cover Le ragazze del Bahaus: le artiste dell'accademia di design e la loro memoria recentemente recuperata

Le ragazze del Bahaus: le artiste dell'accademia di design e la loro memoria recentemente recuperata

La storica dell'arte Anty Pansera ha riscoperto la produzione artistica di un gruppo di donne pioniere del design, della tessitura, della fotografia e della ceramica
13 ott 2025
4'

La storia dimenticata del Bahaus

Tessuto di Annie Albers.

Tessuto di Annie Albers.

Quando si pensa al Bauhaus, i nomi che emergono sono spesso quelli di Walter Gropius, Paul Klee, Wassily Kandinsky o Mies van der Rohe. Tuttavia, accanto a questi giganti della storia dell’arte e dell’architettura, pochi sanno e ricordano che è esistito anche un gruppo di donne straordinarie che, nonostante ostacoli e pregiudizi, ha lasciato un'impronta duratura nel mondo del design, della tessitura, della fotografia e della ceramica. Le donne del Bauhaus furono pioniere, artiste e innovatrici in un contesto che, pur proclamandosi progressista, non fu immune da dinamiche patriarcali. Fondato nel 1919 da Walter Gropius a Weimar, il Bauhaus nasceva come scuola d’arte rivoluzionaria, con l’intento di unire arte, artigianato e industria. Il manifesto iniziale parlava chiaro: “Abolire ogni distinzione fra artista e artigiano”, promuovendo un ideale di parità e collaborazione. Gropius dichiarò anche che “chiunque, senza distinzione di sesso o età, può essere ammesso come studente”. Nonostante questa apparente apertura, la realtà fu ben più complessa per le donne. Gropius stesso incoraggiava le studentesse a indirizzarsi verso la tessitura, considerata più “adatta” al loro ruolo sociale. Tuttavia, molte di loro sfidarono queste limitazioni e svilupparono linguaggi artistici originali e influenti.

La studiosa che ha scoperto il vaso di pandora

Copertina del libro di Anty Pansera, edito da Nomos Edizioni © Nomos Edizioni

Copertina del libro di Anty Pansera, edito da Nomos Edizioni © Nomos Edizioni

La storica dell'arte milanese Anty Pansera nel 2021 ha pubblicato un'illuminante ricerca archivistica e un’analisi storico-critica sulle figure femminili che hanno frequentato e segnato con la loro presenza il Bauhaus - una comunità che in soli quattordici anni ha saputo lasciare un segno indelebile nella cultura di progetto mondiale –, ma anche un tassello fondamentale che si aggiunge al mosaico di un tema storico, ma ad oggi ancora di grande attualità: la disparità di genere in campo artistico-creativo. L’autrice, nel libro 494 – Bauhaus al femminile. 475 studentesse, 11 docenti, 6 donne intorno a Gropius, 1 manager, 1 fotografa, edito da Nomos Edizioni, ricerca e ritrae tutte le 494 donne e le loro – talvolta incredibili – storie personali oltre che artistiche, togliendo le meno note dall’oblio e restituendone biografie partecipate e inedite. Anty Pansera coinvolge il lettore trasportandolo nell’affascinante vita all’interno dell’Accademia dove studenti e studentesse convivevano con maestri del calibro di Gropius, van der Rohe, Kandinskij, Klee, e il tempo libero era condiviso tra feste, letture, discussioni politiche, storie d’amore, mostre, performances artistiche, musica e sport; sullo sfondo, naturalmente, la tragica ascesa del nazismo che portò alla chiusura dell’Accademia, al divieto di pratica per gli artisti, e che costrinse molte delle donne (più del 14% era di origine ebrea) alla fuga e all’esilio, quando non alla morte in campo di concentramento.

Tra le scoperte dell’autrice c’è anche una misteriosa italiana, Maria Grazia Rizzo, la cui storia è ancora da ricostruire e l'incredibile vicenda di Lisbeth Oestreicher, moderna Penelope che riuscirà a salvarsi in campo di concentramento procrastinando il completamento dei capi di maglieria realizzati per l’amante del comandante del campo. O, ancora, di Edith Suschitzky, che aderisce al partito comunista austriaco iniziando un’attività di agente segreto dell’Unione Sovietica (determinante la sua attività nel reclutamento del cosiddetto “cir­colo delle spie di Cambridge”) e frequenta il corso di fotografia a Dessau nel 1929-1930.

Marianne Brandt è tra le poche donne ad accedere ai laboratori di lavorazione dei metalli del Bauhaus. László Moholy-Nagy, riconoscendo il suo talento creativo già nelle prime fasi della formazione, le apre le porte di un ambiente fino ad allora dominato dagli uomini. Qui Brandt non solo si afferma rapidamente, ma supera in successo molti dei suoi colleghi. I suoi oggetti in metallo destinati all’uso quotidiano sono diventati un simbolo duraturo del Bauhaus di Dessau. Oggi è celebrata non solo come pioniera nella lavorazione dei metalli, ma anche come una delle poche donne ad aver raggiunto un riconoscimento così ampio in un settore fortemente maschile. Le sue lampade a globo del 1926 e la celebre lampada da comodino Kandem, dotata di riflettore orientabile, incarnano appieno i principi del design Bauhaus.

Anche Margarete Heymann, giovane e determinata, segue la strada tracciata da Brandt. Rifiuta di conformarsi al destino che vedeva molte donne confinate nel laboratorio di tessitura, e convince i fondatori della scuola a permetterle l’accesso al laboratorio di ceramica. È lì che inizia a sviluppare un linguaggio formale personale, creando oggetti dalle forme angolari, composti da cerchi e triangoli, decorati con motivi ispirati al costruttivismo. La chiusura del Bauhaus da parte del regime nazista nel 1933 segna un periodo tragico per molti suoi ex membri: sei donne moriranno nei campi di concentramento, una in un bombardamento. Alcune artiste riescono a salvarsi fuggendo all’estero, come Gunta Stölzl, che fonda in Svizzera un’azienda di tessitura artigianale. L’eredità del Bauhaus si conserva non solo nei manufatti in ceramica o nei mobili realizzati nei laboratori di falegnameria, ma anche nei tessuti prodotti al telaio. Come scrive Gunta Stölzl: «Volevamo creare oggetti viventi, contemporanei, adatti a un nuovo stile di vita. C’era un enorme potenziale di sperimentazione: era fondamentale definire il nostro mondo immaginario e modellare la nostra esperienza attraverso materia, ritmo, proporzione, colore e forma.» Eccole, le ragazze del Bauhaus: dietro ad ognuna di loro ci sono storie diverse, tutte accomunate dalla determinazione a trovare una propria strada in settori prima non accessibili, mettendo a punto linguaggi felicemente “moderni”: tessitura ma anche fotografia, architettura, stampa, legatoria, pittura murale, falegnameria, vetro e del legno, grafica pubblicitaria. Donne certamente autonome e indipendenti, anche se in molti casi rimaste troppo a lungo nell’ombra, magari di un marito o di un collega più famoso, e ora finalmente riscoperte.

In copertina: Dietro al telaio nel laboratorio di tessitura, Dessau, 1928 – © Bauhaus-Archiv Berlin

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