cover I cinque sensi di Michaelina Wautier

I cinque sensi di Michaelina Wautier

Le cinque tele di genere della pittrice fiamminga del Seicento
6'
L'opera del mese

Allegorie del quotidiano

Michaelina Wautier, Odore, 1650, 69,5 x 61cm, Museum of Fine Arts, Boston.

Michaelina Wautier, Odore, 1650, 69,5 x 61cm, Museum of Fine Arts, Boston.

Tra il 1649 e il 1650, Michaelina Wautier (Mons, 1614 – Bruxelles, 1689) dipinse la serie di cinque tele dedicate ai sensi — Vista, Udito, Gusto, Olfatto e Tatto — che rappresentano uno dei vertici della sua arte. A differenza delle consuete allegorie barocche, popolate da divinità o figure idealizzate, Michaelina scelse di raffigurare giovani ragazzi comuni, probabilmente fanciulli di strada o apprendisti, colti in pose naturali, quasi spontanee. L’innovazione è proprio questa, semplice e al tempo stesso rivoluzionaria: elevare la quotidianità a simbolo universale.

Un bambino che annusa un fiore diventa l’Olfatto, un altro che assaggia del vino rappresenta il Gusto; chi tocca la punta del proprio dito, incuriosito, incarna il Tatto; un ragazzo che guarda attraverso un monocolo è la Vista; e chi ascolta la musica di una conchiglia è l’Udito. Con una pittura calda, precisa e vivace, la Wautier restituisce il senso fisico dell’esperienza, la curiosità innocente e la vitalità dell’infanzia. Le sue sono allegorie “dal basso”, umane, che rovesciano la tradizione idealizzante per celebrare invece la meraviglia del sentire.

Questa serie era praticamente sconosciuta fino all'acquisizione da parte di Rose-Marie ed Eijk van Otterloo e al prestito al MFA nel 2020.

Il naturalismo dei giovani soggetti

Michaelina Wautier, Vista, 1650, 69,5 x 61 cm, Museum of Fine Arts, Boston.

Michaelina Wautier, Vista, 1650, 69,5 x 61 cm, Museum of Fine Arts, Boston.

Il ricorso a modelli giovanili, colti in atteggiamenti spontanei e realistici, rappresenta un gesto di rottura rispetto alla tradizione allegorica seicentesca, che prediligeva corpi idealizzati, gesti convenzionali e un linguaggio visivo codificato. Nei suoi Cinque sensi , i ragazzi che incarnano Vista, Udito, Tatto, Odore e Gusto non sono figure simboliche astratte, ma presenze vive e corporee, immerse in un’atmosfera domestica e quotidiana. La loro fisicità, la naturalezza delle pose, persino la goffaggine o l’imbarazzo dei gesti — come il dito ferito nel Tatto o la smorfia disgustata dell’Odore — rivelano l’attenzione di Wautier al dato reale, alla verità psicologica dei volti e alla corporeità come strumento di espressione.

Questa inclinazione al naturalismo è stata un'apertura perseguita da Caravaggio e i suoi seguaci, che avevano introdotto nella pittura sacra e profana figure di popolani e adolescenti reali, investiti di luce drammatica e di intensità emotiva. Tuttavia, a differenza del naturalismo caravaggesco, carico di tensione spirituale e teatralità, quello di Wautier si muove su un registro più intimo e osmotico, dove la quotidianità si fa linguaggio poetico. Il confronto più immediato, per contesto geografico e sensibilità, è con Jacob Jordaens, maestro fiammingo che amava raffigurare giovani e famiglie in scene domestiche o allegoriche dal tono terreno e caloroso; ma mentre Jordaens conserva un’impostazione monumentale e corale, Wautier concentra la sua attenzione sulla dimensione individuale, sull’istante vissuto.

Un altro parallelo interessante che queste tele sembrano evocare è quello con Adriaen Brouwer e David Teniers il Giovane, artisti che, nella pittura di genere, seppero osservare il comportamento umano con occhio partecipe e ironico: anche Wautier sembra attingere a quella tradizione di umanità osservata “dal basso”, traducendola però in chiave colta e allegorica. La sua innovazione sta proprio qui: nell’aver innestato la concretezza fiamminga e l’osservazione naturalistica sulla struttura simbolica dell’allegoria, fondendo il linguaggio dell’esperienza con quello dell’idea. Così, i suoi giovani modelli diventano non solo emblemi dei sensi, ma strumenti di una riflessione più ampia sul vedere, sul sentire e sull’essere umano come centro dell’esperienza sensibile e artistica.

Conosciamo meglio quest'artista fiamminga fuori dagli schemi

Michaelina Wautier, Udito, 1650, 69,5 x 61 cm, Museum of Fine Arts, Boston.

Michaelina Wautier, Udito, 1650, 69,5 x 61 cm, Museum of Fine Arts, Boston.

Michaelina Wautier è oggi considerata una delle grandi rivelazioni della storia dell’arte barocca: un’artista fiamminga che per secoli è rimasta nell’ombra e solo di recente è stata riconosciuta con pieno titolo come “antica maestra”. Belga, attiva a Bruxelles, visse in un’epoca in cui le donne artiste erano spesso relegate a generi “minori” come la natura morta e la ritrattistica, ma lei si cimentò comunque anche in generi fino ad allora ritenuti appannaggio quasi esclusivo degli uomini: la pittura di storia, il nudo maschile, le grandi composizioni allegoriche.

Nata intorno al 1614 a Mons, nelle Fiandre meridionali, Michaelina Wautier crebbe in una famiglia colta e numerosa. Non appartenente alla nobiltà, ebbe tuttavia accesso a un ambiente intellettualmente vivace grazie ai legami con la potente famiglia De Merode. Trasferitasi a Bruxelles insieme al fratello pittore Charles Wautier, con il quale condivise casa e atelier per tutta la vita, Michaelina si impose come figura singolare nel panorama fiammingo: una donna indipendente, professionalmente attiva e in dialogo con importanti committenti, tra cui l’arciduca Leopoldo Guglielmo d’Austria, governatore dei Paesi Bassi spagnoli. Michaelina scardinò le regole: firmò opere storiche e religiose in grande formato — come Il matrimonio mistico di Santa Caterina (1649) o Il trionfo di Bacco (1655-59) —, affrontando temi complessi, corpi nudi e scene corali, con un’evidente padronanza del linguaggio barocco.

L'approccio "libero" ai temi religiosi e mitologici

Michaelina Wautier, Trionfo di Bacco, 1650-1656, olio su tela, 270 × 354 cm, Kunsthistorisches Museum, Vienna.

Michaelina Wautier, Trionfo di Bacco, 1650-1656, olio su tela, 270 × 354 cm, Kunsthistorisches Museum, Vienna.

Le opere a soggetto mitologico e religioso di Michaelina Wautier rappresentano uno degli aspetti più sorprendenti e innovativi della sua produzione, poiché mostrano una padronanza tecnica e una libertà iconografica raramente concesse alle artiste del Seicento. Nelle tele mitologiche, come Il trionfo di Bacco, Wautier dimostra una conoscenza approfondita dell’anatomia e una capacità narrativa che la pongono in dialogo con i grandi maestri barocchi fiamminghi. La tela, animata da una moltitudine di figure nude e da un’impostazione scenica teatrale, rivela la sua audacia nel rappresentare il corpo maschile con un realismo privo di compiacimenti, ma intriso di vitalità e movimento. L’artista non si limita a imitare i modelli classici, bensì li reinterpreta, fondendo sensualità e intelligenza compositiva in una visione personale del mito. Nelle opere religiose, come San Giovanni Battista o l'Adorazione dei Magi, emerge invece una sensibilità più intima e contemplativa: le figure si stagliano in una luce morbida, i gesti si fanno misurati e la spiritualità si traduce in una profonda umanità. Anche in questo ambito, Wautier si distingue per la capacità di unire la solennità del sacro a un’attenzione quasi domestica ai volti e alle emozioni, suggerendo un rapporto diretto tra il divino e l’esperienza quotidiana. L'artista riesce dunque a superare le convenzioni di genere e a costruire una voce autonoma, in cui la forza dell’immaginazione femminile si afferma come parte integrante del grande racconto barocco europeo.

L'esposizione evento che la vede protagonista

Michaelina Wautier, Gusto, 1650, 69,5 x 61 cm, Museum of Fine Arts, Boston.

Michaelina Wautier, Gusto, 1650, 69,5 x 61 cm, Museum of Fine Arts, Boston.

La riscoperta di Michaelina Wautier è una delle vicende più emblematiche del rinnovamento critico che, negli ultimi decenni, ha interessato la storia dell’arte barocca e, più in generale, gli studi di genere. Per secoli, l’artista fiamminga era rimasta ai margini della narrazione ufficiale: il suo nome quasi del tutto scomparso, molte opere attribuite ad altri pittori – spesso uomini – e pochissimi documenti d’archivio a testimoniarne l’attività. Solo a partire dagli anni Novanta del Novecento, grazie all’attenzione crescente verso le artiste dimenticate e all’analisi stilistica di opere firmate, gli studiosi hanno cominciato a ricostruirne con rigore la personalità.

Un momento decisivo è stato il lavoro di Katlijne Van der Stighelen, docente all’Università di Lovanio, che ha dedicato a Wautier ricerche sistematiche culminate nella grande mostra monografica Michaelina. Baroque’s Leading Lady al MAS di Anversa nel 2018, la prima mai interamente dedicata all’artista. Quell’esposizione, accompagnata da un catalogo scientifico, ha permesso di riunire per la prima volta molte delle circa trenta opere oggi riconosciute come autentiche, rivelando la sua padronanza tecnica, la varietà dei soggetti e la libertà con cui attraversò generi pittorici solitamente preclusi alle donne.

Svolta recentissima e decisiva per la sua fortuna critica è infine l’importante mostra intitolata "Michaelina Wautier, Painter" attualmente in corso al Kunsthistorisches Museum di Vienna, iniziata il 30 settembre 2025 e che terminerà il 22 febbraio 2026. Questa mostra presenta quasi l’intera oeuvre dell’artista, fra opere molto rare, prestiti internazionali e confronti con i maestri del suo tempo come Peter Paul Rubens e Anthony van Dyck.

In copertina: Michaelina Wautier, Tatto, 1650, 69,5 x 61 cm, Museum of Fine Arts, Boston. Dettaglio.