cover Bruno Munari: progettare la meraviglia

Bruno Munari: progettare la meraviglia

Leggerezza e logica: il genio quotidiano di Bruno Munari
7'
Design

Le mille vite di Bruno Munari

Bruno Munari nel suo studio.

Bruno Munari nel suo studio.

Figura poliedrica e innovativa del Novecento italiano, Bruno Munari (1907–1998) è stato artista, scrittore, inventore e designer, capace di superare i confini tra discipline per dare vita a un linguaggio progettuale e poetico insieme. La sua opera rappresenta una riflessione costante sulla relazione tra arte, tecnica e comunicazione visiva, in un dialogo continuo tra creatività e funzionalità. Nato a Milano, cresce nel Polesine, nel Veneto meridionale, dove i genitori hanno in gestione un albergo. La formazione in un ambiente di campagna influenza molto l'estetica di Munari e pone le basi per gli interrogativi saranno alla base dei suoi lavori futuri. Nel 1926 si ritrasferisce a Milano, dove molto presto si unisce al gruppo di artisti del secondo Futurismo, con Severini, Marinetti, Prampolini e Aligi Sassu, contribuendo a fondare il Gruppo Lombardo Radiofuturista nel 1929, ed esplorando l'aeropittura. La sua ricerca evolve ben presto verso una dimensione più sperimentale e autonoma, svincolandosi dall’enfasi meccanicista per esplorare i rapporti dinamici tra forma, movimento e percezione. Lavora come grafico pubblicitario, e nel 1930 fonda lo studio grafico R+M con Riccardo Castagnedi.

Le sue "macchine inutili", leggere sculture mobili sospese nello spazio, diventano simbolo di un’arte che rinuncia alla retorica per restituire all’osservatore la libertà del gioco e dell’immaginazione. Parallelamente, Munari elabora un pensiero teorico originale, espresso attraverso saggi e pubblicazioni che hanno segnato la cultura visiva contemporanea. Testi come Da cosa nasce cosa (1981), Arte come mestiere (1966) e Design e comunicazione visiva (1968) testimoniano la sua convinzione che progettare significhi unire rigore e fantasia, metodo e libertà. Per Munari il design non è un’attività elitaria, ma un modo di pensare democratico, accessibile e aperto, in grado di migliorare la vita quotidiana delle persone attraverso oggetti intelligenti, semplici e belli.

La forma segue la logica del gioco

Lampada Falkland (1964)

Lampada Falkland (1964)

Come designer, Munari ha introdotto un approccio profondamente innovativo: la forma non nasce da un impulso estetico arbitrario, ma da un processo logico, attento ai materiali, all’uso e alla percezione. Le sue creazioni — dalle lampade Falkland (1964) ai giochi per bambini, dai libri illeggibili alle copertine editoriali — sono esercizi di leggerezza e funzionalità, fondati sulla chiarezza e sull’essenzialità. Ogni progetto riflette la sua idea di bellezza come conseguenza dell’intelligenza, non come decorazione.

Munari ha inoltre contribuito a ridefinire il rapporto tra arte e pedagogia, sviluppando un metodo educativo basato sulla sperimentazione diretta e sull’esperienza sensoriale, soprattutto nei laboratori per bambini, dove l’apprendimento avviene attraverso il fare e il gioco creativo. In questa prospettiva, il suo ruolo di artista e designer si trasforma in quello di un mediatore culturale, capace di unire l’estetica alla funzione, la scienza alla poesia.

La sua eredità, oggi più attuale che mai, risiede nella capacità di coniugare rigore progettuale e immaginazione, proponendo un modello di design che non separa mai l’oggetto dall’uomo, né la funzione dall’emozione. In Munari, arte e design non sono campi distinti, ma linguaggi complementari di una stessa ricerca: quella di rendere il mondo più comprensibile, più leggero e, in definitiva, più umano.

Dopo l’esperienza futurista e l’intensa attività nel campo della grafica, Bruno Munari orienta la sua ricerca, nel secondo dopoguerra, verso forme di sperimentazione artistica legate alla materia, al movimento e alla tecnologia. Nel 1948 è tra i fondatori del Movimento Arte Concreta (M.A.C.), gruppo che si propone di superare ogni residuo di figurazione per affermare un linguaggio visivo puro, razionale e universale. In questo contesto Munari sviluppa un interesse crescente per le potenzialità dinamiche dell’opera, avvicinandosi ai principi dell’arte cinetica e del movimento programmato, in un dialogo ideale con le ricerche di Alexander Calder e, più tardi, con quelle del gruppo Zero.

A partire dal 1953 approfondisce il tema della percezione visiva e della luce, sperimentando proiezioni dirette con luce polarizzata che generano immagini in costante mutamento, anticipando linguaggi propri dell’arte multimediale. Queste indagini culminano nella realizzazione di film sperimentali, dove l’artista indaga la dimensione temporale del segno e la relazione tra casualità e controllo. Nel 1962 Munari è tra gli organizzatori della prima mostra di “Arte Programmata” alla Galleria Olivetti di Milano, manifestazione che sancisce il suo ruolo centrale nella definizione di una nuova estetica tecnologica, basata sull’interazione tra opera, spettatore e macchina.

Due anni più tardi, nel 1964, avvia le sue celebri Xerografie originali, immagini ottenute manipolando il foglio durante la riproduzione con la fotocopiatrice. Questi lavori, veri e propri “ritratti in movimento”, traducono la casualità del gesto in un processo meccanico controllato, unendo ancora una volta arte e scienza, invenzione e gioco. In tali esperimenti, Munari dimostra come la tecnologia possa diventare non solo strumento, ma materia viva dell’arte, capace di ampliare il campo percettivo e di ridefinire il concetto stesso di opera.

Coniugare leggerezza e funzionalità

Scimmietta Zizì (1952, per Pigomma)

Scimmietta Zizì (1952, per Pigomma)

Negli anni Cinquanta e Sessanta la ricerca di Bruno Munari si amplia ulteriormente, orientandosi verso la riflessione sulla macchina, la produzione industriale e il concetto di “good design”. La collaborazione con aziende come la Danese Milano, iniziata già negli anni Quaranta, gli offre l’opportunità di tradurre i propri principi estetici in oggetti di uso quotidiano, in cui funzionalità, semplicità e leggerezza convivono in perfetto equilibrio. Nascono così icone del design italiano come il posacenere Cubo (1957) o la lampada Falkland (1964), esempi paradigmatici di un approccio progettuale che unisce economia di mezzi, intelligenza costruttiva e poetica della forma. Munari concepisce il design non come ornamento, ma come processo razionale e creativo insieme, dove la bellezza deriva dall’efficacia della soluzione.

Parallelamente, continua la sua indagine sull’esplorazione della forma e della comunicazione visiva, visibile sia nelle sue grafiche – sempre essenziali, ma dotate di un’immediata forza comunicativa – sia nelle opere tridimensionali come le Sculture da viaggio (dal 1958), leggere strutture pieghevoli in cartone che uniscono arte, gioco e movimento. Un filo poetico attraversa costantemente la sua produzione: la natura, evocata con tono ironico e immaginifico, affiora nelle sue opere figurative, nei giocattoli e nelle illustrazioni. Emblematica è la Scimmietta Zizì (1952, per Pigomma), giocattolo flessibile e antropomorfo che fonde design e affetto infantile, o il libro Zoo (1963), popolato da animali reali e fantastici, segno di una fantasia coltivata sin dall’infanzia trascorsa nelle campagne del Polesine. Negli anni Settanta questa vena creativa trova piena espressione nei suoi libri per bambini, come Cappuccetto Verde, Cappuccetto Giallo (1972) o Il furbo colibrì (1977), dove Munari rinnova la narrativa visiva con ironia e libertà inventiva. In tutte queste esperienze si manifesta la sua visione coerente: l’arte e il design come strumenti di conoscenza e di gioco, capaci di rendere la complessità del mondo più comprensibile, accessibile e gioiosa.

Divulgare la filosofia del design come metodo

Ada Ardessi/istituto internazionale di studi sul futurismo, Milano/Bruno Munari/Maurizio Corraini

Ada Ardessi/istituto internazionale di studi sul futurismo, Milano/Bruno Munari/Maurizio Corraini

Figura di instancabile curiosità e straordinaria capacità comunicativa, Bruno Munari ha saputo coniugare la pratica artistica con un’intensa attività di divulgatore e insegnante, contribuendo in modo determinante alla diffusione della cultura del progetto in Italia e all’estero. Convinto che la creatività fosse una facoltà universale, da educare e non da considerare privilegio di pochi, Munari sviluppa un approccio pedagogico fondato sull’esperienza diretta, sul gioco e sulla sperimentazione. Nel corso della sua carriera tiene corsi e conferenze in numerose istituzioni, tra cui il Carpenter Center for Visual Arts della Harvard University (1967), dove introduce gli studenti americani a un metodo progettuale basato sull’osservazione e sull’interazione sensoriale, e l’ISIA di Faenza, presso cui assume nel 1980 il ruolo di consulente didattico, orientando la scuola verso una formazione interdisciplinare e aperta all’innovazione.

Parallelamente alla sua attività didattica, Munari è protagonista di una lunga e riconosciuta presenza nel panorama espositivo internazionale. Partecipa regolarmente alla Biennale di Venezia fin dagli anni Trenta, dove nel 1985 gli viene dedicata una sala personale, segno del riconoscimento della sua statura artistica e teorica. L’anno successivo, nel 1986, la grande mostra antologica di Palazzo Reale a Milano celebra la vastità e la coerenza del suo percorso creativo, divenendo una delle esposizioni più significative dedicate al suo lavoro. L’esposizione, successivamente itinerante, porta la sua opera in numerosi musei e centri d’arte del mondo, contribuendo a consolidare la sua fama internazionale. Anche dopo la sua scomparsa nel 1998, l’interesse per Munari non si è mai affievolito: mostre, studi e riedizioni continuano a riproporre la sua eredità come quella di un maestro del pensiero visivo, capace di unire rigore progettuale, ironia e leggerezza in un’unica, coerente visione del fare artistico e del vivere quotidiano.

In copertina: Bruno Munari, Colori nella Curva di Peano, 1987, acrilico su tela, 80 x 80 cm, collezione privata. Dettaglio.