
Marietta Robusti: l'educazione paterna, il successo presso le corti internazionali e la morte precoce
Con gli abiti maschili per entrare in bottega

Marietta Robusti, Autoritratto con madrigale, 1578 c., olio su tela, 93,5 x 91,5 cm, Galleria degli Uffizi, Firenze.
Nata a Venezia attorno alla metà del Cinquecento, Marietta Robusti – passata alla storia come la Tintoretta – fu una delle figure femminili più affascinanti e misteriose del Rinascimento veneziano. Primogenita del celebre Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, Marietta visse e respirò arte fin dall’infanzia, crescendo letteralmente all’interno della bottega paterna.
La madre, una donna di origini tedesche di nome Cornelia, morì quando Marietta era ancora bambina. Forse anche per colmare quel vuoto, Jacopo la tenne sempre accanto a sé: la vestiva da maschio per poterla introdurre liberamente nei cantieri e nelle botteghe, dove le donne non erano ammesse. Non era solo un gesto affettuoso ma una dichiarazione d’intenti: Marietta doveva essere parte del mondo dell’arte, non restarne spettatrice. Il padre le insegnò a disegnare e a dipingere, rendendola la sua più fidata collaboratrice. Fu accanto a lui in molte opere e, secondo le fonti, lo affiancò anche nella realizzazione di alcuni ritratti e scene religiose. Oltre alla pittura, Marietta coltivò anche la musica: studiò con Giulio Zacchino e divenne una valente musicista, capace di esibirsi sia come cantante che come strumentista.
L'Autoritratto come genere prediletto

Marietta Robusti, Autoritratto con madrigale, 1578 c., olio su tela, 93,5 x 91,5 cm, Galleria degli Uffizi, Firenze. Dettaglio del volto.
Tra i generi pittorici più praticati nel Cinquecento, il ritratto occupava un posto d’onore: strumento di celebrazione, di memoria e di rappresentazione sociale. In questo ambito si distinse anche Marietta Robusti, conferendo al ritratto una voce personale, intima e sorprendentemente moderna. Nei suoi ritratti Marietta si muove tra introspezione e rappresentazione sociale. Come testimoniano le fonti, dipingeva “i sembianti dei gentiluomini e delle donne veneziane” accompagnandoli con la musica: una pratica che trasformava la sessione di posa in un momento di relazione e di empatia. È forse proprio in questa capacità di “accordarsi” con i suoi soggetti che risiede il segreto della sua arte ritrattistica: una pittura che ascolta, che interpreta, che restituisce l’anima attraverso il volto. La sua maestria emerge in modo particolare nel genere dell’autoritratto, campo che vale sempre la pena ricordare, era il settore privilegiato e in qualche modo anche obbligato per le artiste donne. Non potendo frequentare liberamente scuole e botteghe, le artiste si dilettavano necessariamente ritraendo l'unico soggetto cui avevano facile accesso: loro stesse per l'appunto. A questo genere, Marietta riuscì a fondere le due arti che più la definivano: la pittura e la musica. Di questa duplice vocazione parlano già i contemporanei. Raffaello Borghini, nel 1584, e poi Carlo Ridolfi, nel 1648, ricordano come Marietta fosse capace di intrecciare l’arte del ritratto con quella del canto, intrattenendo i suoi modelli durante le sedute di posa con la voce e con strumenti musicali. Un gesto che rivelava non solo grazia e intelligenza, ma anche una consapevolezza raffinata del rapporto tra le arti: la pittura come armonia visiva, la musica come colore del suono.
L’opera che meglio rappresenta questa fusione è il celebre Autoritratto con madrigale, oggi conservato alla Galleria degli Uffizi e considerato il caposaldo per la ricostruzione della sua figura artistica. Acquistato nel 1675 dal cardinale Leopoldo de’ Medici, il dipinto è stato a lungo al centro degli studi su Marietta, poiché rappresenta la sua identità di donna, pittrice e musicista. La giovane artista si raffigura a tre quarti, avvolta in un abito bianco dal tessuto finemente plissettato. I toni chiari dell’abito si fondono quasi con quelli dello spartito che tiene nella mano sinistra, mentre la destra sfiora con eleganza la tastiera di un clavicembalo. Lo spartito, dipinto con straordinaria precisione, mostra la parte del Cantus del madrigale Madonna per voi ardo di Philippe Verdelot, tratto dal Primo Libro dei Madrigali pubblicato a Venezia nel 1533: un dettaglio che collega la pittura di Marietta al raffinato ambiente musicale veneziano del suo tempo. Il suo sguardo, obliquo e assorto, insieme alla leggera torsione del busto, suggerisce che il dipinto sia stato eseguito guardandosi allo specchio: un segno ulteriore della sua natura di autentico autoritratto. Ma più che un semplice esercizio di abilità, questa tela è una dichiarazione d’identità. Marietta si rappresenta come artista completa, capace di armonizzare suono e colore, gesto e melodia, in un linguaggio pittorico che parla di sensibilità e di consapevolezza femminile. L’autoritratto degli Uffizi, in questo senso, è più che un’immagine: è una partitura visiva. Ogni linea e ogni piega dell’abito, ogni nota dello spartito e ogni riflesso dello sguardo si uniscono in un ritmo che è insieme pittorico e musicale. Un inno silenzioso alla sua duplice arte, e alla sua volontà di esser vista e udita in un mondo che raramente concedeva attenzione alle donne.
Collaboratrice al fianco del padre

Tintoretto e Marietta Robusti, Miracolo di Sant'Angese, Chiesa della Madonna dell'Orto, Venezia.
Secondo Adolfo Venturi, tra le opere che videro una collaborazione a quattro mani tra Marietta e il padre Tintoretto ci sarebbe la pala d'altare commissionata al pittore nel 1575, per la chiesa veneziana della Madonna dell'Orto. Si tratta della Sant’Agnese che risuscita il figlio del prefetto romano nella Cappella Contarini. L’opera unisce la forza drammatica e visionaria del maestro alla finezza lirica e al tocco delicato della giovane pittrice. La scena, tratta dal celebre episodio agiografico, mostra la santa nell’atto di riportare in vita il figlio del prefetto Licinio, l’uomo che aveva tentato di abusare di lei. È un tema di riscatto e grazia, di purezza che trionfa sulla violenza, e Tintoretto e Marietta lo traducono in un vortice di luce e movimento.
Tintoretto sceglie di non ambientare l’episodio nel luogo del martirio, ma nel sito della sepoltura di Agnese, la basilica di Sant’Agnese fuori le mura a Roma. Sullo sfondo, gli edifici dalle forme classiche evocano il Tempietto di San Pietro in Montorio del Bramante, un omaggio all’architettura rinascimentale che sottolinea la solennità e il carattere “romano” della scena. L’ambientazione non è mero sfondo, ma parte integrante del racconto: una città ideale dove il sacro irrompe nella realtà, trasfigurandola. Al centro, la giovane Agnese si staglia in un candore quasi abbagliante. Il suo abito bianco, simbolo di purezza e di unione mistica con Cristo, sembra emanare luce propria. Accanto a lei, l’agnello — segno iconografico della castità e dell’innocenza — rafforza il legame simbolico tra la martire e la sua fede incorruttibile. Davanti a lei, il prefetto, vestito di un rosso smagliante, si protende verso il miracolo: il corpo del figlio, Licinio, è appena tornato a vivere e viene sorretto da un amico. Il gesto del padre, colto nel momento dell’incredulità e dello stupore, diventa un punto di snodo emotivo della composizione.
Sopra la scena terrena, un turbinio di angeli dalle vesti azzurre ruota in cerchi di luce. La loro presenza non è statica né decorativa: sono pura energia, un soffio di grazia che connette la dimensione divina a quella umana. Il movimento ascensionale, la tensione delle figure, la diagonale degli sguardi e dei gesti — tutti elementi tipici della pittura di Tintoretto — ricordano la potenza visionaria del San Marco libera lo schiavo (1548). Anche qui, il miracolo non è un evento remoto o distante: è un’irruzione improvvisa del soprannaturale nel quotidiano, un momento in cui il cielo scende sulla terra. Nel tessuto della composizione, però, si avverte una grazia più sottile, una sensibilità cromatica e psicologica che gli studiosi attribuiscono alla collaborazione di Marietta Robusti. La morbidezza dei volti femminili, la delicatezza dei passaggi luminosi, la resa raffinata dei panneggi potrebbero essere segni della sua mano. La figlia del Tintoretto, formatasi accanto al padre nella bottega di famiglia, seppe infondere alle sue figure una dimensione più intima e contemplativa, bilanciando l’impeto teatrale del maestro con un senso di dolcezza e di misura. La Sant’Agnese della cappella Contarini è dunque più di una pala d’altare: è un dialogo a due voci, tra padre e figlia, tra energia e grazia, tra il dramma e la quiete. In essa si fondono la potenza scenica del Tintoretto e la sensibilità silenziosa di Marietta, come se la pittura stessa diventasse un linguaggio di affetto e di eredità artistica.
Nel bianco abbagliante di Agnese, nel rosso vivo del prefetto, nel moto vorticoso degli angeli, si legge tutta la tensione spirituale del Cinquecento veneziano — e insieme, la traccia luminosa di una collaborazione familiare che, pur nei secoli, continua a commuovere chi si ferma a guardare.
Pittrice di corte per Filippo II di Spagna e Massimiliano II d'Austria

Marietta Robusti, Ritratto di gentildonna veneziana con collana, olio su tela,61,5 x 59,5 cm, collezione privata. © Pandolfini
La sua fama, tutt’altro che confinata alla cerchia veneziana, raggiunse presto le corti europee. Filippo II di Spagna e Massimiliano II d’Austria la vollero come pittrice di corte — un riconoscimento raro per una donna dell’epoca, che la pone accanto a figure come Sofonisba Anguissola. Jacopo, tuttavia, non volle separarsi da lei: temendo di perderla, rifiutò ogni offerta e la fece sposare giovanissima con Marco Augusta, un gioielliere tedesco. Il matrimonio, celebrato nel 1578, fu seguito due anni dopo dalla nascita della figlia Orsola Benvenuta.
La morte improvvisa

Marietta Robusti, Autoritratto (?), fine XVI secolo, olio su tela, 101 x 78 cm, Galleria Borghese, Roma.
Marietta morì a soli trent’anni circa, mentre accompagnava il padre a Mantova, ospiti del Duca. Le cause della morte restano incerte — parto o malattia — ma la sua scomparsa gettò Jacopo nella disperazione. La leggenda vuole che il Tintoretto abbia ritratto la figlia sul letto di morte: un episodio che, nel pieno Ottocento romantico, ispirò artisti come Léon Cogniet, autore del celebre Tintoretto ritrae la figlia sul letto di morte (1843, Musée des Beaux-Arts di Bordeaux). Marietta fu sepolta a Venezia, nella chiesa della Madonna dell’Orto, accanto al padre e al fratello Donato. La produzione artistica di Marietta Robusti è oggi difficile da ricostruire: poche le opere attribuite con certezza, molte probabilmente confuse con quelle del padre o del fratello Domenico. Il suo nome compare nel trattato di Carlo Ridolfi "Le maraviglie dell’arte" che le riconosce numerosi ritratti di dame e gentiluomini veneziani.
Tra le opere a lei attribuite si ricordano l’Autoritratto con madrigale (1578, Galleria degli Uffizi), un Ritratto di dama veneziana (Museo del Prado) e un olio su tela conservato alla Galleria Borghese, forse un autoritratto.Negli ultimi anni, il rinnovato interesse per le artiste del Rinascimento ha riportato l’attenzione su di lei. Gli studiosi stanno riesaminando la produzione della bottega del Tintoretto per individuare la mano di Marietta in opere finora attribuite ad altri. Un lavoro di riscoperta che le restituisce, finalmente, il posto che le spetta nella storia dell’arte.
In copertina: Marietta Robusti, Autoritratto con madrigale, 1578 c., olio su tela, 93,5 x 91,5 cm, Galleria degli Uffizi, Firenze. Dettaglio dello strumento musicale e dello spartito.
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