aperto e pubblico della galleria o quello sotterraneo e segreto di una cantina, con un movimento continuo dalla dimensione privata a quella pubblica, una metamorfosi ininterrotta delle tracce graffite in forme scultoree e della fisicità materica in cromie dipinte. È in questo momento che si fa strada l'interesse per il volto umano, reso in due o tre dimensioni in disegni e pitture, o in sculture in creta, gesso, cera. Negli anni Ottanta le diverse voci in cui da sempre si traduce la sua creatività trovano la loro sintesi perfetta e la loro compiuta maturità nelle testine grevi e impalpabili, nelle raffinatissime carte, nelle pale d'altare polimateriche: ne danno testimonianza le personali allestite nelle gallerie Bernier (Atene), Fischer (Düsseldorf), Tucci Russo (Torino), gli inviti della Biennale e di Documenta, nonché la partecipazione a importanti selezionate collettive: dopo la Biennale di Venezia del 1980, è a Parigi per Identité italienne. L’art en Italie depuis 1959, curata per il Centre Pompidou da Germano Celant nel 1981; poi a Palazzo delle Esposizioni, a Roma, per Avanguardia. Transavanguardia, a cura di Achille Bonito Oliva, nel 1982, anno in cui è anche a Documenta. In seguito l'artista centellina ulteriormente la sua già rarefatta presenza pubblica: tra le personali museali sono da ricordare: Centre Georges Pompidou, Parigi, 1994; Kunstmuseum Winterthur, 1995 e 2003; Stedelijk Museum, Amsterdam, 1996; Galleria d’Arte Moderna Villa delle Rose, Bologna, 1998; Museo MADRE, Napoli, 2007; Centre international d’art et du paysage, Ile de Vassivière, 2010; Fondazione Querini Stampalia, Venezia, 2011; Fondazione Merz, Torino, 2012; Serpentine Gallery, Londra, 2013, Macro Museo d'Arte Contemporanea, Roma, 2016. Al 2017 data la prima grande antologica americana, The Sky Is a Great Space, allestita al Metropolitan Museum of Art di New York, e all’Hammer Museum di Los Angeles, e poi presentata anche in Europa al Serralves Museum of Contemporary Art di Porto e al Museum der Moderne di Salzburg, nel 2018.
Dopo aver partecipato a partire dal 1972 a svariate edizioni della Biennale di Venezia, nel 2001 l’artista vi riceve il Premio speciale della giuria, e nel 2013 è insignita del Leone d’Oro alla carriera. Marisa Merz scompare a Torino il 19 luglio 2019, e la sua ultima personale, Geometrie sconnesse palpiti geometrici, si inaugura due mesi dopo al Masi di Lugano. Nel 2021 La Fondazione Merz organizza una doppia personale dal titolo La punta di matita può eseguire un sorpasso di coscienza, con opere per lo più inedite di Marisa e Mario Merz. L'anno seguente è il Musée Rath di Ginevra a ospitare la coppia in una retrospettiva di ampio respiro. Il MAXXI dell'Aquila, nel 2023, affianca Marisa Merz all'indiana Shilpa Gupta in un dialogo a due voci dal titolo visibileinvisibile. Nel 2024, a distanza di trent'anni dalla personale 'francese' organizzata dal Centre Pompidou, il Musée LaM di Lille allestisce una raffinata retrospettiva dal titolo Ascoltare lo spazio, con opere inedite e una sezione speciale dedicata all'archivio dell'artista; la mostra verrà ripresentata l'anno seguente al Kunstmusem di Berna. Dal novembre 2025 a febbraio 2026 l'Istituto Italiano di Cultura di Praga celebra con una retrospettiva a quattro mani il centenario della nascita di Mario Merz, che cade nel 1925, e quello di Marisa Merz, che cade nel 2026.
L'incontro con il collega Mario Merz

Marisa e Mario Merz di fronte all'opera di Mario "Se il nemico si concentra perde terreno, se si disperde perde forza" , Galleria Arco d'Alibert, Roma (marzo 1968). Foto di Claudio Abate.
Nel 1950 incontra Mario Merz, a cui si unisce in matrimonio e da cui prende il cognome. Il rapporto con Mario, artista centrale dell’Arte Povera e suo compagno di vita, è stato spesso letto in modo riduttivo, come se la figura di Marisa si definisse per prossimità e non per autonomia. In realtà, il loro legame è stato un dialogo costante tra due ricerche profondamente diverse. Se Mario Merz ha lavorato su strutture espansive, numeriche e simboliche, orientate verso l’esterno e lo spazio pubblico, Marisa ha scelto una dimensione intima, concentrata sul gesto, sul tempo lento e sulla trasformazione silenziosa della materia. La loro relazione non è stata una gerarchia, ma una convivenza di differenze: due linguaggi che si sono sfiorati senza mai sovrapporsi. Riconoscere Marisa Merz solo in relazione a Mario significa tradire il senso stesso della sua opera, che ha sempre rivendicato — con discrezione ma con fermezza — il diritto a una voce propria, indipendente e radicale.
Intorno all'identità femminile

Marisa Merz, Testa, 1984–1995, clay, wax, tin, and lead on a steel table. Credit: Fondazione Merz and Gladstone Gallery, New York and Brussels.
A partire dagli anni Settanta, l’opera di Marisa Merz si popola di volti femminili, spesso modellati in cera, argilla o disegnati con tratti essenziali. Sono volti enigmatici, arcaici, talvolta infantili, che sembrano emergere dal tempo più che appartenere a un’epoca precisa. Non sono ritratti realistici né autoritratti espliciti, ma presenze. Lo sguardo, in particolare, diventa un elemento centrale: occhi grandi, fissi, che osservano senza concedersi. In questi volti si avverte una riflessione profonda sull’identità femminile, non come immagine da offrire, ma come soggetto che guarda. Marisa Merz ha sempre occupato una posizione defilata rispetto al sistema dell’arte: poche interviste, rare apparizioni pubbliche, nessuna volontà di costruire un personaggio. Eppure, nel tempo, il riconoscimento è arrivato: dalla partecipazione alla Biennale di Venezia (nel 1993 le viene dedicata una sala personale) fino alle grandi retrospettive internazionali.
La sua eredità oggi appare chiarissima: molte artiste contemporanee che lavorano sul corpo, sul quotidiano, sulla memoria e sulla manualità trovano in Merz una figura di riferimento fondamentale. Raccontare Marisa Merz significa anche interrogarsi su come la storia dell’arte venga scritta e trasmessa. Perché per tanto tempo il suo lavoro è stato letto come marginale, intimo, “minore”? E cosa cambia quando impariamo a riconoscere il valore politico della discrezione, della cura, della continuità?
Il senso della rubrica "Non solo muse" è proprio questo: uno sguardo che si sposta, che rifiuta la narrazione semplificata e restituisce complessità. Marisa Merz ci insegna che l’arte può nascere ovunque, anche in cucina, anche nel silenzio, e che proprio lì può diventare rivoluzionaria.
In copertina: © Foto Agostino Osio, Courtesy Fondazione Merz