
La Partita a scacchi di Sofonisba Anguissola
Caccia all'errore e...a Leonardo!

Sofonisba Anguissola, Partita a scacchi, 1555, olio su tela, 72 × 97 cm, Museo Nazionale, Poznań.
l dipinto ritrae tre sorelle di Sofonisba – Lucia, Minerva ed Europa – colte in un momento domestico e insieme solenne: stanno giocando a scacchi in un rigoglioso giardino. La scena è viva, intima, persino tenera. Lucia muove un pezzo sulla scacchiera, Minerva dialoga con lei con piglio deciso, ed Europa – la più piccola – osserva affascinata e sorride. Dietro di loro, una anziana governante, la stessa che compare in altri lavori di Sofonisba, osserva con discrezione ma partecipazione.
Non è solo un gioco: è una partita che simboleggia la disciplina intellettuale, il confronto tra pari, e una consapevole educazione alla virtù. Le ragazze sono vestite con cura: portano gioielli di famiglia, acconciature raffinate e abiti ricamati. Eppure non c’è ostentazione, ma grazia e misura. Il gioco si svolge su un terreno equilibrato: affetti, educazione, e intelligenza.
Nel Cinquecento il gioco degli scacchi era considerato un nobile esercizio della mente, adatto anche – o forse soprattutto – alle donne educate. A differenza dei giochi d’azzardo, fondati sul caso, gli scacchi richiedevano ingegno, strategia, pazienza. Il poeta cremonese Marco Girolamo Vida, nel suo Scacchia Ludus (1550), paragona la regina a una "virgo" e a una "amazzone", in grado di muoversi in tutte le direzioni e persino di “risorgere” da un pedone. La metafora è chiara: la donna che pensa, che studia, che gioca con intelligenza, può essere potente, persino in un mondo che la vorrebbe silenziosa o ornamentale. Così, le due sorelle Anguissola protagoniste della scena – regine della scacchiera – diventano simbolo di un ideale femminile nuovo: colto, virtuoso, combattivo.
A colpire maggiormente, oltre alla sontuosità e la ricchezza di particolari dei vestiti e della tovaglia, sono le espressioni del viso delle ragazze e lo splendido brano di paesaggio che si apre sullo sfondo. Sofonisba si rivela particolarmente talentuosa nella resa delle emozioni e delle personalità delle sorelle: partendo da sinistra incontriamo Lucia, anche lei come Sofonisba pittrice, ma che non raggiunse mai la fama della sorella, non viaggiò in giro per il mondo, restò anzi per il resto della sua vita a Cremona, in un espressione spenta, triste, insoddisfatta, a dire il vero quasi rancorosa. Sembra guardarci dritto negli occhi, invece guarda l'artefice dell'opera, la sorella Sofonisba che la sta immortalando. Al centro la piccola Minerva, colta in una grande vivacità: sembra un piccolo diavoletto o uno spiritello che osserva divertita la partita tra le due sorelle maggiori. A destra la risoluta Europa, anche lei pittrice, colta nella profondità di uno sguardo che è dinamico, anticipa un'azione, la prossima mossa sulla scacchiera.
Degno di nota è anche il fondale montuoso dai toni azzurri che quasi ci distrae dalla scena familiare: un paesaggio lacustre memore della pittura e degli studi di Leonardo da Vinci. Il riferimento a Leonardo è davvero forte in quest'opera e in generale nella produzione di Sofonisba: la resa dei moti dell'animo teorizzata da Leonardo è alla base della ritrattistica della pittrice e questo paesaggio conferma l'influenza del pittore toscano nei dipinti della cremonese. Flavio Caroli, massimo studioso della pittrice e primo curatore a dedicarle una mostra monografica nel 1994, ha ipotizzato anche una connessione inedita: il nonno di Sofonisba viveva a San Giovanni in Croce, dove era situata la proprietà della famiglia Ponzoni, nella figura di Roberto Ponzoni, nonno di Sofonisba, a poca distanza dal castello di Cecilia Gallerani, amante del signore di Milano e mecenate di Leonardo e l'identità della dama dietro il celebre ritratto leonardesco Dama con l'ermellino che molto probabilmente Leonardo ebbe occasione di visitare durante il suo viaggio da Milano a Venezia, come tappa intermedia. Il ricordo del mitico genio di Vinci doveva essere dunque molto forte presso la famiglia materna di Sofonisba e dunque la pittrice doveva avere ben chiaro in mente questo imprescindibile riferimento artistico e intellettuale.
L'iscrizione sulla scacchiera

Dettaglio dell'iscrizione sulla scacchiera.
L’iscrizione sul bordo della scacchiera rivela tutto: «SOPHONISBA ANGUSSOLA VIRGO AMILCARIS FILIA EX VERA EFFIGIE TRES SUAS SORORES ET ANCILAM PINXIT MDLV»
("Sofonisba Anguissola, vergine, figlia di Amilcare, ritrasse da vero aspetto le sue tre sorelle e la serva, 1555"). Con questa firma, Sofonisba afferma la propria identità di donna e di artista, rivendicando non solo l’atto creativo, ma anche la veridicità dell’osservazione. Le sue sorelle non sono idealizzate, ma ritratte con naturalezza, con sorrisi, sguardi vivaci, gesti che raccontano caratteri distinti. Anche la serva, col suo volto segnato dagli anni, è parte della scena, contribuendo al contrasto generazionale e sociale che arricchisce la composizione.
La testimonianza di Giorgio Vasari
Sofonisba Anguissola, Ritratto di famiglia Anguissola, olio su tela, 1558 circa, 157 x 122 cm, Nivaagaards Malerisamling, Nivå.
Del dipinto, abbiamo testimonianza anche dello storico dell'arte per eccellenza Giorgio Vasari, che durante una visita a Cremona, fu ospite proprio in casa di Amilcare Anguissola e lì poté ammirare alcuni dipinti delle sue figlie. Sulla Partita a scacchi di Sofonisba scrisse: «Dico di aver veduto quest'anno in Cremona, in casa di suo padre e in un quadro fatto con molta diligenza, ritrarre tre sue sorelle, in atto di giocare a scacchi, e con esse loro una vecchia donna di casa, con tanta diligenza e prontezza, che paiono vive, e che non manchi loro altro che la parola». Le parole del pittore e biografo aretino sono il più antico documento a testimonianza di questo dipinto che rimase per molti anni appeso in casa Anguissola. Il quadro arrivò a Roma, insieme con Autoritratto alla spinetta e con due disegni della Anguissola (il Fanciullo morso da un gambero e un altro non identificato), tra i beni dell'umanista e collezionista Fulvio Orsini, che furono poi ereditati dal cardinale Odoardo Farnese. Ritroviamo la Partita a scacchi a Napoli, nell'eredità Farnese arrivata ai Borboni, e che fu poi acquistata da Luciano Bonaparte. Passò di mano ancora una volta nel 1823 e giunse alla collezione oggi presente al Museo nazionale di Poznań. Si conoscono tre incisioni tratte da questo quadro, che è giunto a noi in condizioni precarie, con evidenti ridipinture.
Conosciamo meglio Sofonisba Anguissola

Sofonisba Anguissola, Autoritratto al cavalletto, 1556, Museum Castle, Łańcut.
Sofonisba Anguissola (circa 1532 – 1625) è stata tra le prime donne artiste a raggiungere fama internazionale durante il Rinascimento, in un'epoca in cui il mondo dell'arte era dominato dagli uomini. Nata a Cremona da una famiglia nobile ma non ricca, ricevette un'educazione umanistica e artistica insolita per una donna del suo tempo. Fu incoraggiata dal padre a coltivare il suo talento pittorico, e studiò con artisti locali, tra cui Bernardino Campi.
A differenza dei grandi nomi maschili dell’epoca, Sofonisba non poté frequentare le accademie d’arte o studiare il nudo, ma riuscì comunque a sviluppare uno stile personale, raffinato e profondo, specializzandosi nei ritratti. I suoi dipinti erano apprezzati per l’introspezione psicologica e la naturalezza dei gesti, qualità rare nei ritratti dell’epoca. La sua fama raggiunse la corte spagnola: nel 1559 fu invitata da Filippo II a Madrid come dama di compagnia della regina Elisabetta di Valois, ma anche con il ruolo ufficioso di ritrattista di corte. Vi rimase per circa quattordici anni, producendo opere raffinate e contribuendo allo sviluppo del ritratto ufficiale spagnolo. Dopo il periodo alla corte, si sposò con il nobile siciliano Fabrizio Moncada e si trasferì a Palermo. Rimasta vedova, si risposò con un capitano di nave genovese e visse tra Genova e Palermo, dove continuò a dipingere e ad essere stimata, persino da artisti come Anthony van Dyck, che la visitò poco prima della sua morte. Sofonisba morì nel 1625, a oltre novant’anni, lasciando un’eredità straordinaria: fu un modello di emancipazione artistica femminile in un’epoca che relegava le donne ai margini dell’arte. Oggi è considerata una pioniera e una delle grandi ritrattiste del Cinquecento.
Stimata da Michelangelo e Caravaggio

Sofonisba Anguissola, Fanciullo morso da un gambero, 1554 ca., carboncino e matita su carta, 33,3 × 38,5 cm, Gabinetto di Disegni e Stampe del Museo di Capodimonte, Napoli.
La Partita a scacchi di Sofonisba non rappresenta soltanto un raffinato ritratto familiare, ma costituisce una delle prime affermazioni di un nuovo linguaggio pittorico fondato sull’osservazione diretta e sulla narrazione psicologica dei soggetti. La naturalezza dei gesti, la complessa trama di sguardi e sorrisi tra le sorelle Anguissola, e la resa quasi “parlante” delle emozioni anticipano quella tensione verso il vero che, pochi decenni dopo, avrebbe trovato piena maturazione nel realismo caravaggesco.
Il legame tra Sofonisba Anguissola e Michelangelo Buonarroti nasce attorno al 1554, quando la giovane pittrice — allora poco più che ventenne — cominciava a farsi conoscere nei circoli artistici di Cremona e Milano per il suo talento nel ritratto e per la sua formazione umanistica. Amilcare Anguissola, uomo colto e consapevole del valore della figlia, desiderava che Sofonisba potesse confrontarsi con i più grandi maestri del tempo. Fu lui, infatti, a scrivere a Michelangelo Buonarroti chiedendo consigli e modelli da far copiare alla figlia per perfezionare il suo disegno. Michelangelo, incuriosito dalle capacità della giovane pittrice, accettò di visionare alcuni suoi studi. Secondo la testimonianza del Tommaso Cavalieri — amico, amato e discepolo del maestro — il Buonarroti rimase colpito da un disegno di Sofonisba raffigurante una giovane che rideva, ma le suggerì una sfida più difficile: rappresentare un bambino che piangesse, perché il dolore era, secondo lui, un moto dell’animo assai più complesso da rendere in arte. Sofonisba rispose con straordinaria prontezza, inviandogli il Fanciullo morso da un gambero, un piccolo capolavoro di osservazione naturalistica e sensibilità emotiva.
Questo episodio, riportato in una lettera di Cavalieri a Cosimo I de’ Medici (1562), mostra come Michelangelo non solo avesse conosciuto Sofonisba, ma avesse riconosciuto in lei una giovane artista degna di dialogare alla pari con i grandi del suo tempo. Da allora, Sofonisba fu spesso indicata come una “discepola ideale” di Michelangelo, pur non avendo mai ricevuto un insegnamento diretto da lui: il loro rapporto fu intellettuale e artistico, basato su uno scambio di idee e sulla comune ricerca della verità dell’espressione umana.
Michelangelo stesso riconobbe nella giovane pittrice cremonese un raro talento nell’esprimere la verità dell’animo umano e Caravaggio ne raccolse l’eredità, trasformando quella naturalezza lombarda in un linguaggio drammatico e teatrale. La Partita a scacchi, con la sua elegante introspezione e la sua attenzione al quotidiano, diventa così un anello essenziale di congiunzione tra l’umanesimo michelangiolesco e il naturalismo rivoluzionario di Caravaggio nel Ragazzo morso da un ramarro.
L'eccezione che conferma la regola

Sofonisba Anguissola, Ritratto di Minerva Anguissola, 1564 circa, olio su tela, 36 × 29 cm, Pinacoteca di Brera, Milano.
Nel Cinquecento, la produzione artistica era quasi esclusivamente dominio maschile: le donne erano in gran parte escluse dalle botteghe, dalle accademie d’arte, dagli studi anatomici e dalle pratiche dal vero, considerate improprie o addirittura immorali per il genere femminile. La maggior parte delle artiste era confinata a contesti familiari o religiosi, dove potevano esercitare la pittura come passatempo nobile o attività devozionale, senza ambire a una carriera pubblica. Anche il ritratto, ambito in cui molte donne si distinsero, era spesso l’unico genere accessibile, poiché richiedeva minore conoscenza della figura nuda o della prospettiva complessa, studi che venivano sistematicamente negati alle donne. Accanto alla ritrattistica, gli altri generi naturalmente concessi e praticate dalle artiste donne erano l'autoritratto e la natura morta.
Nonostante queste limitazioni, alcune figure riuscirono a emergere grazie a condizioni familiari eccezionalmente favorevoli, come nel caso di Sofonisba Anguissola, o grazie a reti di protezione aristocratiche. Artiste come Lavinia Fontana a Bologna o Fede Galizia a Milano riuscirono a farsi conoscere per la qualità tecnica dei loro ritratti e nature morte, ma sempre entro margini circoscritti: raramente potevano partecipare a grandi commissioni pubbliche o lavorare in cantieri monumentali, e spesso dovevano mascherare il loro talento dietro il ruolo di figlie, sorelle o mogli di artisti.
Questo contesto rende evidente quanto eccezionale fosse la carriera di Sofonisba: non solo ebbe accesso a una formazione completa e umanistica, ma riuscì anche a entrare in contatto con i grandi maestri del tempo, ricevendo apprezzamento da Michelangelo e conquistando incarichi presso la corte spagnola. La sua esperienza dimostra che la marginalità femminile nell’arte rinascimentale non derivava da mancanza di talento, ma da barriere sociali e culturali: le poche donne che riuscivano a emergere erano spesso il frutto di un contesto familiare privilegiato, di un’iniziativa personale straordinaria e di reti protettive che le tutelassero dalle convenzioni restrittive del loro tempo.
In copertina: dettaglio della scacchiera.
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