cover Olivetti: storia, design e visione sociale e d'impresa

Olivetti: storia, design e visione sociale e d'impresa

Non solo macchine da scrivere: la rivoluzione di Olivetti nel design e nel sociale
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Design

Alle origini del mito Olivetti

Stabilimento industriale Olivetti © Archivio Storico Olivetti

Stabilimento industriale Olivetti © Archivio Storico Olivetti

Nel panorama del design industriale italiano, poche aziende hanno avuto un impatto culturale e sociale paragonabile a quello di Olivetti. Nata all’inizio del Novecento come fabbrica di macchine per scrivere, l’azienda di Ivrea è diventata nel tempo molto più di un marchio tecnologico: un laboratorio in cui design, architettura, innovazione tecnologica e responsabilità sociale si sono fusi in un modello industriale unico.

La storia di Olivetti rappresenta ancora oggi uno dei casi più straordinari di design sistemico, in cui la progettazione non riguarda soltanto gli oggetti ma anche gli spazi di lavoro, la comunicazione visiva e perfino la qualità della vita delle persone che partecipano al processo produttivo.

L’azienda viene fondata nel 1908 a Ivrea da Camillo Olivetti, ingegnere visionario che aveva compreso le potenzialità della meccanizzazione degli uffici. La prima produzione si concentra sulle macchine per scrivere, strumenti destinati a trasformare radicalmente il lavoro amministrativo e la comunicazione professionale. Il vero salto culturale avviene però con il figlio Adriano Olivetti, che negli anni Trenta assume un ruolo centrale nella guida dell’azienda. Adriano non considera l’industria soltanto un luogo di produzione economica, ma un progetto sociale e culturale. Per lui la fabbrica deve produrre non solo beni ma qualità della vita, cultura e progresso civile. Questa idea rivoluzionaria segnerà l’identità dell’azienda per decenni e diventerà uno dei pilastri del design italiano del dopoguerra.

Il design Olivetti

La Lettera 22 di Olivetti. © Olivetti

La Lettera 22 di Olivetti. © Olivetti

Uno degli aspetti più innovativi della filosofia Olivetti è l’integrazione tra ingegneria e design. In un’epoca in cui molte industrie progettano i prodotti esclusivamente dal punto di vista tecnico, Olivetti coinvolge architetti, grafici e designer nella definizione degli oggetti. Tra i protagonisti di questa stagione progettuale emergono figure fondamentali come Marcello Nizzoli, autore di alcune delle macchine per scrivere più eleganti del Novecento. Tra le icone del design industriale Olivetti spiccano: Lettera 22 (1950) – una macchina portatile compatta, elegante e funzionale, diventata compagna inseparabile di giornalisti e scrittori; la Lexikon 80 (1948) – macchina da ufficio robusta e raffinata che definisce nuovi standard ergonomici e la Divisumma 24 (1956) – calcolatrice elettromeccanica innovativa che unisce tecnologia e design.

Questi oggetti rappresentano perfettamente la filosofia Olivetti: strumenti efficienti ma anche oggetti esteticamente raffinati, capaci di portare il design nella quotidianità del lavoro. Nel secondo dopoguerra Olivetti diventa uno dei simboli internazionali del design italiano. Le sue macchine per scrivere e calcolatrici vengono esportate in tutto il mondo e spesso esposte nei musei di design. Il motivo di questo successo non risiede soltanto nella qualità tecnica dei prodotti, ma nella loro capacità di esprimere un linguaggio formale moderno, essenziale e umano. Ogni dettaglio è studiato: la forma dei tasti, l’ergonomia della tastiera, i colori, la leggibilità dei caratteri. Il design non è estetica o decorazione, ma parte integrante della funzione. Questa visione anticipa molti principi oggi centrali nel design contemporaneo: user experience, ergonomia, semplicità d’uso.

Grafica e comunicazione: quando l’industria incontra l’arte

Manifesto commerciale per la Rapidissima Hispano-Olivetti, 1930 circa, litografia, 132 x 90 cm © Cambi Casa d'Aste

Manifesto commerciale per la Rapidissima Hispano-Olivetti, 1930 circa, litografia, 132 x 90 cm © Cambi Casa d'Aste

Un altro elemento distintivo dell’identità Olivetti è la straordinaria attenzione alla grafica e alla comunicazione visiva. L’azienda collabora con alcuni dei più importanti grafici del Novecento, tra cui Giovanni Pintori, autore di manifesti pubblicitari diventati icone della grafica moderna. Le campagne Olivetti non si limitano a promuovere un prodotto: costruiscono un’immagine culturale dell’azienda. I manifesti, caratterizzati da forme geometriche, colori puri e composizioni dinamiche, trasformano la pubblicità in una vera forma d’arte applicata. Questa attenzione alla comunicazione contribuisce a definire uno dei primi esempi di identità visiva aziendale coerente, anticipando concetti oggi fondamentali nel branding.

Architettura e paesaggio industriale

Igino Cappai, Pietro Mainardis e Graziano Chiodini, Centro di servizi sociali e residenziali Olivetti, "La Serra", Corso Botta 30, Ivrea, 1967- 1975.

Igino Cappai, Pietro Mainardis e Graziano Chiodini, Centro di servizi sociali e residenziali Olivetti, "La Serra", Corso Botta 30, Ivrea, 1967- 1975.

Per Adriano Olivetti anche l’architettura è parte del progetto industriale. La fabbrica non deve essere un luogo alienante ma uno spazio luminoso, funzionale e integrato nel territorio. Per questo l’azienda affida la progettazione dei propri edifici ad alcuni dei più importanti architetti italiani del Novecento, tra cui: Ignazio Gardella, Luigi Figini, Gino Pollini e Marco Zanuso. Gli stabilimenti di Ivrea diventano un esempio straordinario di architettura industriale moderna: edifici luminosi, razionali, immersi nel paesaggio. Nel 2018 la città industriale di Ivrea è stata riconosciuta patrimonio mondiale dall’UNESCO proprio per il valore architettonico e sociale del progetto urbanistico Olivetti.

La vera rivoluzione dell’azienda non riguarda però soltanto il design o la tecnologia. Il contributo più radicale di Adriano Olivetti è l’idea che l’impresa debba avere una responsabilità sociale verso i lavoratori e il territorio. Negli stabilimenti Olivetti vengono introdotte politiche estremamente avanzate per l’epoca: servizi sanitari aziendali, biblioteche e centri culturali, asili e scuole per i figli dei dipendenti, quartieri residenziali progettati per i lavoratori, programmi di formazione e crescita culturale. La fabbrica diventa così una comunità sociale e culturale, in cui il lavoro è parte di un progetto più ampio di sviluppo umano.

Olivetti: un modello di design totale e illuminato

Un momento di aggregazione dalle colonie estive organizzate per i figli dei dipendenti Olivetti.

Un momento di aggregazione dalle colonie estive organizzate per i figli dei dipendenti Olivetti.

Guardando oggi alla storia di Olivetti emerge chiaramente come l’azienda abbia anticipato l’idea contemporanea di design thinking e progettazione sistemica. Il design non riguarda soltanto il prodotto ma l’intero ecosistema: oggetti industriali, grafica e comunicazione, architettura degli spazi di lavoro, organizzazione del lavoro, qualità della vita dei dipendenti In altre parole, Olivetti ha dimostrato che progettare significa immaginare un modo di vivere, non soltanto un oggetto da vendere. Anche dopo la trasformazione dell’azienda nel settore digitale e delle telecomunicazioni, il mito Olivetti continua a influenzare designer, architetti e studiosi di management. Il suo lascito non è soltanto una serie di oggetti iconici, ma una vera e propria visione: quella di un’industria capace di produrre innovazione senza rinunciare alla dimensione umana.

In un’epoca dominata dalla tecnologia e dalla globalizzazione, la lezione di Olivetti resta sorprendentemente attuale. Perché il vero design, come dimostra la sua storia, non riguarda solo le forme degli oggetti. Riguarda il modo in cui scegliamo di lavorare, vivere e costruire il futuro.

In copertina: Illustrazione pubblicitaria della macchina da scrivere Olivetti Lexikon 80 (progettata da Marcello Nizzoli con Giuseppe Beccio), 34 x 24 cm. Slogan: scriverà le parole del vostro avvenire.

Inserzione pubblicitaria in quarta di copertina rivista Fiera di Milano. Rassegna tecnico-commerciale dell'Ente Autonomo della Fiera di Milano. Anno II. Numero 2. Aprile 1949. Dettaglio.