
Irene di Spilimbergo: la pittrice del Rinascimento in dialogo con l’arte contemporanea
La pittrice dimenticata del Rinascimento veneto

Gian Paolo Pace, Ritratto di Irene di Spilimbergo, 1560 circa, olio su tela, 122 x 106,5 cm, National Gallery of Art, Washington.
Nel Rinascimento veneto, dominato da figure gigantesche e ben note come Tiziano, Tintoretto e Veronese, il nome di Irene di Spilimbergo emerge come una presenza estremamente fragile, ma certamente affascinante. Sin dalla sua creazione, l'obiettivo principale della rubrica "Non solo Muse" é stata quella di recuperare la memoria delle tante protagoniste femminili della storia dell'arte internazionale, dal Rinascimento al contemporaneo. Irene di Spilimbergo ci pone di fronte a complessità non indifferenti: come vedremo insieme infatti, sappiamo poco di questa artista e poetessa, il cui catalogo delle opere resta di ardua identificazione.
Della sua opera oggi non resta quasi nulla di certo, eppure la sua fama ha attraversato il Cinquecento con sorprendente rapidità, tanto da renderla una delle artiste più celebrate del suo tempo subito dopo la morte. Procediamo con ordine e cerchiamo di mettere in fila gli elementi che abbiamo, per ridefinire il quadro delle vicende personali e artistiche della nostra protagonista.
Irene nacque nel 1538 a Spilimbergo, nel Friuli occidentale, da una famiglia nobile legata alla corte veneziana. Il padre, Adriano di Spilimbergo, apparteneva a una casata colta e influente, capace di garantire alla figlia un’educazione fuori dall’ordinario per una donna del XVI secolo. Fin da giovane Irene mostrò un talento particolare per il disegno e la pittura. In un’epoca in cui l’accesso femminile alle botteghe artistiche era rarissimo, la famiglia riuscì a inserirla nell’ambiente più prestigioso possibile: la bottega di Tiziano Vecellio a Venezia.
Essere allieva di Tiziano significava muoversi proprio nel fulcro dell’arte europea del tempo. La sua bottega era infatti frequentata da diplomatici, collezionisti, principi e letterati. Irene si formò dunque in un contesto straordinario, imparando probabilmente il ritratto, la resa atmosferica del colore e quella costruzione psicologica delle figure che aveva reso celebre il maestro veneto. Le fonti ci parlano di una giovane donna colta, elegante, molto apprezzata negli ambienti umanistici veneziani. Ma il destino della sua carriera fu brevissimo. Irene morì nel 1559, a soli ventun anni, probabilmente per malattia.
Il libro che ha consacrato la pittrice senza quadri

Frontespizione del volume "Rime di diversi nobili huomini et eccellenti poeti nella morte della Signora Irene delle Signore di Spilimbergo”, 1561, Domenico e Giovanni Battista Guerra. Foto di © Università degli Studi di Torino, biblioteca digitale.
Nel 1561 venne pubblicato a Venezia un volume eccezionale: “Rime di diversi nobili huomini et eccellenti poeti nella morte della Signora Irene delle Signore di Spilimbergo”. Era una raccolta di oltre trecento componimenti poetici dedicati alla giovane artista scomparsa. Un omaggio incredibile, quasi senza precedenti per una pittrice donna del Cinquecento.
Poeti, letterati e intellettuali costruirono attorno alla sua figura un’immagine idealizzata: Irene diventò simbolo di virtù, grazia, intelligenza e talento artistico. Una sorta di musa rinascimentale perduta troppo presto. Questo monumento letterario è fondamentale perché è uno dei pochi strumenti che ci permette di capire quanto la sua figura fosse stimata dai contemporanei. Senza quel libro, oggi di Irene sapremo ancora meno e la sua esperienza come donna e come artista, sarebbe stata completamente cancellata.
Questo perché non esiste un singolo dipinto attribuito con certezza alla sua mano. Alcuni studiosi hanno ipotizzato collegamenti con opere uscite dalla cerchia tizianesca, soprattutto ritratti femminili, ma nessuna attribuzione è stata confermata in modo definitivo. Questa assenza ha alimentato nei secoli il fascino della sua figura. Irene è diventata una sorta di “pittrice fantasma”: celebre, lodata, ricordata, ma invisibile.
La riscoperta di Irene Spilimbergo

Un momento della performance di Jordan Roth a Palazzo dei Fiori, Venezia.
Negli ultimi anni Irene è tornata al centro degli studi sulla storia dell’arte femminile. Ruolo fondamentale hanno giocato momenti di ricerca e divulgazione come la mostra “Irene e le altre. La condizione della donna artista in Friuli (secc. XVI-XIX)”, organizzata tra il 2024 e il 2025, cha ha aiutato a ricostruire il contesto culturale in cui visse la giovane pittrice, mettendola in dialogo con altre artiste dimenticate. Il punto non è più soltanto cercare “i suoi quadri”, ma comprendere cosa rappresenti oggi la sua storia: quella di un talento femminile celebrato e poi lentamente dissolto nella narrazione ufficiale dell’arte.
Dopo aver attirato l’attenzione internazionale al Met Gala con le sue celebri performance visive, Roth ha portato a Venezia una ricerca artistica incentrata sulla trasformazione dell’immagine, sulla frammentazione e sulla memoria. Il 7 maggio, negli spazi rinascimentali di Palazzo dei Fiori, l’artista ha realizzato una suggestiva performance dedicata proprio a Irene di Spilimbergo, nell’ambito di una collaborazione con il Visionaries Circle del Performance Space New York.
L’azione si è sviluppata attorno a grandi stampe in vinile raffiguranti Irene, applicate su una lastra di vetro inserita in una cornice dorata. Accompagnato da musica classica, Roth ha lentamente strappato, sovrapposto e ricomposto le immagini, trasformandole in collage visivi complessi e stratificati. Il gesto performativo ha così unito distruzione e ricostruzione, evocando il destino stesso della pittrice friulana: una figura presente nella memoria storica ma quasi completamente assente attraverso le sue opere.
Nella ricerca di Roth emerge infatti un’idea dell’arte come archivio incompleto, fatto di tracce, frammenti e immagini mancanti che lo spettatore è chiamato a ricostruire. È un meccanismo che richiama da vicino la storia di Irene: conosciamo il mito, le testimonianze e l’ammirazione dei contemporanei, ma non possiamo più vedere davvero la sua pittura.
Anche Venezia diventa parte essenziale di questo dialogo. La città lagunare, con la sua memoria stratificata e la sua dimensione sospesa tra luce, acqua e tempo, amplifica il senso di un’immagine che appare e scompare continuamente. In questo scenario, la performance di Roth crea un ponte ideale tra Rinascimento e contemporaneità: da una parte Irene, artista quasi dissolta nella storia; dall’altra una ricerca contemporanea che riflette sulla perdita, sulla memoria e sulla ricostruzione dell’identità.
Forse Irene di Spilimbergo continua ad affascinarci proprio perché sfugge a ogni definizione precisa. Non possediamo i suoi quadri, ma restano il racconto della sua intelligenza, del suo talento e dell’impatto che ebbe sui contemporanei. La sua vicenda parla ancora oggi del destino di molte artiste celebrate in vita, ma lentamente escluse dal canone storico.
Mostre, studi e interventi artistici contemporanei stanno però riportando alla luce queste presenze dimenticate. Irene non è più soltanto una curiosità rinascimentale: è diventata il simbolo di una memoria femminile fragile ma persistente, un’assenza che continua ostinatamente a chiedere di essere guardata.
In copertina: Gian Paolo Pace, Ritratto di Irene di Spilimbergo, 1560 circa, olio su tela, 122 x 106,5 cm, National Gallery of Art, Washington. Dettaglio.