
"Embroidering Palestine": la mostra che celebra l'arte del ricamo palestinese
L'arte del ricamo palestinese: pratica tradizionalmente femminile, oggi patrimonio UNESCO

Spesso il ricamo palestinese viene realizzato con filo rosso su tessuti neri o chiari, ma può prevedere anche colori più accesi. © Nizar Halloun/TSM
L'arte del ricamo femminile è tradizione molto diffusa in Palestina: originariamente praticato nelle zone rurali, oggi è comune in tutta la Palestina e tra i membri della diaspora. L'abbigliamento femminile nei villaggi consiste solitamente in un abito lungo, pantaloni, una giacca, un copricapo e un velo. Ciascuno di questi capi è ricamato con una varietà di simboli tra cui uccelli, alberi e fiori. La scelta dei colori e dei disegni indica l'identità regionale della donna e il suo status coniugale ed economico. Sull'indumento principale, l'abito ampio chiamato thob, il petto, le maniche e i polsini sono ricoperti di ricami. Pannelli verticali ricamati scendono lungo l'abito dalla vita. Il ricamo è cucito con filo di seta su lana, lino o cotone. Il ricamo è una pratica sociale e intergenerazionale, poiché le donne si riuniscono nelle case delle altre per praticare il ricamo e il cucito, spesso con le loro figlie. Molte donne ricamano per hobby, mentre altre producono e vendono oggetti ricamati per integrare il reddito familiare, da sole o in collaborazione con altre donne. Questi gruppi si riuniscono nelle rispettive case o nei centri comunitari, dove possono anche commercializzare i loro lavori. La pratica viene trasmessa da madre a figlia e attraverso corsi di formazione formali.
Il ruolo sociale e politico del ricamo

Un esempio di “Abito Intifada” esposto nella mostra “At the Seams: A Political History of Palestine Embroidery” © Tanya Traboulsi per il Museo Palestinese
Come abbiamo dunque rapidamente delineato, è chiaro che l'arte del ricamo costituisca il materiale culturale più importante della Palestina. Questa antica pratica, caratterizzata da una notevole bellezza e complessità, riveste anche un ruolo sociale e politico molto forte. Fu infatti pietra miliare del patrimonio nazionale dopo la Nakba del 1948 e sostenne la successiva politicizzazione, attraverso la politica dell'OLP e la rappresentazione del ricamo da parte degli artisti. Durante la prima Intifada, dal 1987 al 1993, gli “abiti dell'Intifada” sono stati realizzati e indossati dalle donne che vivevano nei campi profughi e nei villaggi della Cisgiordania e da quelle della diaspora. In un momento in cui i simboli palestinesi erano vietati in pubblico, i motivi tradizionali si mescolavano a colombe, fucili e segni di fedeltà ai partiti politici, ricamati con i colori nazionali. Mentre la protesta è associata all'immediatezza, il ricamo è per sua natura fatto a mano, privato e lento. Gli abiti dell'Intifada, realizzati in anni di lavoro, rendono materiale la forza concettuale e psicologica dell'Intifada, attraverso il lavoro delle donne.
Tradizione e identità tra passato e futuro

Una foto che ritrae Faredha Ibrahim Farah (1924) con abiti tradizionali, esposta in mostra. © MoMu
La mostra "Embroidering Palestine" - ospitata al MoMu di Anversa dal 3 dicembre 2025, sino al 7 giugno 2026, esplora il ricamo e l'abbigliamento palestinese attraverso le lenti della natura, dello splendore, del potere e del cambiamento. Il tatreez era un'arte rurale, radicata nel rapporto delle donne con la natura, dai motivi ispirati alla flora palestinese ai tessuti tinti con l'indaco coltivato in Galilea. Allo stesso tempo, lo splendore del ricamo testimoniava la ricchezza e lo status delle donne. Il matrimonio era un rito di passaggio fondamentale, con abiti sontuosi come elemento chiave dei festeggiamenti. Fili d'oro, scarpe in madreperla e copricapi elaborati offrono uno spettacolo straordinario dell'artigianato locale. Anche i gioielli in argento, insieme ad alcuni motivi tatreez, avevano un significato talismanico, riflettendo il potere degli abiti di influenzare e proteggere il corpo. Oggi, il potere del ricamo risiede nel suo legame con l'identità palestinese, come simbolo di resistenza e solidarietà. Dopo la Nakba, o catastrofe, del 1948, che si riferisce allo sfollamento di massa e all'espropriazione di centinaia di migliaia di palestinesi, e alla fondazione dello Stato di Israele, il tatreez è diventato una forma di resistenza culturale, un'affermazione di identità. La mostra ripercorre la politicizzazione di questo mestiere, il ruolo dei tessuti nell'affermazione dell'identità e la continua ispirazione che il tatreez fornisce agli stilisti palestinesi nel presente. La mostra riunisce importanti manufatti concessi in prestito dal Musée du Quai Branly – Jacques Chirac di Parigi, dal Textile Research Centre di Leida e dal Wereldmuseum dei Paesi Bassi. Intrecciando storia e contemporaneità, la mostra celebra il ricco patrimonio culturale del passato della Palestina insieme ai designer che ne stanno plasmando il futuro, tra cui Ayham Hassan, GmbH, Reemami, Studio Nazzal e Zeid Hijazi.
In copertina: una delle sale espositive della mostra © MoMu