
La Biennale Arte di Venezia 2026: Koyo Kouoh e il suo testamento
Koyo Kouoh: la prima curatrice africana alla Biennale di Venezia

La curatrice Koyo Kouoh © Foto di Mirjam Kluka.
La nomina di Koyo Kouoh (Camerun, 24 dicembre 1967 - Svizzera, 10 maggio 2025) alla direzione artistica della Biennale Arte di Venezia 2026 era stata accolta come un segnale forte: per la prima volta una personalità africana avrebbe guidato la più importante esposizione internazionale d’arte contemporanea. La decisione annunciata dalla Biennale di Venezia sembrava indicare un cambio di prospettiva culturale, geografica e politica. Se infatti, nelle scorse edizioni, ampio spazio era già stato dati ad artisti e artiste dell'America Latina, dell'Africa e di realtà geografiche diverse dall'Europa e dall'America del Nord, è anche vero che la curatela è quasi sempre stata affidata a uomini europei, tranne alcuni casi come il nigeriano Okwui Enwezor e il brasiliano Adriano Pedrosa.
Poi, improvvisamente, la morte della Kouoh ha trasformato quell’attesa in qualcosa di diverso. Non più soltanto una mostra futura, ma un’eredità sospesa. Un progetto che può purtroppo essere letto anche come un testamento.
La curatrice, direttrice dello Zeitz Museum of Contemporary Art Africa, aveva costruito negli anni un pensiero curatoriale lontano dalle retoriche esotiche con cui spesso l’Occidente guarda all’arte africana. Il suo lavoro non cercava integrazione simbolica, ma ridefinizione del centro. La sua ricerca non intendeva aggiungere nuove voci a un canone esistente, ma cambiare il modo stesso in cui il canone viene costruito. Per questo la sua nomina alla Biennale non era soltanto una questione di rappresentanza. Era un vero e proprio gesto politico. La conferma che la Biennale Arte di Venezia, almeno nelle intenzioni, volesse smettere di essere il luogo dove il sistema dell’arte occidentale osserva il resto del mondo, per diventare uno spazio realmente multipolare.
Una Biennale senza curatrice?

Il team curatoriale composto da Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Helene Pereira, Rasha Salti, Siddhartha Mitter e Rory Tsapayia, designato dalla stessa Koyo Kouoh, scomparsa prematuramente nel maggio 2025 © Andrea Avezzù
La Biennale Arte 2026 sarà inevitabilmente attraversata dall’assenza della sua curatrice. Ogni scelta, ogni artista selezionato, ogni linea teorica verrà letta alla luce di ciò che Koyo Kouoh aveva iniziato a immaginare e non ha potuto vedere compiuto. In questo senso, la mostra rischia di assumere la forma di una costruzione postuma: non solo un’esposizione, ma la ricostruzione di una visione interrotta. Da qui emerge una domanda difficile: una Biennale può sopravvivere davvero alla perdita della persona che avrebbe dovuto darle forma?
Nel sistema dell’arte contemporanea la figura del curatore è diventata centrale quasi quanto quella dell’artista. Le grandi mostre internazionali non sono più semplici contenitori di opere, ma narrazioni autoriali. La morte del curatore prima dell’apertura interrompe questa continuità e trasforma il progetto in interpretazione: chi resta deve decidere quanto essere fedele alle intenzioni originarie e quanto intervenire per rendere possibile l’esposizione.
Il rischio è duplice: da un lato la monumentalizzazione della figura di Kouoh, trasformata in icona simbolica più che in pensatrice complessa; dall’altro la neutralizzazione del suo lavoro attraverso una gestione istituzionale che potrebbe attenuarne le componenti più radicali per garantire equilibrio e continuità. Esiste però anche un’altra possibilità: che questa frattura, impossibile da ricomporre, renda la Biennale 2026 un caso raro, capace di mettere in luce anche la vulnerabilità delle istituzioni culturali, la fragilità delle visioni individuali e il carattere incompiuto di un progetto artistico. In fondo, i testamenti sono istruzioni affidate ai vivi: forse la Biennale Arte 2026 sarà proprio questo, la decisione tra la semplice commemorazione di Kouoh e il coraggio di portarne avanti la radicalità dello sguardo.
Dopo la sua scomparsa, il team curatoriale della Biennale Arte formato da Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Helene Pereira, Rasha Salti, Siddhartha Mitter e Rory Tsapayia ha concentrato il proprio lavoro su tre livelli: la continuità della struttura curatoriale già impostata da Kouoh, la gestione della macchina organizzativa e la fase operativa del progetto, inclusi i rapporti istituzionali e il fundraising.
Il coordinamento tra contenuto curatoriale e aspetti pratici e produttivi — dalla produzione delle opere alla relazione con artisti, istituzioni e partner — ha richiesto di garantire la stabilità dell’intero sistema mentre veniva portato a termine un progetto già definito nella sua visione generale. Si tratta di una dimensione spesso invisibile del lavoro curatoriale, che comprende anche gestione, logistica e sostenibilità economica di una mostra di scala internazionale come la Biennale.
In Minor Keys

La visual identity della Biennale Arte 2026 di Venezia, dal titolo In Minor Keys.
L’edizione numero sessantuno dell’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia si intitola In Minor Keys e si sviluppa attraverso i tradizionali spazi dei Giardini, dell’Arsenale e in diverse sedi diffuse nella laguna veneziana. Il percorso espositivo, inaugurato ufficialmente sabato 9 maggio dopo le tre giornate dedicate alla pre-apertura, si estenderà fino a domenica 22 novembre 2026. L’annuncio della Giuria Internazionale ha anticipato l’avvio della mostra, caratterizzata quest'anno dall’assenza dei Leoni d’Oro alla carriera, una scelta legata proprio all’impossibilità di finalizzare le nomine da parte della curatrice.
La genesi di questa Biennale porta con sé il segno tangibile dell’eredità intellettuale e umana di Koyo Kouoh, scomparsa prematuramente nel maggio del 2025. La Presidenza e le strutture della Biennale di Venezia, d’intesa e con il pieno sostegno della famiglia della curatrice, hanno dichiarato di voler dare continuità al progetto originario, assumendosi l’impegno di preservare, valorizzare e diffondere il lavoro a cui Kouoh si era dedicata sin dalla sua nomina alla direzione del Settore Arti Visive. La struttura teorica, la selezione accurata degli artisti e delle opere, la scelta degli autori per il catalogo, l’identità grafica e persino l’architettura degli allestimenti erano già state interamente tracciate e definite dalla curatrice, che aveva già formalizzato la propria visione curatoriale in un testo ufficiale inviato alla presidenza l'8 aprile 2025.
La realizzazione pratica di questa imponente macchina culturale è stata affidata al gruppo di professionisti selezionato originariamente da Kouoh, composto dagli advisor Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti, dall’editor-in-chief Siddhartha Mitter e dall’assistente alla ricerca Rory Tsapayi. Durante la presentazione ufficiale tenutasi a Ca’ Giustinian, i membri del team hanno ripercorso le tappe fondamentali del processo creativo condiviso con la curatrice, individuando nel seminario svoltosi nell’aprile del 2025 a Dakar, presso il centro culturale RAW Material Company, il vero fulcro generativo dell’intera esposizione. In quell'occasione sono emersi i concetti chiave che strutturano l’esposizione, legati a nozioni di incanto, semina, pratiche collettive e processi generativi condivisi.
La complessa macchina organizzativa ha richiesto una modalità di lavoro transnazionale ed elastica, resa possibile dal coordinamento tra il Dipartimento Arti Visive della Biennale e un team dislocato in diverse metropoli globali, da Londra a Città del Capo, passando per Dakar, Berlino, Beirut, Marsiglia e New York. Attraverso una combinazione di sessioni di lavoro digitali e seminari in presenza programmati a Venezia e a Dakar, il gruppo ha saputo tradurre in realtà l’architettura concettuale definita da Koyo Kouoh, trasformando un’eredità teorica in un’esperienza espositiva concreta e corale, capace di ridefinire il concetto stesso di pratica curatoriale.
Proteste, polemiche e padiglioni chiusi: l'inaugurazione tutt'altro che In Minor Keys

La protesta di ANGA alla Biennale d'Arte di Venezia 2026, 6 maggio.
Sin dall'inaugurazione, alla Biennale Arte di Venezia 2026 si sono registrate chiusure e sospensioni di padiglioni in un contesto di forti proteste politiche legate alla presenza di alcuni Stati, in particolare Russia e Israele. Il caso più rilevante riguarda il padiglione di Israele, attorno al quale si è concentrata la mobilitazione più ampia: uno sciopero dei lavoratori della cultura e iniziative di protesta hanno portato alla chiusura temporanea di una ventina di padiglioni nazionali in segno di solidarietà o adesione allo sciopero.
La contestazione è legata alla guerra in corso a Gaza e alla richiesta di escludere la partecipazione israeliana dalla manifestazione. Anche il padiglione della Russia è stato al centro delle tensioni: la sua presenza è stata contestata come politicamente problematica nel contesto della guerra in Ucraina e delle sanzioni internazionali. In alcuni momenti il padiglione è stato oggetto di proteste e interruzioni, con chiusure temporanee o accessi limitati durante le azioni di attivisti e manifestanti. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, seppur non si sono registrate vere e proprie chiusure del padiglione americano: lo spazio è rimasto generalmente operativo, pur all’interno di un clima più ampio di contestazione che ha coinvolto l’intera Biennale e il sistema dei padiglioni nazionali.
Tali chiusure non sono state uniformi né ufficialmente imposte dalla Biennale, ma sono derivate soprattutto da scioperi, proteste coordinate e azioni di attivismo culturale, che hanno trasformato i Giardini e l’Arsenale in uno spazio di forte conflitto politico oltre che espositivo.
Cosa aspettarsi dalla Biennale di Venezia 2026?

L'artista Issa Samb nel 2014. © Foto Sophie Thun.
Coinvolti nella narrazione troviamo una costellazione di centodieci partecipanti tra artisti singoli, coppie di collaboratori, collettivi e organizzazioni indipendenti guidate da creatori. La selezione, orchestrata da Koyo Kouoh, traccia una geografia relazionale fondata su affinità elettive, risonanze tematiche e convergenze formali capaci di connettere pratiche apparentemente distanti. Voci provenienti da nodi culturali complessi come Salvador, Dakar, San Juan, Beirut, Parigi o Nashville si intrecciano in un dialogo simultaneo, dove l'ingegno materico e la lungimiranza visionaria superano i confini regionali per espandere una rete di incontri che la curatrice ha coltivato nel corso dell'intera sua esistenza.
L’esposizione rifiuta una rigida scomposizione in sezioni per abbracciare un andamento fluido, guidato da motivi concettuali emersi direttamente da un nucleo di opere capaci di agire profondamente sulla mente e sullo spirito. Tra queste direttrici sotterranee spiccano gli Shrines, i santuari dedicati alla celebrazione di figure di riferimento; le assemblee processionali; l'incanto inteso come resistenza al cinismo contemporaneo; il riposo fisico e spirituale offerto dalle oasi; e le Schools, intese come istituzioni artistiche votate all'impegno sociale.
Questo fitto intreccio intergenerazionale trova un contrappunto ideale nelle radici letterarie care a Kouoh, in particolare nei romanzi Beloved di Toni Morrison e Cent'anni di solitudine di Gabriel García Márquez. Entrambi i testi evocano la soglia tra mondi biologici e temporalità differenti, impiegando un realismo magico che non distoglie l'attenzione dalla realtà, ma ne amplifica e approfondisce il registro emotivo.
La Sala Chini introduce i visitatori nel cuore del Padiglione Centrale definendo immediatamente il vocabolario dei santuari, intesi come tributi a due straordinari costruttori di mondi: Issa Samb e Beverly Buchanan. Samb, poeta, drammaturgo e co-fondatore del collettivo rivoluzionario Laboratoire Agit’Art a Dakar, ha rappresentato una presenza costante e una guida per Kouoh. Buchanan ha sviluppato una lettura complessa del territorio attraverso un approccio anti-monumentale alla Land Art e alla scultura pubblica, inserendo le sue opere in luoghi carichi di memoria storica. Entrambi gli artisti hanno concepito l'arte come un processo generativo, superando la dimensione dell'oggetto per sfuggire alle logiche tradizionali di conservazione.
Il motivo della processione, mutuato dalle coreografie del carnevale e dalle adunanze afro-atlantiche, impone un linguaggio spaziale dinamico che richiede il passaggio dal ruolo di osservatore a quello di partecipante attivo all'interno della folla. In questa dimensione carnevalesca, strutturata per sospendere e sovvertire le gerarchie costituite, le opere mettono in discussione archivi e canoni ufficiali, reinterpretando simboli e demistificando narrazioni dominanti attraverso approcci speculativi e transstorici. Parallelamente, le Schools si configurano come ecosistemi radicati nel territorio ma transnazionali nello spirito, spazi di apprendimento e rigenerazione basati sull'incontro e sull'autonomia dalle dinamiche del mercato dell'arte, esprimendo un'etica condivisa che unisce la pratica artistica alla responsabilità sociale.
Il percorso espositivo affronta anche le tracce di eventi sismici della storia, come la piantagione, l'insediamento coloniale, il disastro ambientale e la memoria geologica, rispondendovi con metodologie radicali e liberatorie. In contrasto con questi traumi, il giardino creolo e il cortile, storicamente spazi di autosufficienza nati in contesti di privazione, divengono luoghi reali e metaforici di riposo, riconnessione e dialogo con le forme di vita non umane. La mostra sceglie deliberatamente di allontanarsi dall'impulso enciclopedico per privilegiare la contemplazione, il rallentamento e l'ascolto profondo, stimolati da installazioni multisensoriali che favoriscono l'incanto.
Infine, il programma delle performance individua nel corpo un custode di conoscenza, memoria e resistenza politica. Tra gli eventi principali, i Giardini della Biennale ospitano una processione di poeti ispirata alla Poetry Caravan, il viaggio che nel 1999 vide Koyo Kouoh attraversare il territorio tra Dakar e Timbuctu insieme a nove poeti africani. La performance, concepita per onorare la memoria della curatrice, istituisce uno spazio dedicato alla narrazione e alla parola poetica, rendendo omaggio alla figura dei griot come custodi del sogno umano e diffusori di conoscenza. Nei Giardini, i poeti si uniscono in un coro che affida alla recitazione e alla forza del verbo un valore di guarigione spirituale e di profonda condivisione.
Proprio questo weekend sarò a Venezia per visitare in prima persona l’Arsenale e i Giardini della Biennale Arte di Venezia 2026. Sarà un’esperienza da raccontare passo dopo passo: nei prossimi articoli proverò a dare forma a ciò che vedrò, alle immagini che resteranno e alle domande che nasceranno lungo il percorso, anche in relazione all’eredità di Koyo Kouoh.
A prestissimo, con tanti articoli di approfondimento dedicati!
In copertina: La curatrice Koyo Kouoh © La Biennale di Venezia