cover Camille Claudel: luci e ombre della scultrice dimenticata

Camille Claudel: luci e ombre della scultrice dimenticata

L'amore tormentato con il maestro Rodin, l'internamento in manicomio, l'oblio e la riscoperta
10 nov 2025
11'

Le radici del talento

Camille Claudel, Giovane donna con gli occhi chiusi, 1885, bronzo, 37 x 35 x 20 cm, Museo Camille Claudel © Marco Illuminati

Camille Claudel, Giovane donna con gli occhi chiusi, 1885, bronzo, 37 x 35 x 20 cm, Museo Camille Claudel © Marco Illuminati

Camille Claudel (Fère-en-Tardenois, 8 dicembre 1864 – Montfavet, 19 ottobre 1943) è stata una delle scultrici più talentuose della storia dell’arte moderna. Ingiustamente oscurata dalla figura imponente di Auguste Rodin, suo maestro e poi compagno di vita, Claudel ha lottato per affermare la propria voce artistica in un’epoca che non lasciava spazio all’indipendenza femminile, soprattutto nell’arte. Oggi, la sua produzione – intensa, sensuale e tormentata – è finalmente riconosciuta come uno dei vertici della scultura francese tra XIX e XX secolo. Nata nel nord della Francia e cresciuta in una famiglia di stampo borghese, Camille Claudel fu circondata da paesaggi che alimentarono la sua immaginazione: castelli medievali, boschi, formazioni rocciose leggendarie. È in questa cornice quasi fiabesca che il suo spirito artistico si accende. A soli sei anni inizia a modellare la creta; a tredici, ha già un maestro e delle commissioni. Il fratello minore, Paul Claudel – futuro scrittore, poeta e ambasciatore – la accompagna nei primi anni, legato a lei da un rapporto profondo e complicato. Mentre la madre reprime e disapprova ogni suo slancio artistico, è il padre, Louis Prosper, a sostenerla silenziosamente, permettendole di trasferirsi a Parigi e studiare scultura all’Accademia Colarossi, una delle poche istituzioni a permettere l’iscrizione alle donne.

Non solo scultura: i ritratti a disegno

Camille Claudel, Ritratto di Louise Claudel, 1887, pastello su cartone, 132 x 94,8 cm, Museo Camille Claudel © Christian Moutarde

Camille Claudel, Ritratto di Louise Claudel, 1887, pastello su cartone, 132 x 94,8 cm, Museo Camille Claudel © Christian Moutarde

Sebbene il pastello raffigurante Louise Claudel faccia parte della serie di ritratti degli affetti più intimi dell'artista, si distingue per le sue dimensioni – il doppio rispetto alle altre sue opere grafiche – per la tecnica e per il modo in cui è disegnato. È l'unico disegno a pastello noto dell'artista e l'unico ritratto disegnato in cui ha sviluppato uno sfondo figurativo in stile giapponese. La figura, modellata a gesso bianco, è integrata in un decoro lavorato a tinte piatte, che abbozza motivi di grandi fiori. Le ombre sono rese con delicatezza dalle riserve della carta color crema. Il nero è applicato ai capelli, alle sopracciglia e agli occhi, così come al contorno della silhouette, che si distingue così nettamente dallo sfondo. Questa straordinaria opera è stata paragonata da Mathias Morhardt, il primo biografo della scultrice, alle opere del pittore impressionista Édouard Manet: "Ricorda in modo particolare alcune delle opere del miglior periodo di Manet, soprattutto nella morbidezza, nell'ampiezza e nell'energia della modellazione (...)" (Mademoiselle Camille Claudel, Le Mercure de France , 1898).

La carica erotica che fece scandalo

Camille Claudel, Il Valzer, 1895-1905, © Sotheby’s.

Camille Claudel, Il Valzer, 1895-1905, © Sotheby’s.

A 17 anni, scandalizzando il funzionario statale delle Belle Arti, la giovane Claudel iniziò a scolpire in atelier figure nude che danzano insieme: tra le opere spicca Il Valzer realizzata tra il 1883 e il 1901 e riprodotta in quattro esemplari. La scultura mostra una donna e un uomo colti in un abbraccio, mentre si muovono in una danza allo stesso tempo tenera ed erotica: se, infatti, da una parte l’occhio dell’osservatore noterà la posa dolce e delicata della donna, che poggia teneramente la testa sulla spalla dell’amante, dall’altra coglierà la sensualità data dalla nudità dei corpi che si uniscono per mutarsi in una forma unica. A ispirare l’artista nella realizzazione di questo gioco di corpi, movimenti e sguardi fu il ricordo della relazione con il compositore e musicista Claude Debussy. L’incontro con il maestro Rodin sancì poi l’inizio di una relazione adulterina e malsana, durante la quale all’amore che la donna provava e desiderava ardentemente si sovrapposero l’invidia e la voglia di prevaricazione da parte dell’amante, unite a vessazioni e soprusi che rappresentarono un fardello talmente pesante da causare nella donna una violenta forma di depressione.

L'incontro con Rodin

Camille Claudel, La Fortuna, 1902-1905, bronzo, 47,4 x 35,5 x 24,7 cm, Museo Camille Claudel © Marco Illuminati

Camille Claudel, La Fortuna, 1902-1905, bronzo, 47,4 x 35,5 x 24,7 cm, Museo Camille Claudel © Marco Illuminati

Nel 1882, la giovane Camille, appena diciottenne, incontra Auguste Rodin, che ne riconosce subito il talento. L’inizio della collaborazione tra i due segna un punto di svolta nella vita e nella carriera di Claudel. Presto diventa la sua allieva, musa, modella e amante. Ma la relazione è tanto intensa quanto instabile. Rodin è legato sentimentalmente a Rose Beuret e non rinuncerà mai a lei. Camille spera in un’unione ufficiale, che non arriverà mai. Questo rapporto la spinge a creare alcune delle sue opere più profonde e personali, come Il Valzer (1889-1905), una danza di amore e perdita che vibra di movimento e tensione emotiva, o L’Âge Mûr (1899), un vero e proprio grido scolpito nel bronzo che mette in scena l’abbandono e il tradimento. Rodin, dal canto suo, affermava: «Le ho mostrato l’oro, ma l’oro che trova è tutto suo». Eppure, nel contesto artistico e sociale dell’epoca, Camille resta “l’ombra del maestro”, costretta a lottare per far riconoscere l’originalità della sua voce. Negli anni ’90 dell’Ottocento, Camille si allontana da Rodin e cerca di camminare da sola. Ma la rottura è traumatica, e coincide con un crescente isolamento, sia personale che professionale. L’opposizione della madre e le tensioni familiari, un ambiente artistico dominato dagli uomini, le difficoltà economiche: tutto cospira contro di lei. Nel 1913, poco dopo la morte dell’amato padre – l’unico vero alleato – viene internata in manicomio. Nonostante le perizie mediche che ne attestano la sanità mentale, la madre e il fratello Paul ne ordinano il ricovero forzato. Vi resterà per 30 anni. Ininterrottamente. Camille scriverà lettere strazianti per chiedere la liberazione, denunciando le condizioni disumane dell’ospedale e l’abbandono della famiglia. Nessuno risponderà mai.

La scultura che ha ispirato “Il Bacio” di Gaetano Previati

Camille Claudel mentre lavora al bozzetto in cera del gruppo scultoreo Śakuntalā o Vertumno e Pomona.

Camille Claudel mentre lavora al bozzetto in cera del gruppo scultoreo Śakuntalā o Vertumno e Pomona.

Sakuntala, anche nota con i titoli successivi di L'abbandono e Vertumno e Pomona, è un gruppo scultoreo realizzato in varie versioni tra il 1886 e il 1905. Inizialmente, Camille Claudel creò una versione di terracotta, e poi una in gesso intorno al 1886 del gruppo scultoreo che sembra che si basi sulla storia del riconoscimento di Śakuntalā e del suo sposo, secondo l’antico mito indiano. Secondo il dramma indiano, il re Duṣyanta e Śakuntalā si innamorarono e lui le chiese di sposarla, ma un sortilegio gli fece perdere la memoria, non rendendola più in grado di riconoscerlo. Camille Claudel scelse di rappresentare il momento nel quale l'incantesimo cessa, ovvero quando il re riconosce Śakuntalā e i due amanti si ritrovano e abbracciano.

Il re è rappresentato in ginocchio, mentre alza la testa verso Śakuntalā, con il corpo proteso verso di lei, ad abbracciarla alla vita. Śakuntalā, che sembra svenire per l'emozione, si china, abbandonandosi alla tenerezza e poggia la sua testa su quella del re. Quando nel 1905 realizzò il gruppo scolpito nel marmo, Camille Claudel lo rinominò Vertumno e Pomona; è questa versione, la più riuscita e ammirata, che si trova al museo Rodin. Nello stesso anno, per il Salone d'Autunno, il gruppo venne riprodotto in bronzo con il titolo L'abbandono. L'opera è riconosciuta come il primo grande capolavoro di Camille Claudel, che inaugura il proprio stile, sia espansivo che intimo, e che riflette la propria vita. Entrambi sono nudi, e fu questo il motivo dello scandalo della versione in gesso a Chateauroux. I due personaggi sono tesi l'uno verso l'altro, in un'emozione intensa e profonda. L'opera venne comparata al Bacio di Auguste Rodin, ma il fratello di Camille riteneva che l'opera della sorella fosse migliore perché la figura maschile si inginocchia di fronte a quella femminile, anziché sedersi accanto a lei.

L'impiego del marmo nella versione del 1905 permise una "realizzazione più completa" e il suo aspetto levigato afferma lo stile claudeliano. La versione di marmo è di dimensioni ridotte rispetto a quella in gesso e quella in terracotta, essendo alto 86 centimetri, largo 80 e ha una profondità di 42 centimetri, con una base di 5 centimetri. L'opera venne firmata e sulla base è presente il numero d'esemplare 1. La posa dei due personaggi sembra aver ispirato il dipinto Il bacio del pittore italiano Gaetano Previati. Infatti, Previati potrebbe aver visto il gruppo scultoreo al Salone del 1888 oppure in un'illustrazione da un catalogo della mostra.

"L'Onda": la lettura autobiografica del capolavoro in onice e bronzo

Camille Claudel, Onda, 1897-1903, onice e bronzo, 62 × 39 × 63 cm, Museo Rodin, Parigi. Dettaglio.

Camille Claudel, Onda, 1897-1903, onice e bronzo, 62 × 39 × 63 cm, Museo Rodin, Parigi. Dettaglio.

La scultrice espose al Salone di Parigi del 1897 una prima versione in gesso dell'Onda. In seguito realizzò l'opera vera e propria in onice e in bronzo, tra il 1898 e il 1903. La genesi di questa scultura risale a un periodo cruciale, quello in cui Claudel si libera dall'influenza di Rodin ed esprime totalmente il suo genio e la sua creatività. Il gruppo fa parte di un ciclo di opere di ispirazione autobiografica iniziato con la Sakuntala o Vertumno e Pomona. Questa scultura nello specifico, rappresenta una grande onda in onice verde che si sta per abbattere sulle tre bagnanti ignude, scolpite nel bronzo, con le ginocchia piegate e mentre si danno la mano. Una delle tre bagnanti, quella più vicina all'onda e più stabile in posizione quasi eretta, è maggiormente rivolta verso la cresta dell'onda. Potrebbe trattarsi di una rappresentazione di Camille Claudel stessa con due amiche artiste, oppure di una metafora della donna artista quasi sopraffatta e sommersa dagli uomini o dalla preferenza che la critica e la società sembra destinare loro. L'utilizzo dell'onice si presta particolarmente bene alla rappresentazione dell'acqua, tanto per il suo colore quanto per i suoi solchi e i suoi riflessi. Claudel afferma la sua creatività, le sue competenze e la sua padronanza dei materiali diversi per ciò che lei vuole rappresentare. L'onda di Claudel richiama La grande onda di Kanagawa di Hokusai. Anche Camille Claudel, come molti dei suoi contemporanei, era indubbiamente incuriosita e affascinata dal Giappone e dall'arte nipponica, come abbiamo già visto anche nello sfondo del ritratto di Louise Claudel.

La nascita del museo dedicato all'artista

Camille Claudel, L'implorante, 1892-1905, bronzo, 60 × 72 × 59 cm, MET Museum, New York.

Camille Claudel, L'implorante, 1892-1905, bronzo, 60 × 72 × 59 cm, MET Museum, New York.

Nel 2003 a Nogent-sur-Seine fu organizzata una mostra su Camille Claudel con le collezioni raccolte da Reine-Marie Paris, pronipote dell'artista, e Philippe Cressent. Il suo enorme successo – circa 40.000 visitatori in tre mesi – diede origine all'idea di dare al Musée Dubois-Boucher una nuova ambizione, dotandolo di una significativa collezione Camille Claudel. Furono acquisite due opere iniziali: uno Studio per la testa di Amadriade (2006) e La donna implorante (piccolo modello) (2007); poi, nel 2008, Reine-Marie Paris e Philippe Cressent accettarono di vendere alla città le collezioni che avevano accumulato in molti anni di ricerca. Lo stesso anno, Perseo e la Gorgone, l'unico marmo monumentale dell'artista, fu acquisito grazie al patrocinio di un'azienda e alla partecipazione dello Stato (Fondo del Patrimonio Nazionale). Infine, nel 2008, il comune ha acquisito la casa abitata da Camille Claudel con i suoi genitori dal 1876 al 1879, gettando le basi del progetto del Museo Camille Claudel. Yves Bourel e, dal 2012, Françoise Magny, hanno ideato un progetto che coniuga la presentazione della carriera di Camille Claudel con la sua contestualizzazione. La prima parte del percorso presenta quindi un panorama della scultura francese all'epoca di Camille Claudel grazie alla collezione del Museo Dubois-Boucher e a una sessantina di depositi concessi da quindici diverse istituzioni. L'intero complesso è stato restaurato grazie a una campagna di restauro completa e all'allestimento progettato dall'architetto Adelfo Scaranello.

Da scultrice dimenticata a icona cinematografica

Un frame del film "Camille Claudel 1915" diretto da Bruno Dumont (2013). La scultrice è interpretata da Juliette Binoche.

Un frame del film "Camille Claudel 1915" diretto da Bruno Dumont (2013). La scultrice è interpretata da Juliette Binoche.

Il film "Camille Claudel" (1988) diretto da Bruno Nuytten e interpretato da Isabelle Adjani nel ruolo della scultrice, ha avuto un ruolo fondamentale nel risvegliare l'interesse del grande pubblico per la figura di Camille Claudel. La pellicola, intensa e drammatica, racconta non solo la sua tormentata relazione con Auguste Rodin interpretato da Gérard Depardieu, ma anche la sua lotta per affermarsi come artista donna in un mondo dominato da uomini e la dolorosa parabola che la condusse all’isolamento e all’internamento. Grazie all’interpretazione potente e vulnerabile di Adjani, il film ha contribuito a ridefinire Camille Claudel come un’icona tragica e ribelle, vittima del suo tempo ma anche pioniera dell'indipendenza femminile nel mondo dell’arte. Da allora, la sua figura è riemersa nella cultura di massa come simbolo della genialità femminile repressa, ispirando libri, spettacoli teatrali, documentari e persino una seconda pellicola, "Camille Claudel 1915" (2013) di Bruno Dumont, con Juliette Binoche. Camille Claudel continua oggi a rappresentare una voce potente nella riflessione contemporanea su arte, follia e condizione femminile. Questa pellicola rispetto alla precedente, offre un ritratto molto diverso dell'artista. In questo film, Dumont concentra l’intera narrazione su un breve periodo della vita di Camille, durante il suo internamento nel manicomio di Montdevergues, dove rimase per oltre trent’anni. La narrazione si svolge nell’arco di pochi giorni, in attesa della visita del fratello Paul Claudel, poeta cattolico e conservatore, la cui figura diventa centrale nella riflessione sul potere, il giudizio e l’abbandono. Dumont adotta uno stile asciutto, quasi documentaristico, evitando ogni eccesso melodrammatico per lasciare spazio al silenzio, alla solitudine, e alla fragilità mentale ed emotiva della protagonista. Il volto di Binoche – spesso in primissimo piano – esprime il dolore, la lucidità e la frustrazione di un’artista consapevole del proprio talento ma prigioniera di una società che ha preferito etichettarla come folle piuttosto che riconoscerne il valore."Camille Claudel 1915" non è solo un film biografico: è anche una profonda meditazione sulla marginalizzazione delle donne nell’arte e nella società, sul confine labile tra genio e follia, e sull’ingiustizia dell’internamento psichiatrico imposto senza reale ascolto. Dumont utilizza attrici e attori non professionisti, molti dei quali veri pazienti psichiatrici, per accentuare la sensazione di realtà e il senso di isolamento che permea l’intera opera. Il film sfida lo spettatore a confrontarsi con la sofferenza psichica e con la violenza sottile del silenzio istituzionale. In questo senso, la pellicola restituisce alla figura della scultrice una nuova dignità, lontana dai cliché romantici, e la consacra definitivamente come simbolo dell’artista incompresa e della donna ridotta al silenzio in un mondo che non ha voluto ascoltarla.

In copertina: Camille Claudel, L'età matura, 1898, bronzo, 114 × 163 × 72 cm, Museo Rodin. Dettaglio.

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