
Giovanni Boldini e la moda
Il pittore della Belle Époque

Giovanni Boldini, La passeggiata al Bois de Boulogne, 1909, olio su tela, 228 × 118 cm, Museo Giovanni Boldini, Ferrara.
Giovanni Boldini (Ferrara, 1842 – Parigi, 1931) è ricordato non solo come uno dei grandi ritrattisti dell’Ottocento europeo, ma anche come interprete e anticipatore della moda moderna. Nelle sue tele, l’abito non è semplice ornamento: è linguaggio visivo, segno di status e messa in scena dell’identità. Esploriamo il suo rapporto con la moda attraverso alcune delle sue opere più iconiche e il contesto storico-culturale che lo ha reso icona dello stile internazionale. Trasferitosi a Parigi nel 1871, Boldini si inserisce nella capitale della moda e dell’eleganza, testimone e protagonista della Belle Époque, un’epoca in cui l’abbigliamento diventa simbolo di modernità, lusso e consapevolezza di sé. Parigi non è solo la capitale dell'arte europea e il centro di alta sartoria, ma anche laboratorio di pensiero estetico: critici, scrittori e fotografi come Cecil Beaton riconoscono in Boldini la capacità di catturare “la sensazione folgorante che una donna suscita quando è vista nel suo momento migliore”. In questo clima, la moda assume un ruolo fondamentale: non è mera rappresentazione di un abito, ma modo di raccontare l’interiorità della figura ritratta e il suo ruolo sociale.
L’abito come forma, identità e desiderio

Giovanni Boldini, Madame Charles Max, 1896, olio su tela, 205,0 x 100,0 cm, 1904, Musée d’Orsay © RMN-Grand Palais (Musée d’Orsay) / Hervé Lewandowski.
Prima di analizzare l'influenza di Boldini nella moda contemporanea, occorre ricostruire l'influenza della moda ottocentesca nella sua pittura. Il punto di partenza imprescindibile per questa disamina è senza dubbio il dipinto che raffigura Madame Charles Max a figura intera, restituendo un’impressione immediata di fascino, freschezza e vitalità. La protagonista, circondata da un turbinio di stoffe e pennellate, avanza con passo leggero verso l’osservatore, al quale rivolge uno sguardo libero e disinvolto. Il corpo è colto in un equilibrio dinamico attentamente studiato: la gamba sinistra si solleva lievemente con il ginocchio proteso in avanti, mentre il braccio opposto si distende all’indietro per bilanciare il movimento; la mano destra, invece, solleva con eleganza il lungo abito, facilitando l’andatura. Boldini dedica grande attenzione anche al volto, modellato con cura: le guance lievemente arrossate, il sorriso appena accennato ravvivato da un rossetto intenso e l’acconciatura volutamente scomposta contribuiscono a definire un’immagine di raffinata spontaneità.
Madame Max indossa una veste chiara, trattenuta in vita da una fusciacca e sostenuta sulle spalle da una sottile bretella, mentre l’altra scivola volutamente oltre la spalla, enfatizzando una profonda scollatura. Se nel volto la pennellata è precisa e descrittiva, nella resa dell’abito Boldini si abbandona a una stesura vibrante e veloce, facendo ricorso alle celebri “sciabolate” che caratterizzano il suo stile. L’ampio vestito da sera diventa così il campo ideale per lunghe e morbide pennellate, grazie alle quali la figura sembra perdere peso, assumendo una qualità aerea, come colta nell’istante effimero di una sospensione. Tuttavia, il sorriso ambiguo e allusivo rivolto allo spettatore suggerisce un significato più profondo: quello di un’epoca in cui le donne iniziano a infrangere le convenzioni borghesi e a manifestare con fierezza la propria femminilità. Sullo sfondo, infine, l’accenno a uno stipite architettonico rimanda all’ambiente raffinato e mondano frequentato dalla protagonista, evocando un universo fatto di lusso, prestigio e vita sociale.
Il ritratto di Franca Florio come laboratorio dell'immagine femminile

Giovanni Boldini, Ritratto di donna (Franca Florio), 1901–1924, olio su tela, 221 × 119,4 cm, Palazzo Mazzarino, Palermo.
Un altro momento di grande interesse per comprendere l'arte di Boldini e il suo rapporto con la moda è il Ritratto di donna Franca Florio, opera che reca la firma e la data 1924, sebbene fosse stata inizialmente concepita e realizzata da Giovanni Boldini nel 1901, per poi essere più volte rimaneggiata dall’artista fino alla versione definitiva degli anni Venti. Attraverso la sua pennellata rapida, nervosa ed eccentrica, Boldini immortala una delle figure femminili più emblematiche della Belle Époque italiana: donna Franca Florio, soprannominata la “regina di Sicilia”. Discendente di una nobile famiglia siciliana e divenuta, per matrimonio con Ignazio Florio, protagonista assoluta della più potente dinastia imprenditoriale dell’isola, Franca incarnava il fascino cosmopolita del suo tempo. Colta, poliglotta – parlava fluentemente quattro lingue – e dotata di una bellezza magnetica, era al centro della vita mondana palermitana e internazionale, capace di sedurre personalità come Gabriele D’Annunzio, che la definì “l’Unica”, e Guglielmo II di Germania, per il quale fu la “Stella d’Italia”. Oltre all’immagine di raffinata icona mondana, donna Franca seppe anche affermarsi come figura attiva negli affari di famiglia, contribuendo in modo concreto, accanto al marito, al prestigio economico e culturale del nome Florio e della Sicilia stessa.
Nel 1901 fu proprio Ignazio Florio a commissionare a Boldini – allora già celebre ritrattista della mondanità parigina – un dipinto che celebrasse degnamente l’eleganza e il carisma della moglie. L’artista, perfettamente a suo agio in ambienti aristocratici e internazionali, si trasferì temporaneamente da Parigi a Palermo come ospite dei Florio, realizzando il ritratto nello stesso anno. La prima versione dell’opera mostrava donna Franca avvolta in un suntuoso abito da sera nero, impreziosito da ricami dorati e da maniche lunghe con elaborati intarsi ai polsi. In seguito, Boldini intervenne nuovamente sulla tela in almeno due occasioni: introdusse una seggiola, scoprì le braccia della protagonista e aggiornò l’abbigliamento secondo i canoni della moda degli anni Venti, rendendo la figura ancora più audace e moderna.
Nel ritratto emerge con chiarezza la poetica boldiniana della femminilità: l’artista esalta senza esitazioni il fascino straordinario della sua modella, proponendo al contempo un’immagine di donna emancipata e sorprendentemente moderna. La sensualità che affiora dalla tela è civettuola ma mai volgare, libera da moralismi e pienamente consapevole di sé. Anche la tecnica pittorica contribuisce a questo effetto: Boldini alterna passaggi rapidi e sintetici a zone più analitiche e minuziose, guidando lo sguardo dell’osservatore verso gli elementi che maggiormente lo hanno interessato. Il volto, dal candore perlaceo, è definito con particolare attenzione: le labbra vermiglie, appena dischiuse in un sorriso enigmatico, e i profondi occhi grigi conferiscono alla figura un’aura magnetica. Altrettanto centrale è la celebre collana di perle, lunga sette metri e composta da 365 perle, una per ogni giorno dell’anno, o – secondo una suggestiva leggenda – una per ogni lacrima versata da Franca a causa delle infedeltà del marito.
Il corpo della nobildonna, avvolto nelle pieghe vorticose dell’abito di velluto nero, è invece costruito attraverso lunghe pennellate scattanti, le celebri “sciabolate” boldiniane, che sembrano fissare nel tempo l’apparizione luminosa della sua musa. Questa energia vibrante della pennellata trova una significativa conferma nelle parole di Gaetano Boldini, fratello del pittore, che nel 1926 ricordava come Giovanni non amasse far posare staticamente i suoi modelli, preferendo osservarli in movimento per catturare con maggiore intensità la vitalità del gesto e dell’atteggiamento.
Le più recenti indagini diagnostiche, in particolare le analisi a raggi X, hanno infine chiarito la complessa genesi dell’opera. Contrariamente a una diffusa tradizione secondo cui sarebbero esistite due versioni distinte del ritratto – una più audace e una successiva, giudicata meno provocante e oggi perduta – gli studi condotti nel 2017 dall’Università La Sapienza di Roma hanno dimostrato che esiste un’unica tela, sulla quale Boldini ha stratificato tre differenti fasi pittoriche. Sotto la superficie visibile è infatti emersa la prima versione del 1901, presentata alla Biennale di Venezia del 1903, in cui donna Franca indossa l’abito nero con ampia gonna. La parte superiore del dipinto presenta un unico livello di colore, mentre le zone centrali e inferiori rivelano successive sovrapposizioni, confermando come il Ritratto di donna Franca Florio sia il risultato di un lungo processo di ripensamento e aggiornamento stilistico, specchio dell’evoluzione artistica di Boldini e della trasformazione dell’immagine femminile tra Otto e Novecento.
La moda maschile e il dandismo

Giovanni Boldini, Ritratto di Ritratto di Robert de Montesquiou, 1897, olio su tela, 116 × 82,5 cm, Museo d'Orsay, Parigi.
Nel panorama della ritrattistica boldiniana, la moda maschile occupa un ruolo tutt’altro che marginale, trovando nel Ritratto del conte Robert de Montesquiou una delle sue espressioni più emblematiche. Poeta, esteta e figura di spicco del simbolismo francese, Montesquiou incarnava il modello del dandy fin de siècle, per il quale l’abbigliamento costituiva una vera e propria dichiarazione estetica e intellettuale. Boldini ne coglie con straordinaria sensibilità la personalità sofisticata e anticonvenzionale, restituendo un’immagine in cui l’eleganza maschile si fa costruzione consapevole dell’identità.
Il conte è raffigurato in piedi, con una postura studiata ma apparentemente naturale, avvolto in un abito scuro dalla linea impeccabile, completato da guanti chiari, bastone e cravatta accuratamente annodata. Ogni dettaglio dell’abbigliamento concorre a definire un ideale di stile fondato sulla misura, sul controllo e sulla distinzione, lontano da ogni ostentazione. La pennellata nervosa e allungata di Boldini, tuttavia, introduce una tensione dinamica che anima la figura, suggerendo come anche l’eleganza maschile, al pari di quella femminile, possa essere intesa come gesto, atteggiamento e presenza scenica.
Nel ritratto di Montesquiou, la moda non è semplice adesione ai codici dell’alta società, ma diventa espressione di un dandismo intellettuale, in cui il vestire riflette una visione del mondo. Boldini riesce così a superare la tradizionale rigidità del ritratto maschile ottocentesco, proponendo un’immagine moderna dell’uomo elegante: non più statica e celebrativa, ma attraversata da una sottile inquietudine, da un gusto per la teatralità e da una raffinata consapevolezza di sé. In questo senso, il Ritratto del conte Robert de Montesquiou si impone come uno dei contributi più significativi di Boldini alla rappresentazione della moda maschile come linguaggio culturale, anticipando l’idea contemporanea di stile maschile come costruzione identitaria e performativa.
La pittura di Giovanni Boldini sfila in passerella

Una delle creazioni di John Galliano per la collezione Primavera / Estate 2010, ispirata alle opere di Giovanni Boldini.
Critici e curatori hanno evidenziato come il linguaggio di Boldini non abbia rappresentato e influenzato solo la sua epoca, ma continui a esercitare un impatto duraturo sulle generazioni successive. Stilisti e intellettuali della moda riconoscono nel suo lavoro un ponte tra arte figurativa, costume e immaginario collettivo dello stile. Figure come Christian Dior, Alexander McQueen e Giorgio Armani, hanno guardato a Boldini come canone estetico classico che ancora oggi caratterizza la moda contemporanea, ma la persistenza dell’immaginario boldiniano nella moda contemporanea trova una delle sue manifestazioni più evidenti nel lavoro di John Galliano, stilista capace di trasformare la storia dell’arte e del costume in narrazione fashion.
Attratto dai salotti dell’aristocrazia e dell’alta borghesia internazionale, Boldini dipinse le protagoniste del jet set dell’epoca, fissando sulla tela non solo la moda, ma l’evoluzione stessa del costume e del ruolo femminile. Tra queste figure spicca la marchesa Luisa Casati, soggetto privilegiato e autentico archetipo della fashion icon ante litteram.
Boldini ritrasse Luisa Casati in due celebri opere, La marchesa Luisa Casati con un levriero nero (1908) e La marchesa Luisa Casati con piume di pavone (1914), restituendone l’aura visionaria. Mecenate, collezionista e musa di artisti, la marchesa aveva un obiettivo dichiarato: trasformare se stessa in un’opera d’arte vivente. Le sue mise stravaganti, il gusto per l’eccesso e l’ibridazione tra maschile e femminile anticipano tendenze che esploderanno solo decenni dopo, dall’Art Déco di Paul Poiret fino alla moda concettuale del Novecento avanzato. Il volto sbiancato come una maschera, gli occhi drammaticamente bistrati, i capelli rosso fuoco, i cappelli piumati e le calzature vertiginose costruivano un’estetica teatrale e perturbante, ben lontana dai canoni borghesi.
Nella collezione P/E 2010 Galliano recupera esplicitamente il trucco esasperato della Casati: il contrasto tra il candore del volto e lo sguardo annerito, i cappelli scenografici, le silhouette gotiche e sensuali. Nastri e lacci suggeriscono una femminilità neo-romantica, mentre pizzo, tulle, balze e seta vestono una donna notturna, magnetica, avvolta in lunghi abiti neri, rosso carminio o ciclamino. È la stessa femminilità inquieta e consapevole che Boldini aveva saputo catturare sulla tela più di un secolo prima.
In copertina: Giovanni Boldini, Ritratto della Marchesa Casati con penne di pavone, 1911-1913 circa, olio su tela, 136 x 176 cm, Galleria Nazionale d'arte moderna e contemporanea (GNAMC), Roma. Dettaglio.