
Il design dell'estate: storia degli oggetti che hanno inventato la spiaggia moderna
Quando abbiamo iniziato a trascorrere il tempo libero in spiaggia?

Mary Cassatt, Bambine che giocano sulla spiaggia, 1884, olio su tela, 97,4 x 74,2 cm, National Gallery of Art, Washington.
Sembra difficile da immaginare, eppure c'è stato un tempo in cui andare al mare significava poco più che passeggiare lungo la battigia. Fino all'Ottocento la spiaggia non era ancora il luogo del relax che conosciamo oggi: era un confine tra terra e mare, uno spazio di lavoro per pescatori e marinai o, al massimo, una destinazione terapeutica consigliata dai medici per i bagni di mare. La spiaggia come ambiente da abitare nasce invece insieme a un nuovo modo di intendere il tempo libero. E, come ogni ambiente progettato, ha bisogno dei suoi oggetti. Alcuni sono così comuni da essere diventati invisibili: la sdraia, l'ombrellone, il lettino, il gonfiabile, le infradito. Eppure ognuno di essi racconta una piccola rivoluzione del design industriale. Non sono soltanto accessori per le vacanze. Sono progetti che hanno cambiato il modo di stare all'aperto, di riposare, di giocare e perfino di immaginare l'estate.
La sdraia: l'arte di progettare il riposo

Charles Conder, Vacanza a Mentone, 1888, olio su tela, 46 × 60 cm, Art Gallery of South Australia, Adelaide.
Forse nessun oggetto rappresenta meglio la vacanza della classica sdraia pieghevole in legno con la tela a righe. Ma la sua storia non nasce sulla spiaggia. Le prime deck chair compaiono nella seconda metà dell'Ottocento sui ponti dei grandi piroscafi transatlantici. Con l'aumento dei viaggi di piacere e la convinzione che l'aria marina fosse salutare, servivano sedute leggere, facilmente pieghevoli e semplici da riporre durante la navigazione. I modelli in legno con una fascia continua di tela divennero rapidamente uno standard delle compagnie navali britanniche. Alla fine del secolo John Thomas Moore brevettò in Inghilterra una sedia pieghevole regolabile destinata proprio ai ponti delle navi e ai prati per il tempo libero.
Da lì il passaggio alle località balneari fu naturale. Nei primi decenni del Novecento le deck chair venivano affittate sulle passeggiate di Brighton, Blackpool e di molte altre città di mare britanniche. La spiaggia diventava così un salotto all'aperto, arredato con mobili temporanei.
Nel secondo dopoguerra il progetto cambia ancora. Il legno lascia progressivamente spazio all'alluminio anodizzato, molto più leggero e resistente alla salsedine, mentre la tela in cotone viene sostituita da tessuti sintetici e PVC. La sdraia non è più soltanto una seduta: diventa un oggetto ergonomico, regolabile, facilmente trasportabile e pensato per essere prodotto in grandi quantità. Persino il design d'autore se ne appropria. Negli anni Cinquanta Ernest Race reinterpreta la deck chair per le navi della Orient Line utilizzando compensato sagomato e nuovi materiali plastici, mentre il designer svizzero Willy Guhl sperimenta forme radicalmente nuove per le sedute da esterno, anticipando molte ricerche sull'arredo contemporaneo.
L'ombrellone: l'antica diventa tecnologia

Robert Capa, Pablo Picasso e Françoise Gilot. Sullo sfondo il nipote di Picasso, Javier Vilato, 1948, © Robert Capa © International Center of Photography/Magnum Photos.
L'ombrellone è probabilmente l'oggetto più antico e iconico della spiaggia. I suoi antenati compaiono già nell'antico Egitto, in Persia, in India e in Cina come simboli di prestigio e di protezione solare riservati alle élite. Per secoli rimane un accessorio cerimoniale o urbano. Solo con la nascita del turismo balneare l'ombrellone cambia identità. Deve essere leggero, smontabile, facilmente trasportabile e abbastanza stabile da resistere al vento. Dietro un oggetto apparentemente semplice si nasconde un continuo lavoro di progettazione: aste telescopiche, snodi, meccanismi di inclinazione, tessuti impermeabili, fibre sintetiche, trattamenti anti-UV, sistemi di ancoraggio sempre più efficienti. Se la sdraia ha insegnato a stare seduti sulla spiaggia, l'ombrellone ha reso la spiaggia abitabile nelle ore più calde, trasformando un luogo esposto in uno spazio domestico temporaneo.
La plastica e la moda del gonfiabile

David LaChapelle, An Image of Some Bright Eternity, Deodato Gallery.
Se c'è un materiale che racconta il Novecento è il PVC. Dopo la Seconda guerra mondiale la produzione industriale di materie plastiche rende economici oggetti che fino a pochi anni prima sarebbero stati impensabili. Salvagenti, canotti, materassini e piscine gonfiabili diventano prodotti di massa.
Il principio è semplicissimo: un involucro flessibile che, una volta riempito d'aria, acquista rigidità sufficiente per sostenere il corpo. Ma dietro questa semplicità si nasconde una delle grandi intuizioni del design industriale moderno: ridurre al minimo volume, peso e costi di trasporto.
Negli anni Sessanta il gonfiabile esce persino dalla spiaggia e conquista il design radicale italiano. La poltrona Blow, progettata nel 1967 da De Pas, D'Urbino, Lomazzi e Scolari per Zanotta, dimostra che il PVC gonfiabile può diventare anche arredamento, entrando nelle collezioni del Museum of Modern Art di New York. La cultura pop e quella balneare parlano ormai lo stesso linguaggio. Oggi i giganteschi unicorni, fenicotteri rosa e ciambelle colorate sembrano oggetti nati per i social network, ma discendono direttamente da quella rivoluzione tecnica che ha trasformato l'aria in struttura.
Le infradito: da millenni sinonimo di semplicità e comodità

Un antico modello di infradito compare anche tra i mosaici che decorano la Villa Romana del Casale di Piazza Armerina, in Sicilia.
Pochi oggetti dimostrano meglio il principio del less is more. Una suola piatta e una fascetta a Y: basta questo. Le infradito, nella loro forma più essenziale di sandali con una separazione tra l’alluce e le altre dita, hanno origini antichissime e compaiono in diverse culture indipendentemente tra loro. Tra i primi esempi documentati vi sono i sandali dell’Antico Egitto (circa 1500 a.C.), realizzati in papiro, cuoio o foglie di palma, spesso riservati alle classi più alte e ai sacerdoti, mentre il popolo camminava spesso scalzo. Forme simili sono attestate anche nell’antica Grecia e a Roma, dove sandali con cinturini passanti tra le dita venivano usati sia per praticità sia in contesti militari e quotidiani. In Asia, soprattutto in Giappone, lo zōri e il geta — calzature tradizionali con laccio tra le dita — si sono sviluppati parallelamente e hanno avuto un ruolo centrale nella cultura del vestire fino all’età moderna.
Proprio gli zōri sembrano aver ispirato nel 1962 il modello prodotto in Brasile da Havaianas. Nate come calzatura economica destinata ai lavoratori, in pochi decenni sono diventate un'icona globale, attraversando tutte le classi sociali e arrivando sulle passerelle della moda. Dal punto di vista del design rappresentano un piccolo capolavoro di essenzialità: pochissimi componenti, produzione industriale estremamente efficiente, durata elevata e un'identità visiva riconoscibile ovunque.
In copertina: Édouard Manet, Sulla spiaggia di Boulogne, 1868, olio su tela, 32 x 65 cm, Virginia Museum of Fine Arts, Richmond. Dettaglio.